Il sistema migrazioni in Italia

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Giovedì (12 Gennaio) sera assieme al collega Lepri ho incontrato il ministro Minniti, che faticosamente sta cercando di dare razionalità al sistema migrazioni in Italia.

Oggi a Torino presentiamo le proposte che il ministro ha fatto proprie: smantellamento delle grandi concentrazioni; spinta all’accoglienza diffusa dei richiedenti asilo, con maggior coinvolgimento diretto del terzo settore, anche per l’incremento dei lavori socialmente utili; spinta ai rimpatri assistiti per i richiedenti asilo la cui richiesta viene bocciata dalle commissioni territoriale, e più in generale per i migranti che hanno perso il lavoro, sul modello della Spagna. 

Apprezziamo poi il cambio di passo nei rapporti con la Libia e con gli stati con cui concordare rapporti di riammissione, oltre al potenziamento dei corridoi umanitari.

Abbiamo trovato grande attenzione e grande professionalità, da un ministro che è riuscito, dopo appena due settimane di governo, a diventare il più popolare dell’intero esecutivo.

Come sempre, noi ci siamo e daremo, da parlamentari, il nostro contributo. I cittadini valuteranno i fatti.

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Le prossime amministrative a Padova

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Nell’ampia discussione in vista delle nuove elezioni amministrative, mi sembra ancora trascurato il tema della Grande Padova. Eppure, tutte le scelte che attendono la nuova amministrazione rischiano di essere incomplete o addirittura sbagliate se non saranno prese in modo integrato con quelle delle amministrazioni dei comuni che compongono la vera area urbana della nostra città, di cui il comune capoluogo occupa solo il punto centrale.

Qualche dato per capirci meglio. I pendolari giornalieri in entrata verso il comune di Padova sono 180 mila (65mila studenti e 115 mila lavoratori, dato censimento ottobre 2011), a fronte di una popolazione residente di poco superiore a 200 mila unità. Se contiamo anche gli spostamenti turistici e quelli occasionali, ciò significa che ogni giorno lavorativo gravitano sul comune di Padova più di 400 mila persone. Purtroppo la maggioranza di questi spostamenti avviene utilizzando le automobili.

Ma questo dato – già di per sé impressionante – definisce solo una parte dei variegati contatti fra il comune di Padova e il suo hinterland. Pensiamo al pendolarismo sanitario, oltre a tutti gli spostamenti per motivi familiari: sono numerosissimi i padovani che hanno almeno un figlio, un genitore, un nonno o un fratello che vive nei comuni del circondario.

Comuni che ormai hanno confini indistinguibili rispetto a quelli del capoluogo: da tempo non c’è più campagna fra la Guizza e Albignasego, fra Voltabarozzo e Ponte San Nicolò, fra Altichiero, Limena e Vigodarzere, fra Chiesanuova e Rubano, fra Brusegana e Tencarola.

Una simile continuità urbana esigerebbe politiche sovraccomunali coerenti e integrate fra le varie entità amministrative. Ciò avviene effettivamente per i servizi socio-sanitari (grazie all’ULSS), per la gestione del rischio idraulico (grazie al Consorzio di Bonifica Bacchiglione-Brenta), per l’organizzazione scolastica superiore (grazie alla Provincia e alla Direzione scolastica provinciale). Ma non avviene o avviene in misura insufficiente per le materie di più stretta competenza dei Comuni.

I due casi più clamorosi e attuali per la nostra città sono il trasporto pubblico/privato e le scelte sull’ospedale. Il continuo sforamento dei valori di polveri sottili e di ozono sia a Padova sia nei comuni contermini è dovuto (anche) alla carenza di una gestione intercomunale dei trasporti pubblici, della mobilità ciclistica, della mobilità automobilistica privata, delle scelte urbanistiche residenziali, commerciali e produttive. Inoltre, nella decisione per la localizzazione del nuovo ospedale, nel corso dell’ultimo biennio le amministrazioni dei comuni contermini non sono state per nulla interpellate, anche se le conseguenze per i loro cittadini delle possibili scelte saranno tutt’altro che irrilevanti.

La mia preferenza personale sarebbe di affrontare con coraggio il tema della Grande Padova, dando vita a un’unica città di 4/500 mila persone (è la somma fra gli abitanti del capoluogo e quelli dei comuni direttamente confinanti), che diventerebbe – anche da punto di vista amministrativo – quella che effettivamente è, ossia una delle più ampie e articolate aree urbane italiane. Mi rendo però conto che gli ostacoli normativi e politici per realizzare a breve questo “sogno” sono enormi.

Possiamo però chiedere a chi si candida alla nuova amministrazione padovana di non considerare la nostra città come un sorta di fortino isolato, formulando proposte e impegni concreti per risolvere i problemi di integrazione con l’hinterland, partendo da quello che mi sembra il più grave, ossia la razionalizzazione degli spostamenti pendolari.

Mi piacerebbe anche che la campagna elettorale – su questi temi – vedesse il coinvolgimento degli amministratori dei comuni vicini. Vorrei sentire la loro voce non solo in termini “difensivi” e rivendicativi, ma come protagonisti attivi di un dibattito politico che – se limitato ai ristretti confini comunali – rischia di non essere adeguato rispetto ai problemi da risolvere.

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Cona è un dramma ed è colpa di Zaia

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Cari Amici,

ecco la mia intervista rispetto al problema dei migranti nel veneto.

La vicenda della morte di Sandrine Bakayoko ha messo in evidenza le condizioni di sovraffollamento di alcuni centri, perché non si è intervenuti prima?

La situazione del Veneto è particolare. Ho girato molto in Italia e non ho trovato nulla di paragonabile con quello che è successo da noi. Da parte della regione c’è stata una chiusura assoluta e nessuna volontà di fare un lavoro di coordinamento: in particolare il presidente della regione, Luca Zaia, da una parte denuncia la situazione di Cona e Bagnoli ma contemporaneamente appoggia i comuni che non vogliono accogliere i migranti.

Di che numeri stiamo parlando, in Veneto?

Il Veneto ospita l’ 8% dei migranti e richiedenti asilo sul territorio nazionale e, come dice, non ha nessun appoggio amministrativo. Per questo non si riesce a fare ciò che, invece, si è riusciti a fare in altre regioni: sparpagliare i migranti su tutto il territorio. Il risultato è che in Veneto ci si trova con quattro o cinque “punti neri” di grandi concentrazioni, tra cui Cona e Bagnoli che si trovano a meno di dieci chilometri di distanza anche se in due provincie diverse, uno con 1200 migranti e l’altro con circa 900. Più della metà dei comuni del Veneto non accolgono migranti. Il paradosso è che un fatto come quello accaduto a Cona fa acquisire consenso alla Lega.

È ancora valido il sistema di affidamento alle cooperative dei centri per la gestione dei migranti, dopo Cona?

Se non sbaglio la cooperativa Ecofficine è stata espulsa dalla Confcooperative. In qualche modo, però, in passato ha risolto dei problemi, ad esempio nel caso di Bagnoli, dove Ecofficine è stata l’unica a partecipare al bando e ha ribassato il prezzo, offrendo di gestire i migranti con 30 euro al giorno a testa, invece di 35 come era possibile. Insomma, ha riempito il buco causato dalla mancanza di coordinamento regionale e dalla non volontà dei comuni di accogliere anche solo poche decine di persone. Per queste ragioni non me la sento di gettare troppo la croce addosso ad Ecofficine: sicu- ramente la cooperativa sta guadagnando soldi, ma per evitarlo bisognerebbe intervenire a monte.

In che modo?

Innanzitutto evitando la costituzione di megacentri di accoglienza: bisogna diminuire i tempi e rendere effettive le espulsioni. È difficile, certo, ma non credo esistano altri modi.

Secondo lei siamo davanti ad un’emergenza?

Bisogna capire cosa si intende per emergenza. Per certi versi lo è: come si può definire altrimenti il fatto che 1000 persone sbarcano dai gommoni in una notte? Se invece per emergenza si intende un evento inaspettato, allora la risposta è no: dopo l’accordo con la Turchia era chiaro che le rotte della migrazione si sarebbero spostate. Purtroppo per affrontare questa situazione bisognerebbe oliare bene tutto il meccanismo statale e, per farlo, sarebbe necessario impegnare tutte le strutture a disposizone, eventualmente anche intervenendo con cambiamenti di tipo legislativo.

Vista la poca disponibilità, si potrebbe imporre ai singoli comuni di ospitare i migranti?

In Germania è stato fatto e anche noi avremmo la possibilità di farlo. Il problema è che con i sindaci si sta usando più la carota che il bastone: fuor di metafora, si cerca di arrivare ad accordi il più possibile condivisi con i comuni, anche se ad un certo punto si dovranno usare meccanismi più decisi.

Citava la Germania, lì come hanno gestito l’emergenza?

In Germania non è stato chiesto il parere dei comuni e non è stato usato un metodo proporzionale in base al numero della popolazione, il governo ha solo valutato quale era il posto migliore dove collocare i migranti.

Non crede che l’istituzione di nuovi Cie faccia tornare indietro la situazione di qualche anno?

I Cie sono nati con la legge Turco-Napolitano e dovevano ospitare le persone in attesa di essere espulse: all’inizio il tempo di attesa doveva essere di due settimane, ma poi si è arrivati anche fino a due anni. I Cie sono diventati una specie di carcere, senza però le garanzie delle prigioni normali e questa deriva deve essere esclusa: non possiamo costruire dei lager.

Invece che cosa bisognerebbe costruire?

Il governo dovrebbe costruire dei luoghi di passaggio, prima di riaccompagnare i migranti nei loro Paesi, tenendo presente che non si tratta di criminali. Insomma, bisogna creare delle strutture dove le persone possano soggiornare degnamente qualche settimana, prima di tornare al loro paese d’origine, previo un accordo con questi stessi paesi. Fermo restando, però, che il problema non si risolve solo con le espulsioni.

E cosa si dovrebbe fare?

Da demografo, rilevo che la popolazione giovanile italiana sta drasticamente diminuendo. Dovremmo sforzarci di pensare a queste persone che arrivano in Italia come a un’opportunità e non solo un problema.

Però i dinieghi alle domande di asilo sono in forte crescita, più del 60%…

Dovremmo cominciare a ragionare non solo in termini di asilo. Bisogna capire se le persone che arrivano hanno le caratteristiche per intraprendere un percorso di immigrati economici e questo in realtà non è stato mai fatto. Abbiamo sempre lavorato con le sanatorie ma, non avessimo usato un criterio di accoglienza ex post, in questo momento in Italia non avremmo neppure una badante. Lasciamo lavorare un meccansimo di mercato: se l’immigrato trova la possibilità di lavorare in Italia, perchè dovremmo bloccarla?

«HO GIRATO MOLTO IN ITALIA E NON HO TROVATO NULLA DI PARAGONABILE CON QUELLO CHE È SUCCESSO DA NOI IN VENETO.

DA PARTE DELLA REGIONE C’È STATA UNA CHIUSURA ASSOLUTA»

Cona è un dramma ed è colpa di Zaia

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Riflessioni sul referendum 

Cari amici, condivido con voi qualche riflessione sul voto del referendum. 

Quando 30 milioni di persone vanno a votare, costrette alla brutale semplificazione del SI / NO, le motivazioni sono certamente svariate. Tuttavia, le prime analisi mostrano che – con tutta probabilità – le riforme c’entrano poco. Il NO è stato da un lato un segnale del desiderio della gente di contare, dall’altro – in larga misura – un voto di protesta contro il governo e contro Renzi. Ma credo che Renzi sbagli a dire “non credevo di aver suscitato tutto questo odio”. Certo che Renzi suscita in molti antipatia, ma non è che altri (Grillo, Salvini, Berlusconi) siano dei simpaticoni. Il problema è che Renzi ha narrato troppe aspettative, in troppi campi, mettendo poi in atto politiche non all’altezza di aspettative – appunto – eccessive. Gli esempi maggiori sono le famiglie, i giovani, la povertà, i migranti. Ma anche – per certi versi – la scuola, l’università, la ricerca e il lavoro. Renzi su questi campi doveva ascoltare di più la società civile. Se in tre anni i giovani non vedono aumentare le prospettive di lavoro, vedono solo debolmente diminuire la precarieta, vedono addirittura aumentare la povertà, perché mai dovrebbero votare per il Governo? Possiamo anche dire che il reddito di cittadinanza è una fanfaluca, ma se tu non mi dai un’alternativa credibile perché mai dovrei votarti? E sui migranti:tutti ammirano l’organizzazione per i salvataggi in mare, ma se poi la macchina dello stato non offre percorsi credibili di integrazione, tenendo le persone due anni in bagnomaria a carico del pubblico erario, come faccio a credere al Governo? Insomma., il “cambio di passo” promesso da Renzi in troppi campi è stato solo una promessa, oppure ha dato luogo a risultati incompleti. E’ meglio promettere ciò che si può effettivamente realizzare, ascoltare di più, prendere più sul serio le angosce e le paure della gente. Io credo che il PD a guida renziana abbia – ancora oggi – le ricette migliori per questo disgraziato paese. Ma dobbiamo tenere più in conto il vecchio adagio “se il Signore ci ha dato due orecchie e una bocca, vuol dire che si deve ascoltare due volte, prima di parlare una volta”. Il NO è stato un grido di dolore da parte di molti. Credo che la politica debba mettersi in profondo ascolto, se vuole che il NO si trasformi in un SI per l’Italia.

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Il momento della responsabilità 

Ci sono due leggi elettorali incompatibili fra camera e senato. E probabilmente quella della Camera dovrà essere cambiata alla luce della sentenza della Consulta, che arriverà in gennaio-febbraio. E poiché il popolo ha voluto mantenere il bicameralismo perfetto, è necessario adeguarle entrambe, rendendole coerenti. Inoltre il popolo ha voltato le spalle a Renzi, e se fosse rimasto tutti griderebbero al colpo di stato. Quindi, costruiamo due leggi elettorali migliori possibili, mi auguro col concorso di tutti in parlamento, e andiamo a votare. Nel frattempo, in questi pochi mesi il parlamento può completare alcune riforme per ora approvate da un solo ramo, come la legge sui parchi, la legge sulla concorrenza, la legge sulla cittadinanza dei bambini, eccetera, oltre a mettere in sicurezza il sistema bancario, a gestire l’emergenza terremoto, a chiudere i contratti della PA. Un po’ di responsabilità farebbe bene a tutti.

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Buon lavoro

Un governo in piena continuità con quello precedente, con l’obiettivo di ricucire i rapporti con alcuni mondi che ci hanno voltato le spalle (il senso di Valeria Fedeli all’istruzione e ricerca), completare alcuni dossier (ad esempio legge sui parchi, cittadinanza II generazioni…), proseguire il rilancio economico, coordinare il Parlamento nella costruzione di due buone e coerenti leggi elettorali per Camera e Senato (Anna Finocchiaro, da questo punto di vista, è una garanzia), giungere rapidamente al voto. Per votare in fretta e, nello stesso tempo, completare i dossier aperti, non aveva senso cambiare molto. Buon lavoro.

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Referendum #bastaunsi

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Cari amici,

non perdiamo questa grande occasione per dare una svolta al nostro paese. Ecco alcuni spunti.

  • C’è una novità della riforma poco nota (nuovo comma dell’articolo 64) che dice che “i parlamentari hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e delle Commissioni”. Questo comma è indispensabile per poter commisurare il compenso alla presenza in aula. Oggi noi prendiamo 100 mila euro lordi l’anno anche se non Mettiamo mai piedi in Senato. Una cosa scandalosa. Ma oggi commisurare lo stipendio alla presenza non è possibile, perché l’assenza può essere considerata una scelta politica. La corte costituzionale potrebbe bocciare un simile cambiamento. Con la costituzione riformata non sarà più così. Quindi, se vogliamo mettere fine a questo scandalo, a persone pagate profumatamente per farsi gli affari propri, dobbiamo votare SI.
  • In molti incontri si/no che mi trovo ad affrontare, i miei competitori sostengono che la democrazia si oppone alla governabilità. Quindi, sostengono il sistema proporzionale, perché ogni cittadino potrebbe avere il rappresentante più vicino alle sue idee. In realtà, il proporzionale funzionava quando c’erano partiti forti. Ora con i partiti deboli e screditati, è necessario alle elezioni votare, più che per un partito, per un’ipotesi di governo, che diventerà opposizione in caso di sconfitta. Un sistema proporzionale potrà funzionare per il Senato, che non darà la fiducia al governo, ma non per la Camera, dove all’opposto dovranno contrapporsi forze con diversi programmi. Proprio come accade nei comuni dove, non a caso, ci sono pochissimi “cambi di casacca”. Anche se il presidente del consiglio sarà assai più debole del Sindaco, non avendo il potere di scioglimento della Camera. Sarà proprio un sistema maggioritario a far sì che siano proprio i cittadini a indicare da chi e come vogliono essere governati, mentre in un sistema proporzionale delegherebbero gli accordi ai partiti. Quindi, data l’attuale situazione storica e politica, un sistema maggioritario sarà molto più democratico di un sistema proporzionale.
  • I senatori consiglieri verranno scelti dai cittadini, i senatori sindaci verranno indicato dagli altri sindaci. Lo spiega bene il senatore Chiti, autore dell’emendamento che ha inserito questo fatto nella nuova Costituzione, e del ddl che disciplinerà l’elezione dei senatori, fatto proprio dal Partito Democratico. I senatori saranno scelti dai cittadini

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