La cittadinanza per gli stranieri

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Cari amici

Scrivo questo articolo per contestualizzare la legge sulla cittadinanza per i giovani stranieri, attualmente in discussione al Senato.

Ora: secondo la legge 91/1992, lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. È una delle leggi più restrittive d’Europa. Per non parlare di paesi come USA e Brasile, dove la cittadinanza si acquisisce, automaticamente, con la nascita.

La legge 91/1992 viene modificata per accelerare la concessione della cittadinanza ai bambini e ai giovani secondo due diverse procedure.

– Primo canale: ius soli temperato.

La cittadinanza italiana può essere concessa al nato in Italia con almeno un genitore con permesso di soggiorno permanente (che si ottiene dopo almeno 5 anni di soggiorno continuativo).

– Secondo canale: ius culturae, secondo due modalità

La cittadinanza italiana può essere concessa:

1. al minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro i 12 anni che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo.

– Esempio 1: bambino entrato a 3 anni, che completa con successo il ciclo elementare, può ottenere la cittadinanza a 10 anni, dopo aver finito le elementari.
– Esempio 2: bambino entrato a 8 anni, che frequenta regolarmente le scuole, può ottenere la cittadinanza a 13 anni.

2. allo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale»;

– Esempio. Un ragazzo entra in Italia a 16 anni, frequenta un corso triennale di formazione professionale e consegue il titolo a 20 anni, può ottenere la cittadinanza a 22 anni.

Con queste regole, l’Italia si allinea – con alcune sfumature – alla legislazione attualmente vigente nei grandi paesi dell’Europa occidentale: Francia, Germania, UK, Spagna.

Alcuni miti da sfatare.

Non è vero che la cittadinanza verrà concessa in modo incondizionato. Anche per le fattispecie previste da questo ddl resta in vigore il comma 1 dell’articolo 6 della legge 91/1992, secondo cui precludono l’acquisto della cittadinanza:

a) la condanna per uno dei delitti previsti nel libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale;

b) la condanna per un delitto non colposo per il quale la legge preveda una pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione; ovvero la condanna per un reato non politico ad una pena detentiva superiore ad un anno da parte di una autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza sia stata riconosciuta in Italia;

c) la sussistenza, nel caso specifico, di comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica.

Ovviamente ciò avrà poca rilevanza per i bambini, ma potrà averne molta per l’acquisizione della cittadinanza di adolescenti e maggiorenni grazie al conseguimento di un titolo di studio.

Inoltre, sempre alla luce della legge 91/1992, la cittadinanza viene in ogni caso concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell’interno, ossia con una procedura che rende effettivi i controlli.

Non è vero che i genitori stranieri acquisiscono automaticamente la cittadinanza una volta che il figlio l’ha ottenuta. Infatti l’Art. 14 della citata legge 91/1992 recita:
1. I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana (…)
ma non si dice nulla sul caso opposto! Quindi per gli adulti resta il requisito di 10 anni di permanenza continuativa, oltre ai requisiti del comma 1 dell’articolo 6 (no condanne e no rischio per l’ordine pubblico).

Considerazioni conclusive

Negli ultimi anni è molto cresciuto il numero di stranieri che ha ottenuto la cittadinanza italiana (202 mila nel solo 2016). Molti sono minori, che l’hanno ottenuta grazie all’appena citato art. 14 della legge 91/1992. Perché c’è bisogno di queste nuove disposizioni?

1. Perché si sono accumulati moltissimi adolescenti “italiani senza cittadinanza”. Si sentono italiani, parlano spesso solo l’italiano, non hanno praticamente contatti con il loro paese di origine. La cittadinanza è una cosa seria, e proprio per questo non è bene la mancata coincidenza fra status di fatto e status giuridico;

2. Perché la condizione di straniero dà al giovane tutta una serie di seccature e di limitazioni. Ad esempio per andare all’estero (gite scolastiche …). Inoltre il giovane deve rinnovare ogni anno il suo permesso di soggiorno, con la relativa perdita di tempo e di denaro;

3. Perché l’appesantimento burocratico per le questure è enorme. La legge del 1992 è stata scritta quando i minori stranieri in Italia erano un numero minimo rispetto a oggi …

Un’ultima cosa. La propaganda contraria a questa legge dice che – concedendo con più larghezza la cittadinanza ai bambini e ai giovani – acceleriamo in modo artificiale il processo di integrazione, costruendo integrazione posticcia, addirittura rischiosa, evocando spettri terroristici. In realtà, tutto fa pensare che con questa legge si favorisca l’integrazione vera, perché la cittadinanza non viene affatto concessa in modo incondizionato. Non si tratta affatto di uno ius soli simile a quello degli USA o del Brasile.

Va infatti ribadito che con questa legge la cittadinanza NON viene concessa …

– A chi nasce in Italia “per caso”: quindi non viene concessa ai figli partoriti dalle donne appena arrivate sui barconi;

– ai bambini appena arrivati (sui barconi o in altro modo);

– ai giovani ritenuti pericoloso per la sicurezza pubblica;

– ai nati di genitori che non lavorano (condizione necessaria per il permesso di soggiorno permanente);

– al giovane che non frequenta con profitto la scuola;

– se il giovane e/o i suoi genitori non sono in Italia da almeno cinque/sei anni

Insomma, questa è una legge equilibrata. Che accelera l’integrazione vera, dei figli di chi sta in Italia per lavorare e di chi in Italia studia con profitto. I tempi e i modi di concessione della cittadinanza sono tali da garantire che ciò accada.

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I Vaccini

Mie riflessioni sui vaccini.

La Regione Veneto ha fatto molto, e sulla sua responsabilità  vaccinale non si discute. È stata ad esempio proprio la Regione Veneto a segnalare all’ordine il dottor Gava, antivax, poi radiato. A mio avviso, tuttavia, l’obbligo è uno strumento in più per mettere meglio i genitori davanti alla loro responsabilità , e garantisce i bambini – non solo i bambini – contro cadute di copertura ora poco prevedibili, magari determinate da fake news, come avvenuto in giro per il mondo.

Zaia è stato astuto a cavalcare l’onda antivax, perché può vantare buoni risultati con l’arma della persuasione. Ma l’idea della Feroce Roma che impone obblighi è una caricatura della realtà , perché sono state proprio altre regioni, e non certo le più malmesse dal punto di vista sanitario, tipo Toscana ed Emilia, a spingere per l’obbligo. Chi ci garantisce da future cadute, magari locali, come quella del Bassanese per il morbillo?

Dopo di che parti del decreto andrebbero migliorate, e credo lo faremo, in particolare: rilassando le procedure nel tempo per permettere alle regioni di adeguarsi; aggiungendo soldi per la buona propaganda scientifica pro-vaccini (200 mila euro sono ridicoli); estendendo l’obbligo al personale sanitario e scolastico.

Continuerò a monitorare il lavoro in Senato e a partecipare in modo attivo all’attività  legislativa sul tema. Vi terrò aggiornati.

 

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Il mercato del lavoro

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Nel corso dell’ultimo anno, il tasso di occupazione è aumentato in tutte le classi di età, finalmente in modo consistente anche fra i giovani (ma non ancora fra i giovanissimi, che però oggi sono una porzione numericamente marginale del mondo del lavoro).

Continuano ad aumentare anche i lavoratori con più di 50 anni, che per la prima volta nella storia del nostro paese sono più di otto milioni, addirittura due terzi in più rispetto al 2004. I tassi di occupazione dei lavoratori maturi italiani avvicinano ormai quelli dei paesi del centro e del nord Europa, grazie all’accelerazione legata alla riforma Fornero del 2011.

Parallelamente, diminuiscono anche i disoccupati, scesi sotto i due milioni e 800 mila, mezzo milione in meno in tre anni, 177 mila in meno rispetto a un anno fa. Anche il tasso di disoccupazione, nel corso dell’ultimo anno, è diminuito sensibilmente per i giovani e per gli adulti, rimanendo costante – ma su livelli contenuti – solo fra gli over 50.

Nell’aprile 2017 il tasso di disoccupazione degli under 25 è del 34%: un livello ancora inaccettabile, ma inferiore di tre punti rispetto all’anno scorso, dieci punti in meno rispetto all’aprile del 2014.

Questi dati hanno stupito favorevolmente gli economisti, che non si aspettavano questa accelerazione di inizio 2017. Tuttavia la crisi non è certo passata e siamo ancora lontanissimi dalla piena occupazione. I tassi di occupazione degli uomini giovani e adulti sono ancora assai inferiori rispetto a prima della crisi, mentre il tasso di occupazione delle donne – sia pure in crescita anche nell’ultimo decennio – è ancora fra i più bassi d’Europa.

Come ha suggerito proprio ieri il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle sue “Considerazioni finali”, bisogna continuare a lavorare su diversi fronti: incrementare la produttività del lavoro, aumentare la qualità del capitale umano, migliorare le connessioni fra formazione e lavoro, premere l’acceleratore sulle politiche attive del lavoro, sostenere gli investimenti pubblici e privati, ridurre la spesa pubblica improduttiva, diminuire la tassazione per le imprese e il cuneo fiscale…

Un’agenda impegnativa per la prossima legislatura. Solo così l’Italia tornerà ad essere un paese attrattivo per i giovani italiani e stranieri, e la rondine del lavoro italiano di aprile 2017 potrà diventare una duratura primavera.

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L’ospedale di Padova

ospedaleCari amici,

ecco alcune riflessioni sulla spinosa questione dell’ospedale patavino.

I risultati di un sondaggio naïf organizzato da Coalizione Civica corrispondono a quelli di altri sondaggi statisticamente rappresentativi: 6-7 padovani su 10 non vogliono che l’ospedale venga spostato.

Il problema del nuovo su vecchio – preferito anche da Giordani – è di 4 tipi: costa di più che costruire su terreno vergine; non dispone di parcheggi sufficienti; esige spostamenti complessi di reparti per fare i lavori; esige tempi maggiori.

Tuttavia ci sono anche vantaggi: ad esempio, non porta a nuovo consumo del suolo, non lascia un enorme buco in mezzo alla città – tipo seminario di Tencarola – e permette di mantenere l’ospedale in mezzo ai dipartimenti universitari medici, ai negozi medicali e agli alberghi dove ora vanno i parenti dei malati che vengono da fuori (e sono tanti). Inoltre, ciò che si fa ora con la pediatria ci fa capire che lavorando sul verticale (8 piani) si possono recuperare spazi molto consistenti e con costi e disagi non enormi.  Inoltre l’Ulss provinciale ci fa intravedere altre possibilità: ad esempio spostare porzioni importanti di sanita’ a Camposampiero, che dista 15 minuti di treno dalla stazione centrale di Padova, ha un parcheggio immenso ed ora è sottoutilizzato pur avendo ottime strutture.

Non sono comunque dell’idea che la vox populi debba essere la stella polare delle decisioni politiche, altrimenti basterebbe fare sindaco un bravo sondaggista…

Tuttavia, interventi così importanti come tram, ospedale etc. dovrebbero essere preceduti da ampie consultazioni pubbliche, con la possibilità di espressione degli esperti di diverso orientamento, con il coinvolgimento di operatori, dei residenti etc.

Poi le decisioni vanno prese da chi è stato democraticamente eletto. Mi pare che sull’ospedale ora le cose siano un po’ diverse rispetto a quattro o più anni fa, quando si prese la decisione di Padova Ovest. C’è l’Ulss unica, c’è l’intervento poderoso deciso su pediatria (e non solo), c’è – aggiungo – una Università che già con l’assetto attuale ha scoperto di avere la maggior parte dei Dipartimenti di Medicina ai vertici di qualità nazionali (surclassando Verona…).

C’è anche un paese che si è accorto della opportunità di accantonare progetti faraonici. Ci siamo accorti che alcuni progetti che sembravano inevitabili, possono portare agli stessi risultati spendendo la metà (vedi ad esempio come è stato rivisto il passaggio ferroviari dell’alta velocità a Vicenza). Quest’ultima tendenza già si manifestò quando ero preside, qualche anno fa: ricordo il Senato accademico dove il rettore fu rapidamente costretto ad accantonare un progetto per PD Ovest da più di un miliardo di euro… C’è anche la constatazione dell’affaticamento – per onerosità – di molti project financing nella sanità (e non solo). E si potrebbe continuare.

Davanti a tutto ciò, la proposta di Giordani e Lorenzoni di una riflessione seria sul nuovo ospedale mi sembra doverosa. Nessuno dei due scarta a priori l’ipotesi di un nuovo polo sanitario (anche perché la decisione non spetta solo al Comune). Ma giustamente entrambi chiedono un supplemento di riflessione, con modi e tempi che saranno decisi dalla nuova giunta. Entrambi sono giunti a questa proposta non solo conoscendo l’avversione della maggioraza dei padovani per lo spostamento dell’ospedale, ma consultando fior di esperti. Mi sembra la scelta più razionale e sensata.

Con questo non voglio dire che la proposta di PD Ovest sia stata una sciocchezza (come è invece a mio avviso PD Est…). Tutt’altro. Solo che quel treno l’abbiamo perso. E quando si perde il treno, il viaggio va riprogrammato, tenendo conto delle nuove circostanze.

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Il consorzio di bonifica Brenta

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Incontro con Enzo Sonza, Presidente del Consorzio di Bonifica Pedemontano Brenta, e con il vice-presidente Renzo Bergamin

Ci siamo soffermati su alcuni temi di estrema attualità legati fondamentalmente alla risorsa idrica, al suo utilizzo e alla sua gestione. Negli ultimi anni per vari motivi (frequenti scavi nel Brenta, cambiamenti climatici, utilizzo della risorsa acqua diversificato, ecc) la quantità di acqua a disposizione del Consorzio per i fini statutari si è ridotta. Si pensi che il letto del fiume Brenta si è abbassato anche di 7-8 m in alcuni punti, e di comseguenza le opere di derivazione non ricevono più acqua dal fiume. Inoltre le falde negli ultimi 4 anni hanno avuto un abbassamento di circa 3 m. Il Consorzio, ai fini irrigui, attinge acqua sia dal Brenta che dal lago del Corlo, dal quale a partire dal 1° di luglio può attingere ca 20 mln di mc di acqua, pari a ca 20 gg utili di irrigazione. Troppo poco, se oltretutto il periodo è siccitoso, come quello di quest’anno. 

Le ultime opere nel Medio-Brenta di una certa rilevanza sono state eseguite ca 60 anni fa. Ora sarebbero essenziali due grandi interventi: la realizzazione dell’invaso del Vanoi (in Trentino Alto Adige), già presente fra le proposte nella commissione Marchi di fine anni ’60, e il Progetto Democrito – di ricarica della falda – mplementare e compensativo
della realizzazione dei nuovi pozzi a Carmignano di Brenta.

In entrambi i casi la situazione è in stallo, o per motivi di competenza territoriale o per motivi economici.

Ben venga quindi il progetto di ricarica della falda da parte del Consorzio (in zona Rosà) che verrà presentato al “Piano Irriguo Nazionale”, che assieme alla miglior definizione e presentazione del Progetto Democrito potrebbe far arrivare nel Veneto le risorse necessarie a risolvere situazioni che da troppo tempo sono ferme.

Cercherò, da Roma, di spingere affinché queste due opere possano entrare nell’orizzonte delle cose possibili.

La mia impressione è di avere incontrato gente competente e appassionata, che lavora lontano dalle luci della ribalta, per il bene dei cittadini, che però si sente lascita sola dalla Regione e dallo Stato.

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La proposta di Renzi

img_9125Cari amici

Ho partecipato ad alcune convenzioni dei circoli del PD, presentando la mozione Renzi. Il nostro punto di forza è che Renzi fa una proposta chiara: proseguire l’azione riformista del Governo grazie a una maggior spinta del partito, attenuando nel contempo la sua tendenza a personalizzazare l’azione politica. Perché un PD senza leadership forte non è in grado di opporsi efficacemente al populismo dei 5stelle (e alle nostre latitudini della Lega). Senza un PD forte con un leader forte, l’azione del governo è evidentemente indebolita: lo abbiamo visto – ad esempio – nella vicenda dei voucher, dove si è dovuto arrendersi al populismo della CGIL (come se abolire i voucher volesse dire abolire il precariato …) non avendo il governo la forza di sostenere un nuovo scontro referendario. 

La debolezza della mozione Orlando è triplice: propone il rilancio dell’Ulivo (alleanza a sx), dimenticando che l’Ulivo è stato distrutto prima dalle forze di sinistra settarie e poi da Dalema; propone il rilancio della collaborazione organica con la CGIL, dimenticando che la CGIL era schierata per il NO e ha sempre ostacolato l’azione del nostro governo; propone, infine, di separare il ruolo di segretario da quello di premier, dimenticando che nei partiti moderni dalle deboli ideologie e dalle deboli appartenenze, senza un leader è impossibile presentarsi con chiarezza agli elettori, e dimenticando che la debolezza di Prodi fu di non avere il controllo del partito (o dei partiti) che lo votavano.

Renzi ha mille difetti e ha fatto mille errori. A mio avviso il più grosso è stato quello di confondere la lealtà (un bene) con la fedeltà (un male). Il PD dovrà essere leale con il suo segretario, ma non dovrà essergli fedele. Essere leale vuol dire sostenerlo, ma intervenendo con franchezza ogni volta che qualcosa non va per il verso giusto. È questo che dovrebbero fare anche i circoli territoriali, sia nel rapporto con le amministrazioni locali, sia nel rapporto con il partito provinciale e nazionale. Inoltre, anche a livello locale va elaborata con più forza azione politica, captando ciò che accade nei territori, ascoltando tutti e parlando con tutti, in particolare con le associazioni organizzate e con i comitati. Trasformando le proteste in proposte grazie anche al contatto con gli eletti e con le istituzioni.

Molti interventi nelle convenzioni hanno lamentato la difficoltà di opporsi alla semplificazione del populismo imperante. Ma non ci sono alternative. È necessario costruire buona politica e buone proposte, spiegandole e mettendole in pratica. È necessaria anche molta formazione, da proporre ai giovani, ma non solo, perché il populismo germina sull’ignoranza.

Per me le convenzioni sono state un passaggio importante. Mi hanno mostrato il PD per quello che realmente è, ma anche per quello che può diventare. Con le sue forze e le sue debolezze. Un partito di gente che vuole provarci. Non bisogna mollare.

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Il mio stipendio

Di recente sono stati pubblicati i redditi dei parlamentari del 2015. Come gli altri anni, il mio imponibile è di circa 100 mila euro, equivalente a 5.000 euro netti al mese. È quello che effettivamente trattengo come mio stipendio, equivalente a quanto prendevo da professore, grazie anche a qualche consulenza e diritto di autore. Gli altri 9.000 euro al mese che prendo se sono presente in aula (e lo sono praticamente sempre) se ne vanno per pagare due collaboratori – ovviamente in regola – l’affitto delle due stanze dove vivo a Roma e il vitto a Roma, il partito (2.500 euro al mese), i contributi per la pensione come universitario. I 2.500 euro che avanzano vanno in beneficienza. Fin dall’inizio ho ritenuto giusto mantenere, da parlamentare, lo stesso tenore di vita di prima.

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