Referendum #bastaunsi

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Cari amici,

non perdiamo questa grande occasione per dare una svolta al nostro paese. Ecco alcuni spunti.

  • C’è una novità della riforma poco nota (nuovo comma dell’articolo 64) che dice che “i parlamentari hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e delle Commissioni”. Questo comma è indispensabile per poter commisurare il compenso alla presenza in aula. Oggi noi prendiamo 100 mila euro lordi l’anno anche se non Mettiamo mai piedi in Senato. Una cosa scandalosa. Ma oggi commisurare lo stipendio alla presenza non è possibile, perché l’assenza può essere considerata una scelta politica. La corte costituzionale potrebbe bocciare un simile cambiamento. Con la costituzione riformata non sarà più così. Quindi, se vogliamo mettere fine a questo scandalo, a persone pagate profumatamente per farsi gli affari propri, dobbiamo votare SI.
  • In molti incontri si/no che mi trovo ad affrontare, i miei competitori sostengono che la democrazia si oppone alla governabilità. Quindi, sostengono il sistema proporzionale, perché ogni cittadino potrebbe avere il rappresentante più vicino alle sue idee. In realtà, il proporzionale funzionava quando c’erano partiti forti. Ora con i partiti deboli e screditati, è necessario alle elezioni votare, più che per un partito, per un’ipotesi di governo, che diventerà opposizione in caso di sconfitta. Un sistema proporzionale potrà funzionare per il Senato, che non darà la fiducia al governo, ma non per la Camera, dove all’opposto dovranno contrapporsi forze con diversi programmi. Proprio come accade nei comuni dove, non a caso, ci sono pochissimi “cambi di casacca”. Anche se il presidente del consiglio sarà assai più debole del Sindaco, non avendo il potere di scioglimento della Camera. Sarà proprio un sistema maggioritario a far sì che siano proprio i cittadini a indicare da chi e come vogliono essere governati, mentre in un sistema proporzionale delegherebbero gli accordi ai partiti. Quindi, data l’attuale situazione storica e politica, un sistema maggioritario sarà molto più democratico di un sistema proporzionale.
  • I senatori consiglieri verranno scelti dai cittadini, i senatori sindaci verranno indicato dagli altri sindaci. Lo spiega bene il senatore Chiti, autore dell’emendamento che ha inserito questo fatto nella nuova Costituzione, e del ddl che disciplinerà l’elezione dei senatori, fatto proprio dal Partito Democratico. I senatori saranno scelti dai cittadini

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La povertà tra i minori

CatturaOggi i giornali riportano le stime di Save the Children per l’Italia: un minore su tre sarebbe a rischio di povertà. In realtà – per fortuna – le cose vanno meglio. La settimana scorsa l’Istat ha presentato in commissione Lavoro del Senato alcune stime molto accurate sulla povertà assoluta, definita come incapacità di provvedere ai bisogni di base (cibo, riscaldamento, abitazione). I minori poveri sono l’11% del totale, e questa % è molto diversa secondo alcune caratteristiche: 5% fra i minori italiani del Centro-nord, 11% fra i minori italiani del Sud, 43% fra i minori stranieri. Più del 40% dei minori poveri che vivono in Italia sono stranieri.

Complessivamente i minori poveri sono 1 milione e 100 mila: moltissimi, ma assai di meno dei 3 milioni e mezzo di Save the Children, che a mio avviso utilizzano una definizione troppo allargata di rischio di povertà.

Infine, l’incremento dei poveri si è arrestato nell’ultimo triennio, dopo essere fortemente aumentato nel triennio precedente, specialmente fra le famiglie con tre o più figli minori.

Vanno messe in atto misure più efficaci per il contrasto alla povertà assoluta, innanzitutto strumenti di inclusione attiva per il lavoro, ma anche misure direttamente connesse alla presenza di bambini.

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La classifiche delle scuole superiori: spunti e riflessioni

classe-banchi-vuoti-a-scuola-2Come accade ogni anno, nei giornali sono apparse le classifiche delle scuole superiori delle diverse città d’Italia – inclusa Padova – secondo la loro capacità di preparare gli studenti per l’Università per il mondo del lavoro. Questa operazione è meritoria, anche perché utilizza banche-dati ormai ben consolidate a livello nazionale.

Tuttavia, sarebbe sbagliato considerare queste classifiche come indici dell’efficacia delle diverse scuole. In altri termini, se un certo istituto arriva primo in classifica, non è detto che i suoi professori siano più bravi rispetto a quelli di una scuola che arriva all’ultimo posto. Infatti, gli indicatori utilizzati non tengono conto del livello degli studenti che si iscrivono alle diverse scuole. Se in una scuola superiore (chiamiamola di élite) si iscrivono quasi solo studenti con ottimi voti in terza media, e in un’altra (chiamiamola popolare) si iscrivono quasi solo studenti con risultati in terza media più modesti, è quasi inevitabile che nella scuola di élite i risultati finali siano migliori, a prescindere dal valore dei docenti. La bontà di una torta dipende sia dagli ingredienti sia dalla bravura del pasticcere.

Sarebbe quindi importante che i risultati di una scuola venissero valutati anche tenendo conto del livello scolastico dei giovani che si sono iscritti. Inoltre, ci sono altre variabili che possono influenzare i risultati scolastici, largamente indipendenti dal valore della scuola. Ad esempio, se nelle scuole di élite si iscrivono giovani di famiglie culturalmente ed economicamente più fornite, il lavoro degli insegnanti può essere fortemente agevolato. Insomma, guardiamo e utilizziamo le classifiche delle scuole, ma consideriamole per quello che sono: misure di performance finale degli istituti, e non misure dell’abilità e dell’impegno dei professori.

Un altro punto è molto importante per le famiglie che debbono scegliere la scuola superiore per i loro figli. Nell’orientare i ragazzi, teniamo conto del loro effettivo livello scolastico. Ho visto giovani schiantarsi davanti a scuole troppo difficili per loro, perdendo in autostima, sonno e salute. Ma ho visto anche ragazzi brillanti spegnersi e avvilirsi in percorsi scolastici per loro troppo facili.

Infine, va bene tener conto delle inclinazioni dei giovani, ma vanno considerate anche le effettive prospettive lavorative. Per questo ultimo aspetto le classifiche pubblicate sui giornali possono essere molto utili, anche se è difficile prevedere come sarà il mercato del lavoro fra cinque o dieci anni. In una narrazione pubblica un po’ ansiogena, che parla solo di disoccupazione giovanile e di emigrazione dei giovani, è consolante constatare che ci sono grandi scuole – fra quelle sondate: il Bernardi, il Marconi, il Severi, il Ruzza, il Pietro d’Abano, il Calvi e l’Einaudi – dove pochi mesi dopo il diploma più di due terzi dei diplomati, se non si iscrivono all’università, trovano lavoro.

Gianpiero Dalla Zuanna
Professore di Demografia e Senatore PD

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Imparare dalla Storia: Venezia

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Cari amici

In modo sguaiato si sta ricordando il congiungimento del Veneto con l’Italia del 1866. Riporto l’equilibrato intervento di Mattarella e provo a scrivere due riflessioni, più da studioso di quel periodo che da senatore. In primo luogo, erano anni in cui l’80% del popolo, analfabeta e miserrimo, praticamente non partecipava alla vita pubblica, ed era considerato buono solo per lavorare e morire in battaglia. Da questo punto di vista, chiamare il popolo (tutti i maschi adulti, senza differenza di censo) è una innovazione importante, anche se si trattò di un’operazione che oggi chiameremmo di propaganda, non paragonabile ai referendum democratici e liberi del dopoguerra. Erano anni in cui i territori passavano di mano con guerre di conquista, è il Veneto (con Friuli e Mantova) passarono all’Italia grazie alla vittoria dei Prussiani sugli Austriaci a Sadowa, malgrado i rovesci italiani a Custoza e a Lissa, veri incubi per i Savoia. In secondo luogo, nella prospettiva degli Stati-nazione dell’800, l’ingresso del Veneto in Italia e’ stato certamente un progresso, che ha permesso alle classi dirigenti della nostra regione di iniziare a contare qualcosa, mentre sotto l’Austria erano totalmente soggette al dominio di Vienna. Iniziarono ad esserci deputati e ministri veneti, e lentamente la nostra regione inizio’ ad integrarsi nel regno, anche se patì il confronto con le regioni più evolute economicamente, in primis la Lombardia. Dopo 50 anni, alla vigilia della prima guerra mondiale, il Veneto era la terza regione industriale del Paese. Il Veneto patì anche la sua sovrabbondanza demografica che, assieme all’arretratezza dell’agricoltura, generò le emigrazioni di massa del 1870-1914. Chiedersi se uno stato veneto sarebbe stato – in quegli anni – più favorevole alla condizione di vita delle classi popolari ha poco senso. Certamente, la classe aristocratica che aveva fatto grande la Serenissima si era dissolta, già fortemente indebolita nel corso del ‘700, a causa anche dell’incapacità di inglobare nel governo la sorgente borghesia e di aprirsi alle innovazioni. Per concludere, evitiamo di leggere il passato con le lenti di oggi, di qualsiasi lenti si tratti. Piuttosto, cerchiamo di fare tesoro degli insegnamenti che dalla Storia ci possono arrivare.

«Senza Venezia, identità d’Italia incompleta»

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Sulla questione della Caserma di San Siro di Bagnoli di Sopra

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Cari Amici

Ecco il mio intervento di fine seduta in Senato sulla problematica situazione della Caserma di San Siro di Bagnoli di Sopra, in provincia di Padova.

Nella grande caserma di Bagnoli di Sopra, in provincia da Padova, sono oggi ospitati, o sarebbe meglio dire ammassati, 850 richiedenti asilo. Giunge notizia che è in atto la ristrutturazione di un’altra palazzina, evidentemente per aumentare ancora il numero degli ospiti. Ogni volta che si ha notizia di nuovi sbarchi, i cittadini di Bagnoli sanno che, in capo a pochi giorni, arriveranno nuovi migranti. Malgrado l’amministrazione comunale di Bagnoli – un paese di tremila abitanti – abbia sempre cercato di collaborare al meglio con la prefettura, la situazione sta diventando insostenibile. Le pubbliche promesse del ministro Alfano di “svuotare” la caserma di Bagnoli finora non hanno avuto alcun seguito. Lo stesso dicasi per la caserma di Cona, un altro piccolo comune situato a pochi chilometri da Bagnoli, dove vivono 1.000 ospiti.

Il caso di Bagnoli è solo uno dei tanti esempi di abnormi concentrazioni di richiedenti asilo, che spesso restano in queste condizioni per mesi e mesi. Tali strutture andrebbero smantellate, senza se e senza ma. Perché sono mortificanti per i richiedenti asilo – che in tali strutture non possono vivere alcuna seria attività di integrazione – e perché suscitano grande inquietudine fra le popolazioni circostanti.

Va invece potenziata l’accoglienza diffusa, che si sta dimostrando in grado di garantire seri percorsi di integrazione, coinvolgendo in modo più diretto i Comuni, il terzo settore, i privati cittadini. Inoltre, vanno drasticamente accorciati gli iter burocratici lunghissimi per la concessione o il diniego dell’asilo: pur garantendo a ogni migrante il diritto di ricevere un giudizio equo, i tempi vanno limitati e le procedure snellite. È sbagliato, infine, un approccio assistenzialistico ai richiedenti asilo, che molti italiani in modesta condizione economica considerano come dei mantenuti, che godono di privilegi a loro negati. Per questi giovani andrebbero formulate ragionevoli proposte di lavoro, modificando a tal uopo l’attuale normativa.

L’Italia, lasciata sola dall’Europa, sta facendo un lavoro fantastico, salvando la vita a migliaia di persone che cercano di attraversare il Mediterraneo, addirittura 10 mila nei soli due giorni 4-5 ottobre. Non mortifichiamo questa grandiosa opera di salvataggio, gestendo male la fase successiva di valutazione e di integrazione. Dobbiamo voltare pagina, attuando politiche migratorie credibili agli occhi dei cittadini comuni, specialmente di quelli più poveri. Non lasciamo inoltre che i comuni, specialmente quelli piccoli, siano lasciati soli a portare pesi obbiettivamente insostenibili.

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Io, il Cav., il Referendum

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Cari Amici

vi consiglio di leggere questa intervista di ampio respiro al Presidente del consiglio Matteo Renzi.

Io, il Cav., il Referendum.

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No alla ghettizzazione

img_9228Sono contrario a concentrare i richiedenti asilo in grandi strutture: a Giarre di Abano, a Bagnoli, a Cona, a Foggia… ovunque. La vera soluzione rispettosa dei richiedenti asilo e delle popolazioni locali è l’accoglienza diffusa, che favorisce l’incontro fra le persone, la rapida integrazione dei richiedenti asilo, e combatte il razzismo.

Per onestà, si deve dire anche che la prefettura di Padova si è trovata costretta a fare alcune scelte di alta concentrazione a causa della ostilità sorda o manifesta di moltissimi sindaci e cittadini ad accogliere piccoli gruppi di richiedenti asilo nel loro territorio.

Abano, nell’amministrazione precedente, aveva in tutti i modi cercato di evitare di accogliere anche piccoli gruppi, al contrario di altri comuni della cintura padovana (come Rubano, Noventa, Cadoneghe, Torreglia) dove finora non è sorto alcun problema.

I richiedenti asilo ci accompagneranno anche nei prossimi anni, almeno fino a quando la situazione in Libia non si stabilizzerà. Non è quindi né coerente né razionale urlare contro le grandi concentrazioni ed essere contrari all’accoglienza diffusa.

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