Sulle Pensioni e l’attesa di vita 

La vita media per un sessantacinquenne italiano è cresciuta di cinque mesi nel giro di soli tre anni (20,7 anni nel 2016). Un’ottima notizia, che testimonia il miglioramento degli stili di vita degli italiani, del sistema della prevenzione, delle cure e della riabilitazione. Detto ciò, cosa titolano i giornali? Che si andrà in pensione più tardi… mi pare un modo un po’ bizzarro di presentare la realtà: sarebbe forse stato meglio vivere di meno, andando in pensione prima? 

L’età alla pensione va alzata assieme alla lunghezza della vita: in caso contrario, tutto il peso cadrà sui più giovani. Con Ape Social – applicato in modo adeguato – permettiamo la pensione anticipata per chi fa lavori faticosi e usuranti. Ma non scardiniamo l’equilibrio pensionistico generale! 

L’attesa di vita a 65 anni, da oscuro indicatore demografico noto a pochi addetti ai lavori, si è imposto nel pubblico dibattito italiano, perché elemento base per fissare l’età alla pensione di vecchiaia e il tempo necessario per accedere alla pensione anticipata. Secondo le regole attualmente in vigore, con un atto amministrativo da adottare entro il 31 dicembre 2017, il Governo dovrebbe fissare il nuovo limite, confrontando l’età calcolata dall’Istat al 2016 con quella del 2013. I dati, appena pubblicati, danno un risultato implacabile: l’indicatore è cresciuto di 0,42 anni, e quindi l’età alla pensione di vecchiaia dovrebbe salire di cinque mesi, raggiungendo i 67 anni tondi, mentre per la pensione anticipata sarebbero necessari 43 anni e tre mesi di contributi. Le nuove regole dovrebbero entrare in vigore dal primo gennaio 2019. Da un punto di vista demografico, questo modo di fare presenta una forte criticità, ossia l’ipotesi – implicita nel metodo adottato – che la speranza di vita a 65 anni cresca in modo costante nel tempo.

In realtà, questo non accade, anzi negli ultimi anni si osservano significative oscillazioni: l’attesa di vita a 65 anni, che valeva 20,30 anni nel 2013, è salita a 20,61 nel 2014, scesa a 20,32 nel 2015, risalita a 20,72 nel 2016. Quindi, se il confronto fosse stato fatto ogni due anni (come per legge si farà a partire dai dati del 2018) anziché ogni tre anni (come si fa oggi), l’età al pensionamento non sarebbe stata toccata, perché gli indicatori al 2013 e al 2015 sono praticamente uguali. Inoltre, l’anno in corso, probabilmente, sarà un altro periodo di stasi o di ulteriore calo dell’attesa di vita degli anziani, perché fra gennaio e giugno i decessi del 2017 sono stati quasi 30 mila in più rispetto a quelli dello stesso periodo del 2016 (+9%), a causa di un forte picco invernale, e i primi dati disponibili per l’estate fanno presagire un ulteriore incremento, dovuto alle ondate di calore di luglio e di agosto (proprio come accaduto nel 2015). Queste oscillazioni rischiano di diventare sempre più forti, a mano a mano che aumenterà il numero dei grandi anziani, il cui rischio di morte è molto più suscettibile ai capricci del clima, delle epidemie di influenza e di altri fattori assimilabili al caso.
Che fare dunque? Adeguare il nostro sistema pensionistico alle variazioni della speranza di vita è cruciale, per garantirne l’equilibrio finanziario, evitando di scaricare sui più giovani il costo di pensionamenti troppo precoci rispetto all’effettiva sopravvivenza dei pensionati. Tuttavia, è opportuno sottrarre questo adeguamento alle oscillazioni casuali, che potrebbero penalizzare o favorire – in modo sostanzialmente erratico – una coorte rispetto alla precedente o alla successiva. La mia proposta è di limitare l’effetto del caso, mantenendo, dai dati del 2017-18, l’adeguamento biennale, ma calcolandolo sulla media degli indicatori del biennio. Per l’adeguamento attuale, in via transitoria, si potrebbe confrontare il dato del 2013 – quello utilizzato oggi – con la media realizzatasi nel triennio 2014-16. L’incremento sarebbe di 0,25 anni (equivalente a 3 mesi in più, invece di cinque). Oppure, senza toccare le attuali regole di adeguamento, si potrebbero utilizzare i risparmi legati al calo di speranza di vita del 2015 per allargare la platea di accesso all’APE social, in modo da favorire le persone che fanno lavori usuranti, coincidenti in larga parte con i gruppi caratterizzati da speranza di vita meno elevata.

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Il Treno delle Dolomiti

IMG_5797La recente proposta di Treno delle Dolomiti, che dovrebbe congiungere Calalzo con Cortina, mi lascia molto perplesso. Nella discussione, infatti, si trascurano tre elementi fondamentali, a sfavore dell’opera.

Il primo sono i costi, non tanto quelli di costruzione – una “una tantum” per cui si può pensare di accedere a Fondi Europei – quanto quelli di gestione. La tanto citata ferrovia Trento-Malè-Mezzana è un autentico buco nero: 11 milioni e 765 mila euro aggiunti dalla Provincia di Trento nel solo 2016, per garantire il bilancio a pareggio, senza tener conto degli ingenti costi di manutenzione. I biglietti nel 2016 hanno coperto appena il 10% dei costi, sempre senza tener conto della manutenzione. Del resto, la vecchia Calalzo-Cortina-Dobbiaco venne chiusa, più di cinquant’anni fa, proprio a causa dei costi insostenibili. Insomma, anche ammettendo di trovare i fondi per costruire il Treno delle Dolomiti, rischiamo poi di non sostenerne i costi di gestione. Un po’come accade per molte stradine delle nostre montagne, che dopo essere state aggiustate, asfaltate e inaugurate, vanno un po’ alla volta in malora, perché non sono stati stanziati fondi stabili e costanti per la loro manutenzione.

In secondo luogo, i treni nel territorio montano non sono in grado di sostituire i bus, che raggiungono le popolazioni anche nelle frazioni più remote. Anche nel percorso di fondovalle, poiché non si possono ovviamente mettere stazioni ogni chilometro, è necessario accostare alla linea ferroviaria linee parallele di bus che percorrono le statali e si insinuano nei centri storici. Quindi, i costi del treno si assommerebbero a quelli dei bus. I treni sono un’ottima cosa, ma riescono a sostituire i bus, senza costare una marea di soldi, solo se collegano fra loro centri molto popolosi. Non è certo il caso dei paesi del Cadore.

Infine, è un’illusione pensare che il Treno delle Dolomiti possa risolvere il problema della viabilità delle valli dell’Ansiei o del Boite. In Pusteria, ad esempio, solo una minima parte dei turisti e dei residenti viaggia in treno. I problemi di viabilità sono stati (quasi tutti) risolti costruendo le circonvallazioni di tutti i paesi, e oggi si viaggia da Bressanone al confine austriaco senza passare per un solo centro storico.

Il treno rischia di essere l’ennesima illusione per le comunità cadorine. Lavoriamo piuttosto su quattro punti fondamentali: (1) eliminiamo i “buchi neri” della viabilità, mediante circonvallazioni e svincoli, in particolare togliendo l’imbuto di Longarone. Seguiamo il modello Pusteria, come si sta iniziando a fare grazie ai fondi per Cortina 2021; (2) intensifichiamo il servizio bus, cadenzando meglio le corse e sostituendo, un po’ alla volta, i mezzi più inquinanti con veicoli a basso impatto, come quelli a metano, che possono inquinare anche meno dei treni a trazione elettrica; (3) curiamo meglio la manutenzione delle strade, e quando ne costruiamo una, mettiamo già da parte i soldi per la sua gestione negli anni a venire; (4) diamo assoluta priorità agli interventi di messa a riparo dai rischi di frane, smottamenti e allagamenti. Se devo scegliere, non ho alcun dubbio: meglio mettere in sicurezza definitiva la frana di Acquabona a Cortina, costruire la galleria di Coltrondo in Comelico, rendere agibile per tutto l’anno la strada della Val Visdende, e intervenire sugli altri decine e decine di punti di dissesto idro-geologico. Queste sono le vere priorità di viabilità del Cadore. Le ipotesi ferroviarie sono solo specchietti per le allodol

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No alla Violenza!

NoViolenzaDonne-Al-RisparmioLa signora Maria Archetta Mennella, di Musile di Piave (VE) è stata uccisa a coltellate dall’ex-marito, che non accettava la fine della relazione. Anche se era già stata minacciata col coltello – a quanto mi consta dalle informazioni che ho raccolto – non si era mai rivolta alle forze dell’ordine né a un Centro Antiviolenza. Eppure nel suo Comune c’è uno sportello apposito. Purtroppo, questo non è affatto un caso isolato.

E’ una questione di educazione. Fin da piccoli, ragazzi e ragazze vanno educati a non considerare neppure la possibilità che la violenza sia un modo possibile di risolvere le controversie inter-personali. E vanno educati a saper accettare dei no, anche se questi provocano sofferenza.

C’è poi un secondo punto. Le donne e tutti quelli che le incontrano (medici al pronto soccorso, insegnanti a scuola, amiche e parenti…) debbono sapere che è un grave errore sottovalutare l’escalation che porta alla violenza. Non va bene dire “beh dai, è stato solo un momento, passerà”. Bisogna invece farsi aiutare, e spingere la donna a farsi aiutare. I Centri Antiviolenza sono lì apposta, favoriscono anche – se necessario – un’approccio meno duro con le forze dell’ordine o con la magistratura.

Infine, anche gli uomini dovrebbero imparare a farsi aiutare. Le spire della violenza e della perdita di controllo non sono un destino ineluttabile. Si può uscirne, ma è difficile farlo da soli. Anche per questo i Centri Antiviolenza possono dare una mano preziosa, e in giro per l’Italia sono nati gruppi di auto-aiuto per uomini maltrattanti.

La violenza si combatte da più fronti. L’importante è comprendere che dalla violenza è difficile uscirne da soli.

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Brevi riflessioni pratiche su quanto si muove nel centrosinistra

keep the gears
Cari Amici

La differenza fondamentale fra le elezioni amministrative e le elezioni politiche che ci attendono fra qualche mese è il diverso sistema elettorale. Con il metodo proporzionale – che vedo molto difficile riuscire a cambiare – ogni soggetto politico sarà tentato a correre per conto suo, perché raggiungere il 3% alla Camera non è un miraggio per nessuno.

Quindi ognuno tenerà di mettere in luce le sue specificità. E quelle che sono venute fuori in Piazza Santi Apostoli mi sembrano un po’ fiacche… Vedo – inoltre – che Sinistra Italiana di Fratoianni e i comitati del NO di Roma già si sono smarcati da Pisapia (che non a caso ha votato SI al referendum, come il nostro Lorenzoni, che aveva firmato anche l’appello dei professori per il SI). E che Pisapia ha usato toni ben diversi da quelli di Bersani e Dalema, senza farsi ingabbiare dallì’anti-renzismo a prescindere. Vediamo che accadrà nelle prossime settimane…

Dopo di che spero si inizierà a parlare di cose concrete. Dovranno spiegarci cosa hanno in mente per il futuro del paese. Per ora vedo solo NO (ad esempio all’articolo 18 e alla buona scuola) e silenzio assoluto sulle politiche industriali.

Dimenticando il rilancio dell’industria manifatturiera perseguito in questi anni, l’abbattimento del precariato nella scuola, l’immissione a ruolo di decine di migliaia di giovani, e – nel corso dell’ultimo anno – (dati Istat): 300 mila posti di lavoro creati,
senza alcun incentivo all’assunzione, disoccupazione calata di 0.5 punti, l’incremento del PIL annuo che toccato l’1.2% (20 miliardi in più, 300 euro a italiano), la produzione industriale cresciuta del 2%.

Si dimentica anche che nel corso dell’ultimo triennio le disuguaglianze e la povertà sono diminuite. Scrive l’Istat: “Le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva) hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2 al 18,4%)”. Si può fare di meglio? Certo, in particolare bisogna puntare sui giovani, sui disoccupati adulti, sulle famiglie con figli, sul Mezzogiorno. Ma dire – come Bersani – che il governo Renzi a tolto ai poveri per dare ai ricchi, ossia che ha fatto politiche di destra è semplicemente falso, come mostrato dai dati.

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I profughi ad Abano Terme

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Ho sostenuto l’elezione ad Abano del sindaco Barbierato. Ma quanto afferma oggi sul mattino di Padova è profondamente sbagliato. Non è vero che l’economia di Abano è incompatibile con l’arrivo di qualche richiedente asilo, come dimostra ciò che sta accadendo a Montegrotto, che ha recentemente avviato un progetto SPRAR, accogliendo 14 richiedenti asilo, che – ovviamente – non impattano per nulla con l’economia termale.
Pienamente d’accordo nell’opporsi ai profughi concentrati nelle caserme: è negativo sia per loro sia per la popolazione. Ma credo che anche Abano debba fare la sua parte, evitando di lasciare sugli altri comuni – in primis su Bagnoli di Sopra – tutti gli oneri dell’accoglienza.

Caro sindaco Barbierato, finita la campagna elettorale, lasciamo da parte la propaganda e affrontiamo la responsabilità! Anche perché i comuni che attivano lo SPRAR hanno la garanzia di non avere altri richiedenti asilo nel loro territorio.

Il neo sindaco Barbierato conferma il “no” all’arrivo di migranti alla Terme. «Profughi incompatibili con l’economia di Abano» (dal mattino di Padova).

«Confermo quanto detto in campagna elettorale. Abano ha un’economia che va preservata e valorizzata quindi il nostro è un no all’arrivo dei migranti ad Abano»: sono parole chiare quelle pronunciate dal neo sindaco di Abano Federico Barbierato. Il primo cittadino non fa marcia indietro rispetto a quanto affermato durante la lunga campagna elettorale che domenica ha portato alla sua elezione proprio a scapito del comitato Abano dice No e del suo candidato Emanuele Boccardo. «La nostra città ha un’economia che va tutelata» spiega, «dobbiamo preservare al massimo la nostra città e dare ai nostri imprenditori e ai nostri cittadini risposte concrete e rassicuranti. Il nostro è un no secco agli hub e ai centri di accoglienza. Una città turistica come Abano ha delle caratteristiche che non si possono sposare assolutamente con l’arrivo di migranti» (…).

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“Porta espugnata, Ezzelino vinto”,

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Una scritta a Padova, sulla duecentesca porta Altinate dice: a ricordo dell’impresa bellica del 1256, quando il tiranno Ezzelino venne rispedito dalle parti di Bassano, e Padova fu restituita alle sue libertà comunali. Il 25 giugno Padova ha ripreso in mano il suo destino, senza scontri bellici, chiudendo la parentesi di Massimo Bitonci, rispedito a Cittadella dopo una lotta all’ultimo voto e una campagna elettorale estenuante e senza esclusione di colpi. Dopo aver stappato lo spumante e brindato al nuovo inizio, conviene però svolgere qualche considerazione più generale, per partire con il piede giusto per i prossimi cinque anni.

I quotidiani nazionali scrivono che Padova è fra i pochi capoluoghi del Centro Nord dove il centrosinistra è riuscito a battere la coalizione Lega – Forza Italia. In realtà non è andata proprio così. A Padova ha vinto una specie di Comitato di Liberazione Nazionale, dove tutte le forze ostili a Bitonci sono riuscite a coalizzarsi assieme, con l’esclusione dei Cinque Stelle, che hanno però ricoperto un ruolo politicamente e numericamente marginale. La notte del 25 giugno in piazza stavano fianco a fianco persone che per gli ultimi trent’anni (e anche più) sono stati avversari politici anche feroci. Proprio come accadde quando Togliatti tornò in Italia all’inizio del 1944, e i comunisti iniziarono a combattere e a governare a fianco di Badoglio, che fino a poche settimane prima li aveva incarcerati e perseguitati, nel supremo interesse della nazione. Come è stato possibile questo miracolo? Credo che il successo sia dovuto a due fattori, il primo politico, il secondo personale.

Politicamente, c’è stata la convergenza virtuosa e quasi miracolosa di cinque diverse strategie. Il PD ha avuto il coraggio e la determinazione di aprire al Centro e alla Destra cittadina antibitonciana, affrontando per questo anche scissioni e mal di pancia interni più o meno silenziosi, e puntando su un candidato civico potenzialmente votabile da un ampio schieramento, ma estraneo alla tradizione di sinistra. I militanti e gli organi del PD sono riusciti a perseguire con coerenza questa rischiosa strategia, mettendo anche a servizio dell’operazione tutte le capacità organizzative e di mobilitazione, anche di forze giovanili. Il Centro Destra antibitonciano ha accettato il rischio di questa operazione politica, pagando in termini di voti, ma perseguendo una strategia coerente e pragmatica. Anche MDP con Zanonato ha mantenuto la barra dritta, mantenendo l’appoggio dato fin dall’inizio a Sergio Giordani, quando la scissione era ancora al di là da venire. Coalizione Civica è riuscita finalmente a dare uno sbocco di governo a un percorso di partecipazione, che iniziò più di un decennio fa, ai tempi dell’assessore Scortegagna, passando per l’esperienza di Padova 2020. Alimentandosi di diverse culture politiche – fra cui va citato almeno l’ambientalismo di governo della vivace Lega Ambiente padovana – Coalizione Civica ha avuto la forza di mettere in campo strumenti decisionali non banali, che sono riusciti a coinvolgere assieme vecchi militanti delusi e giovani finora estranei alla politica. Infine le forze della sinistra “estrema” tradizionale, aderendo al progetto di Coalizione Civica, sono riuscite a passare dalla denuncia fine a se stessa alla mediazione, sempre necessaria se si vuole provare a governare.

Queste variegate e complesse strategie politiche non sarebbero giunte a nulla se non avessero potuto giovarsi di due personalità, che sono riuscite a parlare agli elettori, esaltando gli elementi di convergenza e mettendo in secondo piano le differenze. Nell’insegna del civismo, Giordani e Lorenzoni hanno saputo suscitare speranze ed entusiasmi dimenticati. Ha senza dubbio giovato la loro estraneità alla “politica politicante”, che non vuol dire però mancanza di impegno civico e di esperienza professionale. Nelle due settimane precedenti il ballottaggio, Giordani e Lorenzoni hanno fatto il miracolo di contrastare la martellante propaganda di Bitonci, tutta basata sul mettere in evidenza le ipotetiche contraddizioni interne allo schieramento avversario, mostrando anche fisicamente – apparendo assieme a tutti gli eventi pubblici – la loro unità d’intenti, e mettendo in luce le parti di programma comuni agli due schieramenti.

Da questa lettura dei fatti scaturiscono due suggerimenti per il futuro. Il primo è per i Partiti e i Movimenti che hanno sostenuto Giordani e Lorenzoni. Poiché il lieto fine di questa vicenda è legato indissolubilmente al contributo di questi due nuovi protagonisti della vita politica di Padova, specialmente alla loro capacità di presa diretta con gli elettori, conviene lasciarli lavorare con grande autonomia. Più esplicitamente, siano loro a definire la giunta e gli altri organi di governo della città e a impostare la realizzazione del programma di governo. I Partiti e i Movimenti che li hanno sostenuti continuino a farlo, con lealtà e senza temere di manifestare il dissenso. Ma non pongano veti né impongano uomini.

Il secondo suggerimento è per Giordani e Lorenzoni. Questa vicenda si è conclusa bene anche grazie a mobilitazioni straordinarie, che hanno avvicinato molte persone alla politica e risuscitato vecchi e sopiti entusiasmi. Si realizzi quindi subito quella parte del programma che prevede, nei quartieri e nei rioni, nuovi strumenti di partecipazione. Bisogna creare assemblee permanenti, dove gli eletti possano mantenere, in modo strutturato, un filo diretto con gli elettori. Ma debbono essere organi che contano, nel senso che le loro deliberazioni e i loro suggerimenti debbono trovare effettiva rilevanza nella costruzione delle decisioni amministrative.

Buon lavoro a Sergio Giordani, ad Arturo Lorenzoni, al rinnovatissimo consiglio comunale, alla nuova giunta e a tutti i nuovi organi di governo. Perché una storia strana – nata nel contrasto a uno stile di governo incompatibile con le tradizioni democratiche di Padova – possa diventare il punto di inizio di una sua rinascita economica, amministrativa e culturale.

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La cittadinanza per gli stranieri

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Cari amici

Scrivo questo articolo per contestualizzare la legge sulla cittadinanza per i giovani stranieri, attualmente in discussione al Senato.

Ora: secondo la legge 91/1992, lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. È una delle leggi più restrittive d’Europa. Per non parlare di paesi come USA e Brasile, dove la cittadinanza si acquisisce, automaticamente, con la nascita.

La legge 91/1992 viene modificata per accelerare la concessione della cittadinanza ai bambini e ai giovani secondo due diverse procedure.

– Primo canale: ius soli temperato.

La cittadinanza italiana può essere concessa al nato in Italia con almeno un genitore con permesso di soggiorno permanente (che si ottiene dopo almeno 5 anni di soggiorno continuativo).

– Secondo canale: ius culturae, secondo due modalità

La cittadinanza italiana può essere concessa:

1. al minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro i 12 anni che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo.

– Esempio 1: bambino entrato a 3 anni, che completa con successo il ciclo elementare, può ottenere la cittadinanza a 10 anni, dopo aver finito le elementari.
– Esempio 2: bambino entrato a 8 anni, che frequenta regolarmente le scuole, può ottenere la cittadinanza a 13 anni.

2. allo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale»;

– Esempio. Un ragazzo entra in Italia a 16 anni, frequenta un corso triennale di formazione professionale e consegue il titolo a 20 anni, può ottenere la cittadinanza a 22 anni.

Con queste regole, l’Italia si allinea – con alcune sfumature – alla legislazione attualmente vigente nei grandi paesi dell’Europa occidentale: Francia, Germania, UK, Spagna.

Alcuni miti da sfatare.

Non è vero che la cittadinanza verrà concessa in modo incondizionato. Anche per le fattispecie previste da questo ddl resta in vigore il comma 1 dell’articolo 6 della legge 91/1992, secondo cui precludono l’acquisto della cittadinanza:

a) la condanna per uno dei delitti previsti nel libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale;

b) la condanna per un delitto non colposo per il quale la legge preveda una pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione; ovvero la condanna per un reato non politico ad una pena detentiva superiore ad un anno da parte di una autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza sia stata riconosciuta in Italia;

c) la sussistenza, nel caso specifico, di comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica.

Ovviamente ciò avrà poca rilevanza per i bambini, ma potrà averne molta per l’acquisizione della cittadinanza di adolescenti e maggiorenni grazie al conseguimento di un titolo di studio.

Inoltre, sempre alla luce della legge 91/1992, la cittadinanza viene in ogni caso concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell’interno, ossia con una procedura che rende effettivi i controlli.

Non è vero che i genitori stranieri acquisiscono automaticamente la cittadinanza una volta che il figlio l’ha ottenuta. Infatti l’Art. 14 della citata legge 91/1992 recita:
1. I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana (…)
ma non si dice nulla sul caso opposto! Quindi per gli adulti resta il requisito di 10 anni di permanenza continuativa, oltre ai requisiti del comma 1 dell’articolo 6 (no condanne e no rischio per l’ordine pubblico).

Considerazioni conclusive

Negli ultimi anni è molto cresciuto il numero di stranieri che ha ottenuto la cittadinanza italiana (202 mila nel solo 2016). Molti sono minori, che l’hanno ottenuta grazie all’appena citato art. 14 della legge 91/1992. Perché c’è bisogno di queste nuove disposizioni?

1. Perché si sono accumulati moltissimi adolescenti “italiani senza cittadinanza”. Si sentono italiani, parlano spesso solo l’italiano, non hanno praticamente contatti con il loro paese di origine. La cittadinanza è una cosa seria, e proprio per questo non è bene la mancata coincidenza fra status di fatto e status giuridico;

2. Perché la condizione di straniero dà al giovane tutta una serie di seccature e di limitazioni. Ad esempio per andare all’estero (gite scolastiche …). Inoltre il giovane deve rinnovare ogni anno il suo permesso di soggiorno, con la relativa perdita di tempo e di denaro;

3. Perché l’appesantimento burocratico per le questure è enorme. La legge del 1992 è stata scritta quando i minori stranieri in Italia erano un numero minimo rispetto a oggi …

Un’ultima cosa. La propaganda contraria a questa legge dice che – concedendo con più larghezza la cittadinanza ai bambini e ai giovani – acceleriamo in modo artificiale il processo di integrazione, costruendo integrazione posticcia, addirittura rischiosa, evocando spettri terroristici. In realtà, tutto fa pensare che con questa legge si favorisca l’integrazione vera, perché la cittadinanza non viene affatto concessa in modo incondizionato. Non si tratta affatto di uno ius soli simile a quello degli USA o del Brasile.

Va infatti ribadito che con questa legge la cittadinanza NON viene concessa …

– A chi nasce in Italia “per caso”: quindi non viene concessa ai figli partoriti dalle donne appena arrivate sui barconi;

– ai bambini appena arrivati (sui barconi o in altro modo);

– ai giovani ritenuti pericoloso per la sicurezza pubblica;

– ai nati di genitori che non lavorano (condizione necessaria per il permesso di soggiorno permanente);

– al giovane che non frequenta con profitto la scuola;

– se il giovane e/o i suoi genitori non sono in Italia da almeno cinque/sei anni

Insomma, questa è una legge equilibrata. Che accelera l’integrazione vera, dei figli di chi sta in Italia per lavorare e di chi in Italia studia con profitto. I tempi e i modi di concessione della cittadinanza sono tali da garantire che ciò accada.

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