Il consorzio di bonifica Brenta

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Incontro con Enzo Sonza, Presidente del Consorzio di Bonifica Pedemontano Brenta, e con il vice-presidente Renzo Bergamin

Ci siamo soffermati su alcuni temi di estrema attualità legati fondamentalmente alla risorsa idrica, al suo utilizzo e alla sua gestione. Negli ultimi anni per vari motivi (frequenti scavi nel Brenta, cambiamenti climatici, utilizzo della risorsa acqua diversificato, ecc) la quantità di acqua a disposizione del Consorzio per i fini statutari si è ridotta. Si pensi che il letto del fiume Brenta si è abbassato anche di 7-8 m in alcuni punti, e di comseguenza le opere di derivazione non ricevono più acqua dal fiume. Inoltre le falde negli ultimi 4 anni hanno avuto un abbassamento di circa 3 m. Il Consorzio, ai fini irrigui, attinge acqua sia dal Brenta che dal lago del Corlo, dal quale a partire dal 1° di luglio può attingere ca 20 mln di mc di acqua, pari a ca 20 gg utili di irrigazione. Troppo poco, se oltretutto il periodo è siccitoso, come quello di quest’anno. 

Le ultime opere nel Medio-Brenta di una certa rilevanza sono state eseguite ca 60 anni fa. Ora sarebbero essenziali due grandi interventi: la realizzazione dell’invaso del Vanoi (in Trentino Alto Adige), già presente fra le proposte nella commissione Marchi di fine anni ’60, e il Progetto Democrito – di ricarica della falda – mplementare e compensativo
della realizzazione dei nuovi pozzi a Carmignano di Brenta.

In entrambi i casi la situazione è in stallo, o per motivi di competenza territoriale o per motivi economici.

Ben venga quindi il progetto di ricarica della falda da parte del Consorzio (in zona Rosà) che verrà presentato al “Piano Irriguo Nazionale”, che assieme alla miglior definizione e presentazione del Progetto Democrito potrebbe far arrivare nel Veneto le risorse necessarie a risolvere situazioni che da troppo tempo sono ferme.

Cercherò, da Roma, di spingere affinché queste due opere possano entrare nell’orizzonte delle cose possibili.

La mia impressione è di avere incontrato gente competente e appassionata, che lavora lontano dalle luci della ribalta, per il bene dei cittadini, che però si sente lascita sola dalla Regione e dallo Stato.

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La proposta di Renzi

img_9125Cari amici

Ho partecipato ad alcune convenzioni dei circoli del PD, presentando la mozione Renzi. Il nostro punto di forza è che Renzi fa una proposta chiara: proseguire l’azione riformista del Governo grazie a una maggior spinta del partito, attenuando nel contempo la sua tendenza a personalizzazare l’azione politica. Perché un PD senza leadership forte non è in grado di opporsi efficacemente al populismo dei 5stelle (e alle nostre latitudini della Lega). Senza un PD forte con un leader forte, l’azione del governo è evidentemente indebolita: lo abbiamo visto – ad esempio – nella vicenda dei voucher, dove si è dovuto arrendersi al populismo della CGIL (come se abolire i voucher volesse dire abolire il precariato …) non avendo il governo la forza di sostenere un nuovo scontro referendario. 

La debolezza della mozione Orlando è triplice: propone il rilancio dell’Ulivo (alleanza a sx), dimenticando che l’Ulivo è stato distrutto prima dalle forze di sinistra settarie e poi da Dalema; propone il rilancio della collaborazione organica con la CGIL, dimenticando che la CGIL era schierata per il NO e ha sempre ostacolato l’azione del nostro governo; propone, infine, di separare il ruolo di segretario da quello di premier, dimenticando che nei partiti moderni dalle deboli ideologie e dalle deboli appartenenze, senza un leader è impossibile presentarsi con chiarezza agli elettori, e dimenticando che la debolezza di Prodi fu di non avere il controllo del partito (o dei partiti) che lo votavano.

Renzi ha mille difetti e ha fatto mille errori. A mio avviso il più grosso è stato quello di confondere la lealtà (un bene) con la fedeltà (un male). Il PD dovrà essere leale con il suo segretario, ma non dovrà essergli fedele. Essere leale vuol dire sostenerlo, ma intervenendo con franchezza ogni volta che qualcosa non va per il verso giusto. È questo che dovrebbero fare anche i circoli territoriali, sia nel rapporto con le amministrazioni locali, sia nel rapporto con il partito provinciale e nazionale. Inoltre, anche a livello locale va elaborata con più forza azione politica, captando ciò che accade nei territori, ascoltando tutti e parlando con tutti, in particolare con le associazioni organizzate e con i comitati. Trasformando le proteste in proposte grazie anche al contatto con gli eletti e con le istituzioni.

Molti interventi nelle convenzioni hanno lamentato la difficoltà di opporsi alla semplificazione del populismo imperante. Ma non ci sono alternative. È necessario costruire buona politica e buone proposte, spiegandole e mettendole in pratica. È necessaria anche molta formazione, da proporre ai giovani, ma non solo, perché il populismo germina sull’ignoranza.

Per me le convenzioni sono state un passaggio importante. Mi hanno mostrato il PD per quello che realmente è, ma anche per quello che può diventare. Con le sue forze e le sue debolezze. Un partito di gente che vuole provarci. Non bisogna mollare.

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Il mio stipendio

Di recente sono stati pubblicati i redditi dei parlamentari del 2015. Come gli altri anni, il mio imponibile è di circa 100 mila euro, equivalente a 5.000 euro netti al mese. È quello che effettivamente trattengo come mio stipendio, equivalente a quanto prendevo da professore, grazie anche a qualche consulenza e diritto di autore. Gli altri 9.000 euro al mese che prendo se sono presente in aula (e lo sono praticamente sempre) se ne vanno per pagare due collaboratori – ovviamente in regola – l’affitto delle due stanze dove vivo a Roma e il vitto a Roma, il partito (2.500 euro al mese), i contributi per la pensione come universitario. I 2.500 euro che avanzano vanno in beneficienza. Fin dall’inizio ho ritenuto giusto mantenere, da parlamentare, lo stesso tenore di vita di prima.

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La necessità di una Cartografia Geologica

imageEcco l’Intervento che ho appena svolto nell’aula del Senato sulla mozione Progetto Cartografia Geologica

Come ben dice la mozione in discussione, il Progetto Cartografia Geologica è incompiuto: infatti dal 1989 ad oggi è stato realizzato a scala 1:50.000 solo per il 40% del territorio italiano.

È molto grave che un Paese come il nostro, soggetto a molti rischi geologici (frane, eventi alluvionali, terremoti, attività vulcanica) e densamente antropizzato, non si sia ancora dotato di una cartografia geologica a scala adeguata e realizzata secondo approcci scientifici moderni.

Vale la pena ricordare come uno dei primi interventi messi in atto dopo il disastroso terremoto del Friuli nel 1976 fu proprio la carta geologica di dettaglio delle zone più colpite (rilevamenti a scala 1:10.000 e 1:25:000), realizzata nell’arco di pochi mesi, grazie all’attività di geologi delle università e ricercatori del CNR, che finanziò il progetto.

La cartografia disponibile su tutto il territorio, realizzata tra la fine del XIX secolo e gli anni ’60 del secolo scorso, oltre ad essere a scala inadeguata (1:100.000) per la pianificazione del territorio e la mitigazione dei rischi, è stata realizzata secondo teorie ed approcci in parte superati. Infatti, il progresso delle conoscenze geologiche negli ultimi 50-60 anni è stato notevolissimo. Bisogna quindi puntare a un progetto organico, con finanziamenti continui nel tempo, in modo da poter completare nell’arco di pochi anni, la cartografia geologica su tutto il territorio nazionale, iniziando dalle aree a maggior rischio sismico.

La spesa per il completamento della carta geologica d’Italia non è giustificata solo dagli ovvi motivi scientifici e applicativi, ma anche dal fatto che per la sua realizzazione servono migliaia di ricercatori, provenienti dalle Università e dagli Enti Locali. Si tratta di ricercatori di alto livello che imparano così sul campo il «mestiere». Tutto ciò li porterà ad acquisire un metodo di ricerca finalizzato alla raccolta sul terreno di dati importantissimi.

Inoltre, dietro agli studenti e ai giovani ricercatori ci sono i professori e i ricercatori senior, che partecipando a questi progetti hanno l’occasione per approfondire queste tematiche, consentendo così la formazione di una classe scientifica moderna, finalmente aggiornata su temi di salvaguardia del territorio e di prevenzione della pericolosità sismica e in grado di competere a livello internazionale. E’ quello che avvenne nelle università italiane dopo l’alluvione del 1966, grazie ai Progetti Finalizzati, promossi dalla Commissione presieduta dal professor Marchi.

Purtroppo, guardando la distribuzione delle carte geologiche di recente realizzazione rispetto al territorio nazionale, si nota come vi siano state Regioni/Province più attive di altre. Bisognerebbe valutare di imporre a tali enti la realizzazione delle carte geologiche superando, come suggerito dalla mozione, il vincolo del patto di stabilità ed eventualmente riconsiderando per alcune il cofinanziamento. Ciò vale soprattutto per le zone recentemente colpite da terremoti, come mostra anche la prima citata esperienza del Friuli.

La mozione prende spunto dai recenti eventi sismici. Va però ricordato che la cartografia geologica è indispensabile anche perché gran parte del territorio italiano è soggetto a rischio idrogeologico (frane e alluvioni). Inoltre, la cartografia geologica è anche uno strumento fondamentale per la pianificazione e gestione del territorio: pianificazione urbanistica; progettazione di opere (strade, gallerie, ecc.); gestione delle risorse naturali (in particolare risorsa idrica); gestione di aree protette (vedi ad esempio Dolomiti, patrimonio Unesco).

Infatti le valutazioni geologiche preliminari hanno bisogno di osservazioni su più scale. Non basta l’osservazione di dettaglio, del sito su cui si vuole intervenire con un’opera e su cui si fa un’indagine geologia ad hoc; ci vuole anche uno sguardo di insieme, per capire a quali dinamiche di scala più vasta è soggetta quella porzione di territorio. Per questo ci vogliono le carte a scala 1:50.000.

Per essere ancora più espliciti, la cartografia geologica è il primo strumento geologico, una carta tematica con relativa banca dati. Il prodotto finale infatti non è solo una carta, ma anche note illustrative e, soprattutto, un database che contiene molte informazioni non rappresentate sulla carta stessa, di cui un paese come il nostro non dovrebbe fare a meno.

Successivamente, possono essere molti gli approfondimenti geologici su una determinata area (micro-zonazione sismica – come ricordato nella mozione – ma anche valutazione specifica del rischio da frana, rischio legato ad eventi alluvionali, vulnerabilità delle risorse idriche superficiali e sotterranee, ecc.), ma la “Carta geologica” rappresenta sempre il punto di partenza.

Infine, una migliore conoscenza della complessa geologia del nostro giovane (geologicamente parlando) paese, serve non solo a limitare i danni che questa giovane età e questo grande dinamismo creano, ma anche a valorizzare il patrimonio geologico, soprattutto per quanto riguarda i geositi, in una prospettiva di turismo in generale e di geo-turismo più in particolare.

Non esitiamo, quindi: le nuove risorse per completare il Progetto Cartografia Geologica d’Italia saranno certamente soldi ben spesi.

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Il sistema migrazioni in Italia

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Giovedì (12 Gennaio) sera assieme al collega Lepri ho incontrato il ministro Minniti, che faticosamente sta cercando di dare razionalità al sistema migrazioni in Italia.

Oggi a Torino presentiamo le proposte che il ministro ha fatto proprie: smantellamento delle grandi concentrazioni; spinta all’accoglienza diffusa dei richiedenti asilo, con maggior coinvolgimento diretto del terzo settore, anche per l’incremento dei lavori socialmente utili; spinta ai rimpatri assistiti per i richiedenti asilo la cui richiesta viene bocciata dalle commissioni territoriale, e più in generale per i migranti che hanno perso il lavoro, sul modello della Spagna. 

Apprezziamo poi il cambio di passo nei rapporti con la Libia e con gli stati con cui concordare rapporti di riammissione, oltre al potenziamento dei corridoi umanitari.

Abbiamo trovato grande attenzione e grande professionalità, da un ministro che è riuscito, dopo appena due settimane di governo, a diventare il più popolare dell’intero esecutivo.

Come sempre, noi ci siamo e daremo, da parlamentari, il nostro contributo. I cittadini valuteranno i fatti.

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Le prossime amministrative a Padova

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Nell’ampia discussione in vista delle nuove elezioni amministrative, mi sembra ancora trascurato il tema della Grande Padova. Eppure, tutte le scelte che attendono la nuova amministrazione rischiano di essere incomplete o addirittura sbagliate se non saranno prese in modo integrato con quelle delle amministrazioni dei comuni che compongono la vera area urbana della nostra città, di cui il comune capoluogo occupa solo il punto centrale.

Qualche dato per capirci meglio. I pendolari giornalieri in entrata verso il comune di Padova sono 180 mila (65mila studenti e 115 mila lavoratori, dato censimento ottobre 2011), a fronte di una popolazione residente di poco superiore a 200 mila unità. Se contiamo anche gli spostamenti turistici e quelli occasionali, ciò significa che ogni giorno lavorativo gravitano sul comune di Padova più di 400 mila persone. Purtroppo la maggioranza di questi spostamenti avviene utilizzando le automobili.

Ma questo dato – già di per sé impressionante – definisce solo una parte dei variegati contatti fra il comune di Padova e il suo hinterland. Pensiamo al pendolarismo sanitario, oltre a tutti gli spostamenti per motivi familiari: sono numerosissimi i padovani che hanno almeno un figlio, un genitore, un nonno o un fratello che vive nei comuni del circondario.

Comuni che ormai hanno confini indistinguibili rispetto a quelli del capoluogo: da tempo non c’è più campagna fra la Guizza e Albignasego, fra Voltabarozzo e Ponte San Nicolò, fra Altichiero, Limena e Vigodarzere, fra Chiesanuova e Rubano, fra Brusegana e Tencarola.

Una simile continuità urbana esigerebbe politiche sovraccomunali coerenti e integrate fra le varie entità amministrative. Ciò avviene effettivamente per i servizi socio-sanitari (grazie all’ULSS), per la gestione del rischio idraulico (grazie al Consorzio di Bonifica Bacchiglione-Brenta), per l’organizzazione scolastica superiore (grazie alla Provincia e alla Direzione scolastica provinciale). Ma non avviene o avviene in misura insufficiente per le materie di più stretta competenza dei Comuni.

I due casi più clamorosi e attuali per la nostra città sono il trasporto pubblico/privato e le scelte sull’ospedale. Il continuo sforamento dei valori di polveri sottili e di ozono sia a Padova sia nei comuni contermini è dovuto (anche) alla carenza di una gestione intercomunale dei trasporti pubblici, della mobilità ciclistica, della mobilità automobilistica privata, delle scelte urbanistiche residenziali, commerciali e produttive. Inoltre, nella decisione per la localizzazione del nuovo ospedale, nel corso dell’ultimo biennio le amministrazioni dei comuni contermini non sono state per nulla interpellate, anche se le conseguenze per i loro cittadini delle possibili scelte saranno tutt’altro che irrilevanti.

La mia preferenza personale sarebbe di affrontare con coraggio il tema della Grande Padova, dando vita a un’unica città di 4/500 mila persone (è la somma fra gli abitanti del capoluogo e quelli dei comuni direttamente confinanti), che diventerebbe – anche da punto di vista amministrativo – quella che effettivamente è, ossia una delle più ampie e articolate aree urbane italiane. Mi rendo però conto che gli ostacoli normativi e politici per realizzare a breve questo “sogno” sono enormi.

Possiamo però chiedere a chi si candida alla nuova amministrazione padovana di non considerare la nostra città come un sorta di fortino isolato, formulando proposte e impegni concreti per risolvere i problemi di integrazione con l’hinterland, partendo da quello che mi sembra il più grave, ossia la razionalizzazione degli spostamenti pendolari.

Mi piacerebbe anche che la campagna elettorale – su questi temi – vedesse il coinvolgimento degli amministratori dei comuni vicini. Vorrei sentire la loro voce non solo in termini “difensivi” e rivendicativi, ma come protagonisti attivi di un dibattito politico che – se limitato ai ristretti confini comunali – rischia di non essere adeguato rispetto ai problemi da risolvere.

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Cona è un dramma ed è colpa di Zaia

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Cari Amici,

ecco la mia intervista rispetto al problema dei migranti nel veneto.

La vicenda della morte di Sandrine Bakayoko ha messo in evidenza le condizioni di sovraffollamento di alcuni centri, perché non si è intervenuti prima?

La situazione del Veneto è particolare. Ho girato molto in Italia e non ho trovato nulla di paragonabile con quello che è successo da noi. Da parte della regione c’è stata una chiusura assoluta e nessuna volontà di fare un lavoro di coordinamento: in particolare il presidente della regione, Luca Zaia, da una parte denuncia la situazione di Cona e Bagnoli ma contemporaneamente appoggia i comuni che non vogliono accogliere i migranti.

Di che numeri stiamo parlando, in Veneto?

Il Veneto ospita l’ 8% dei migranti e richiedenti asilo sul territorio nazionale e, come dice, non ha nessun appoggio amministrativo. Per questo non si riesce a fare ciò che, invece, si è riusciti a fare in altre regioni: sparpagliare i migranti su tutto il territorio. Il risultato è che in Veneto ci si trova con quattro o cinque “punti neri” di grandi concentrazioni, tra cui Cona e Bagnoli che si trovano a meno di dieci chilometri di distanza anche se in due provincie diverse, uno con 1200 migranti e l’altro con circa 900. Più della metà dei comuni del Veneto non accolgono migranti. Il paradosso è che un fatto come quello accaduto a Cona fa acquisire consenso alla Lega.

È ancora valido il sistema di affidamento alle cooperative dei centri per la gestione dei migranti, dopo Cona?

Se non sbaglio la cooperativa Ecofficine è stata espulsa dalla Confcooperative. In qualche modo, però, in passato ha risolto dei problemi, ad esempio nel caso di Bagnoli, dove Ecofficine è stata l’unica a partecipare al bando e ha ribassato il prezzo, offrendo di gestire i migranti con 30 euro al giorno a testa, invece di 35 come era possibile. Insomma, ha riempito il buco causato dalla mancanza di coordinamento regionale e dalla non volontà dei comuni di accogliere anche solo poche decine di persone. Per queste ragioni non me la sento di gettare troppo la croce addosso ad Ecofficine: sicu- ramente la cooperativa sta guadagnando soldi, ma per evitarlo bisognerebbe intervenire a monte.

In che modo?

Innanzitutto evitando la costituzione di megacentri di accoglienza: bisogna diminuire i tempi e rendere effettive le espulsioni. È difficile, certo, ma non credo esistano altri modi.

Secondo lei siamo davanti ad un’emergenza?

Bisogna capire cosa si intende per emergenza. Per certi versi lo è: come si può definire altrimenti il fatto che 1000 persone sbarcano dai gommoni in una notte? Se invece per emergenza si intende un evento inaspettato, allora la risposta è no: dopo l’accordo con la Turchia era chiaro che le rotte della migrazione si sarebbero spostate. Purtroppo per affrontare questa situazione bisognerebbe oliare bene tutto il meccanismo statale e, per farlo, sarebbe necessario impegnare tutte le strutture a disposizone, eventualmente anche intervenendo con cambiamenti di tipo legislativo.

Vista la poca disponibilità, si potrebbe imporre ai singoli comuni di ospitare i migranti?

In Germania è stato fatto e anche noi avremmo la possibilità di farlo. Il problema è che con i sindaci si sta usando più la carota che il bastone: fuor di metafora, si cerca di arrivare ad accordi il più possibile condivisi con i comuni, anche se ad un certo punto si dovranno usare meccanismi più decisi.

Citava la Germania, lì come hanno gestito l’emergenza?

In Germania non è stato chiesto il parere dei comuni e non è stato usato un metodo proporzionale in base al numero della popolazione, il governo ha solo valutato quale era il posto migliore dove collocare i migranti.

Non crede che l’istituzione di nuovi Cie faccia tornare indietro la situazione di qualche anno?

I Cie sono nati con la legge Turco-Napolitano e dovevano ospitare le persone in attesa di essere espulse: all’inizio il tempo di attesa doveva essere di due settimane, ma poi si è arrivati anche fino a due anni. I Cie sono diventati una specie di carcere, senza però le garanzie delle prigioni normali e questa deriva deve essere esclusa: non possiamo costruire dei lager.

Invece che cosa bisognerebbe costruire?

Il governo dovrebbe costruire dei luoghi di passaggio, prima di riaccompagnare i migranti nei loro Paesi, tenendo presente che non si tratta di criminali. Insomma, bisogna creare delle strutture dove le persone possano soggiornare degnamente qualche settimana, prima di tornare al loro paese d’origine, previo un accordo con questi stessi paesi. Fermo restando, però, che il problema non si risolve solo con le espulsioni.

E cosa si dovrebbe fare?

Da demografo, rilevo che la popolazione giovanile italiana sta drasticamente diminuendo. Dovremmo sforzarci di pensare a queste persone che arrivano in Italia come a un’opportunità e non solo un problema.

Però i dinieghi alle domande di asilo sono in forte crescita, più del 60%…

Dovremmo cominciare a ragionare non solo in termini di asilo. Bisogna capire se le persone che arrivano hanno le caratteristiche per intraprendere un percorso di immigrati economici e questo in realtà non è stato mai fatto. Abbiamo sempre lavorato con le sanatorie ma, non avessimo usato un criterio di accoglienza ex post, in questo momento in Italia non avremmo neppure una badante. Lasciamo lavorare un meccansimo di mercato: se l’immigrato trova la possibilità di lavorare in Italia, perchè dovremmo bloccarla?

«HO GIRATO MOLTO IN ITALIA E NON HO TROVATO NULLA DI PARAGONABILE CON QUELLO CHE È SUCCESSO DA NOI IN VENETO.

DA PARTE DELLA REGIONE C’È STATA UNA CHIUSURA ASSOLUTA»

Cona è un dramma ed è colpa di Zaia

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