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Il mio intervento all’incontro sul Reddito di Inclusione, organizzato dall’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto.

La povertà è un fenomeno grave che investe, in misura consistente una vasta parte di cittadini. Nel 2016 secondo l’Istat erano in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie italiane e il 25,7% delle famiglie straniere, il 26,8% delle coppie con tre o più figli minori, l’8,5% delle famiglie residenti al Sud. Di fronte a questi dati allarmanti, il Paese nel suo complesso, le forze politiche, sociali e culturali, il mondo del volontariato si sono finalmente mossi per contrastare questa situazione con un impegno corale.

È una grande conquista che da quest’anno, per la prima volta, l’Italia si sia dotata di uno strumento permanente e universale di contrasto alla povertà, il REI, Reddito di inclusione, costruito attraverso la collaborazione positiva di quei soggetti – capofila l’Alleanza contro la povertà a cui il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali ha dato il massimo supporto – che su questo tema si sono battuti e si sono spesi in tutti i modi e in tutte le sedi.

Questo provvedimento marca una fondamentale discontinuità rispetto al passato, una discontinuità che, almeno da parte mia, ho sempre invocato.

Altri autorevoli relatori sapranno delineare meglio di me i contorni normativi e organizzativi del provvedimento. Ricordo solo che il REI non è solo una mera erogazione economica in denaro – peraltro giustamente non di quantità eccessiva, per evitare il disincentivo alla ricerca di lavoro – ma una modalità nuova (per questo Paese), in grado di consentire ai singoli e alle famiglie di avviarsi concretamente in un percorso di inclusione sociale. Il REI – che da inizio 2018 sostituirà, il Sostegno per l’Inclusione Attiva, in vigore da più di un anno, e assorbirà anche l’ASDI e in parte la carta acquisti – è stato varato con il decreto legislativo 15 settembre 2017, numero 147. La legge di bilancio 2018, ora in discussione, prevede un suo significativo potenziamento in termini di risorse a questo scopo destinate. La novità principale consiste nell’ampliamento – sia pure ancora insufficiente – della platea dei beneficiari.

Finora infatti il REI era riservato alle famiglie con almeno un minore o un figlio adulto disabile o una persona in stato di gravidanza, oppure con una persona di almeno 55 anni disoccupata da almeno tre mesi. La legge di bilancio 2018 prevede, invece, che da luglio 2018 questi requisiti vengano meno: il REI diventerà, dunque, una misura universale, aperta a tutte le famiglie in povertà assoluta.

Il numero di famiglie beneficiarie, secondo le stime più aggiornate, dovrebbe passare da mezzo milione (previsto per il REI “categoriale”) a 700 mila. Lo sforzo economico, va sottolineato, c’è stato: gli stanziamenti crescono di 300 milioni per il 2018, di 700 per il 2019 e di 900 per ciascuno degli anni successivi.

In totale, dunque, il fondo contro la povertà vale circa 2 miliardi per il 2018; 2,5 miliardi nel 2019 e 2,7 miliardi dal 2020 in poi. All’inizio di questa legislatura, valeva praticamente zero. Buona parte delle risorse, ovviamente, sarà destinata all’erogazione del beneficio economico, il resto per l’organizzazione della rete dei servizi. Qui vorrei fare qualche considerazione.

Le caratteristiche del REI, la sua struttura, la sua articolazione, la sua stessa essenza mostrano che può riprendere vita quella grande idea riformista tracciata già dalla legge 328 del 2000 che indicava – in una prospettiva di lungo termine – i nuovi compiti e le nuove funzioni dei Servizi sociali. Una legge, la 328 resa inattuabile dai continui tagli alle risorse destinate alle politiche sociali. Oggi ricominciamo ad investire, compatibilmente con le risorse disponibili e non è poco visto il debito. Il REI è esattamente il contrario della cultura del bonus. Bonus come un atto fine a se stesso che ha sempre mostrato i suoi limiti e, paradossalmente, i danni che ha provocato. Ora può aprirsi una stagione nuova in grado di dare un senso concreto, diverso, attuale, a queste nuove politiche di welfare che si intravedono sullo sfondo.

Si intravvedono, dunque, nuovi ruoli, nuovi compiti, nuovi slanci per i Servizi sociali professionali. Ma sarà sulle strutture dei servizi sociali che graverà l’impegno di realizzare quei progetti di emancipazione dei singoli e delle comunità dallo stato di bisogno per ridare soprattutto dignità a quanti fruiranno delle nuove norme. Strutture – ne sono ben consapevole – letteralmente stremate dopo anni di tagli e sacrifici e che, da subito, vanno rinforzate anche numericamente, puntando molto sulla figura dell’assistente sociale come attivatore di risorse e facilitatore di processi di cambiamento positivo. È attraverso queste strutture, attraverso la rete dei servizi che passerà il successo o l’insuccesso della lotta contro la povertà. In Senato stiamo battagliando, ma si continuerà alla Camera, per destinare specifici fondi per il rinforzo del Servizio sociale professionale come livello essenziale e quindi non esternalizzato, dando la possibilità a tutti i Comuni, anche a quelli che oggi non possono fare assunzioni, di acquisire i professionisti necessari per il REI. Perché bisogna evitare una nuova “trappola della povertà”, perché spesso sono proprio i Comuni dove vive una maggior quota di poveri ad avere le casse vuote e il bilancio in dissesto!

Inoltre, bisogna dirlo a chiare lettere: è insopportabile che funzioni così delicate e professionalmente complesse siano affidate al precariato, mal pagate e – alla fin fine – poco valorizzate. Perché la stabilità professionale e la giusta retribuzione sono il primo segnale dell’importanza che si dà a una funzione. Come diceva don Giovanni Nervo, per vedere l’importanza che un’istituzione dedica a una funzione, bisogna leggere il suo bilancio. La buona riuscita del REI non può che passare per un rilancio del servizio sociale professionale, innestato in pianta stabile all’interno degli enti locali.

La sfida per il REI è evitare il facile assistenzialismo, facendolo diventare prima di tutto un meccanismo per reinserire appieno nella società e nel mondo del lavoro quanti momentaneamente – e sottolineo, momentaneamente – ne sono esclusi. Come ho già ricordato, sarà necessario costruire (o irrobustire) una rete di accoglienza e di servizi con le specifiche professionalità come quelle proprie degli assistenti sociali, finalizzate ad instaurare un rapporto continuativo con le persone in stato di bisogno, e a prendersene carico.

Quanto sia importante il rafforzamento della rete dei servizi sociali professionali territoriali lo testimonia anche l’avvio – proprio qualche giorno fa – di una sorta di coordinamento nazionale voluto dal ministro Poletti, che vede coinvolti gli assessori regionali alle politiche sociali, sindaci e assessori di città metropolitane e comuni in rappresentanza dell’ANCI. Prende dunque corpo la rete dei servizi sociali cui spetterà la concreta attuazione del REI, una vera e propria infrastruttura sociale molto concreta, riconoscibile e visibile sul territorio che dovrà muoversi – grazie anche alla figura dell’assistente sociale – con la partecipazione più ampia possibile della comunità a protezione dei suoi componenti più fragili. Per questo la politica ha grande bisogno di voi, del vostro pungolo che in questi anni – devo ammetterlo – non è mai mancato, e non è mai stato né corporativo né culturalmente sterile.

Tutto bene, dunque? Nelle intenzioni certamente sì. In pratica qualche ombra c’è, né poteva essere diversamente. L’avvio operativo per l’accesso al REI mostra, infatti – secondo le segnalazioni che stiamo ricevendo in queste ore – qualche incertezza. Ad esempio, il vostro Consiglio nazionale ha condiviso non poche apprensioni e preoccupazioni sulle procedure informatiche che consentono di caricare sulle piattaforme i dati e le informazioni riguardanti i cittadini che chiedono di accedere ai benefici previsti dal REI. Difficoltà di messa a regime sia delle procedure che dei sistemi informatici che non dovrebbero essere state trascurate, attendendo il primo dicembre, data prevista per la presentazione delle prime domande. Purtroppo spesso il diavolo si annida nei dettagli, e anche su questo l’interlocuzione con l’Ordine è per noi cruciale.

Concludo con una considerazione di ordine più generale. Il REI è un buon esempio di misura universale, che supera gli interventi condizionati a qualcosa di diverso dalla oggettiva situazione di bisogno del richiedente. In un programma realmente riformista per la prossima legislatura, è opportuno che questo principio sia esteso anche ad altre misure di natura fiscale e di erogazione di servizi. Ad esempio, l’Italia avrebbe un grande bisogno di un assegno universale per i figli a carico, condizionato solo al numero di figli e alla condizione economica della famiglia, che accorpi e superi le miriadi di bonus, assegni e detrazioni oggi esistenti, che generano iniquità e incertezza normativa, per cui – oggi – un disoccupato non percepisce né gli assegni familiari (che vanno quasi solo ai lavoratori dipendenti) né le detrazioni per i figli (perché non paga tasse sul reddito, e non ha nulla da detrarre…). È un mio grande rimpianto non essere riuscito a far prevalere questa visione nel corso della legislatura. Ma non bisogna mollare, perché questa è la strada giusta.

Cari amici, l’uscita dalla crisi economica sta finalmente liberando una quantità – sia pur moderata – di risorse, in parte utilizzabili per mitigare le diseguaglianze, frutto della crisi stessa e di uno sviluppo che, nella sua multiforme dinamicità, ha lasciato indietro troppe persone. Il REI è un esempio di intervento virtuoso, perché prende sul serio le potenzialità delle persone in difficoltà. La politica e la pubblica amministrazione hanno bisogno dei professionisti del Servizio Sociale per trasformare in successo quella che per ora è solo una potenzialità. Auguriamoci tutti buon lavoro, perché l’Italia ne ha bisogno. Vi ringrazio.

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Il mercato del lavoro prossimo venturo: quando la demografia conta

L’Istat ha appena pubblicato i nuovi dati sul mercato del lavoro e sul PIL italiano aggiornati all’autunno del 2017. Le cose non sono andate male, perché nell’ottobre del 2017 gli occupati erano 246 mila in più rispetto all’ottobre del 2016, è nello stesso periodo il PIL è cresciuto dell’1,7%. Nello stesso periodo, la crescita del tasso di occupazione (calcolato come rapporto fra i lavoratori e la popolazione residente) è stata positiva, ma abbastanza diversa per età: +0,4% (15-24), +0,9% (25-34), +0,6% (35-49), +1,1% (50-64). Se questi numeri verranno confermati anche nei prossimi mesi e anni, l’Italia riuscirà ad assorbire un tasso di disoccupazione ancora più che doppio rispetto a quello tedesco, superiore all’11%? Grazie alle proiezioni di popolazione dell’Istat, è possibile rispondere a questa domanda, ragionando su ciò che potrebbe accadere, di qui al 2021, al mercato del lavoro italiano.

Fra il 2016 e il 2021, la popolazione in età 55-74 crescerà di quasi un milione e mezzo di unità. Infatti, entreranno in questa classe le affollate coorti degli anni ’60, mentre ne usciranno le coorti – molto più striminzite – nate negli anni di guerra. Conseguentemente, se i tassi di occupazione per quella classe di età resteranno quelli del 2016, i lavoratori maturi saranno 435 mila in più. A causa delle riforme pensionistiche già in corso, però, è praticamente certo che il tasso di occupazione crescerà almeno dell’1% l’anno (proprio come è accaduto nel 2016-17). In tal caso, nel quinquennio 2016-21 il numero di lavoratori maturi aumenterebbe di un milione e 221 mila unità.

Speculare è ciò che avverrà per la popolazione in età centrale (30-54), che diminuirà di un milione e 303 mila unità nel corso del quinquennio 2016-21, perché usciranno da questa fascia i figli del baby boom, mentre ci entreranno i pochi figli nati negli anni ’80 e ’90. Se il loro tasso di occupazione rimarrà costante, i lavoratori di quella fascia di età saranno 914 mila in meno. Se – invece – il loro tasso di occupazione aumentasse dell’1% l’anno, nel 2021 in quella fascia di età avremmo 129 mila lavoratori in più.

Infine i giovani. Il numero dei 15-29enni, nel corso del quinquennio 2016-21, resterà pressoché costante, riflettendo un numero di nascite che, fra il 1985 e il 2010 ha continuato a oscillare fra 500 e 600 mila. Di conseguenza, se nel 2021 i tassi di occupazione saranno uguali a quelli del 2016, anche gli occupati di quella fascia di età resteranno invariati. Se il tasso di occupazione crescesse dell’1% all’anno, recuperando in parte la forte diminuzione del periodo 2007-14, alla fine del quinquennio lavorerebbero 429 mila giovani in più.

In complesso, se i tassi di occupazione per sesso e classe di età resteranno costanti sui livelli del 2016, nel 2021, per il solo effetto delle “onde demografiche”, i lavoratori saranno mezzo milione in meno rispetto al 2016. Se invece, per uomini e donne nelle tre classi di età il tasso di occupazione aumentasse dell’1% ogni anno, nel 2021 gli occupati sarebbero quasi un milione e 800 mila in più. Questa crescita del tasso di occupazione (che si realizzerebbe con almeno 350 mila nuovi posti di lavoro ogni anno fra il 2016 e il 2021) si avvererà quasi certamente per i lavoratori maturi – perché dovuto in massima parte a regole pensionistiche già in essere – mentre per i giovani e per le persone in età centrale dipenderà dall’effettiva capacità del sistema Paese di creare nuovo reddito e nuovo lavoro.

Anche per i prossimi anni, i lavoratori maturi rischiano di continuare a fare da “tappo” ai lavoratori più giovani. Del resto, non è opportuno – per far posto ai giovani – scardinare l’equilibrio del sistema pensionistico, generalizzando la concessione di pensioni anticipate non onerose, perché si aprirebbero grosse falle sul bilancio dello stato, che nel breve periodo possono essere chiuse solo aumentando le tasse o riducendo drasticamente la spesa pubblica, e quindi deprimendo la crescita.

Possiamo ora rispondere alla domanda iniziale. L’incremento dei posti di lavoro e del reddito dell’ultimo anno, pur rilevante, non è sufficiente. Nel quinquennio 2016-21 in Italia, solo creando ogni giorno mille veri e nuovi posti di lavoro i tassi di occupazione dei giovani e degli uomini in età centrale si accosteranno ai livelli precedenti la crisi, e i tassi di occupazione delle donne in età centrale potranno avvicinarsi a quelli dei più avanzati Paesi europei. Perché ciò accada, il PIL dovrebbe crescere almeno del 2% all’anno – 500 euro in media in più all’anno per ogni italiano – per i prossimi cinque anni. e ciò dovrebbe accadere soprattutto nelle aree ad alta disoccupazione, in primo luogo nel Mezzogiorno. Al di là dei proclami, chi si candiderà al governo del paese dovrà quindi proporre ricette credibili ed efficaci per creare molto nuovo reddito e molto nuovo lavoro.

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Sulle Pensioni e l’attesa di vita 

La vita media per un sessantacinquenne italiano è cresciuta di cinque mesi nel giro di soli tre anni (20,7 anni nel 2016). Un’ottima notizia, che testimonia il miglioramento degli stili di vita degli italiani, del sistema della prevenzione, delle cure e della riabilitazione. Detto ciò, cosa titolano i giornali? Che si andrà in pensione più tardi… mi pare un modo un po’ bizzarro di presentare la realtà: sarebbe forse stato meglio vivere di meno, andando in pensione prima? 

L’età alla pensione va alzata assieme alla lunghezza della vita: in caso contrario, tutto il peso cadrà sui più giovani. Con Ape Social – applicato in modo adeguato – permettiamo la pensione anticipata per chi fa lavori faticosi e usuranti. Ma non scardiniamo l’equilibrio pensionistico generale! 

L’attesa di vita a 65 anni, da oscuro indicatore demografico noto a pochi addetti ai lavori, si è imposto nel pubblico dibattito italiano, perché elemento base per fissare l’età alla pensione di vecchiaia e il tempo necessario per accedere alla pensione anticipata. Secondo le regole attualmente in vigore, con un atto amministrativo da adottare entro il 31 dicembre 2017, il Governo dovrebbe fissare il nuovo limite, confrontando l’età calcolata dall’Istat al 2016 con quella del 2013. I dati, appena pubblicati, danno un risultato implacabile: l’indicatore è cresciuto di 0,42 anni, e quindi l’età alla pensione di vecchiaia dovrebbe salire di cinque mesi, raggiungendo i 67 anni tondi, mentre per la pensione anticipata sarebbero necessari 43 anni e tre mesi di contributi. Le nuove regole dovrebbero entrare in vigore dal primo gennaio 2019. Da un punto di vista demografico, questo modo di fare presenta una forte criticità, ossia l’ipotesi – implicita nel metodo adottato – che la speranza di vita a 65 anni cresca in modo costante nel tempo.

In realtà, questo non accade, anzi negli ultimi anni si osservano significative oscillazioni: l’attesa di vita a 65 anni, che valeva 20,30 anni nel 2013, è salita a 20,61 nel 2014, scesa a 20,32 nel 2015, risalita a 20,72 nel 2016. Quindi, se il confronto fosse stato fatto ogni due anni (come per legge si farà a partire dai dati del 2018) anziché ogni tre anni (come si fa oggi), l’età al pensionamento non sarebbe stata toccata, perché gli indicatori al 2013 e al 2015 sono praticamente uguali. Inoltre, l’anno in corso, probabilmente, sarà un altro periodo di stasi o di ulteriore calo dell’attesa di vita degli anziani, perché fra gennaio e giugno i decessi del 2017 sono stati quasi 30 mila in più rispetto a quelli dello stesso periodo del 2016 (+9%), a causa di un forte picco invernale, e i primi dati disponibili per l’estate fanno presagire un ulteriore incremento, dovuto alle ondate di calore di luglio e di agosto (proprio come accaduto nel 2015). Queste oscillazioni rischiano di diventare sempre più forti, a mano a mano che aumenterà il numero dei grandi anziani, il cui rischio di morte è molto più suscettibile ai capricci del clima, delle epidemie di influenza e di altri fattori assimilabili al caso.
Che fare dunque? Adeguare il nostro sistema pensionistico alle variazioni della speranza di vita è cruciale, per garantirne l’equilibrio finanziario, evitando di scaricare sui più giovani il costo di pensionamenti troppo precoci rispetto all’effettiva sopravvivenza dei pensionati. Tuttavia, è opportuno sottrarre questo adeguamento alle oscillazioni casuali, che potrebbero penalizzare o favorire – in modo sostanzialmente erratico – una coorte rispetto alla precedente o alla successiva. La mia proposta è di limitare l’effetto del caso, mantenendo, dai dati del 2017-18, l’adeguamento biennale, ma calcolandolo sulla media degli indicatori del biennio. Per l’adeguamento attuale, in via transitoria, si potrebbe confrontare il dato del 2013 – quello utilizzato oggi – con la media realizzatasi nel triennio 2014-16. L’incremento sarebbe di 0,25 anni (equivalente a 3 mesi in più, invece di cinque). Oppure, senza toccare le attuali regole di adeguamento, si potrebbero utilizzare i risparmi legati al calo di speranza di vita del 2015 per allargare la platea di accesso all’APE social, in modo da favorire le persone che fanno lavori usuranti, coincidenti in larga parte con i gruppi caratterizzati da speranza di vita meno elevata.

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Il Treno delle Dolomiti

IMG_5797La recente proposta di Treno delle Dolomiti, che dovrebbe congiungere Calalzo con Cortina, mi lascia molto perplesso. Nella discussione, infatti, si trascurano tre elementi fondamentali, a sfavore dell’opera.

Il primo sono i costi, non tanto quelli di costruzione – una “una tantum” per cui si può pensare di accedere a Fondi Europei – quanto quelli di gestione. La tanto citata ferrovia Trento-Malè-Mezzana è un autentico buco nero: 11 milioni e 765 mila euro aggiunti dalla Provincia di Trento nel solo 2016, per garantire il bilancio a pareggio, senza tener conto degli ingenti costi di manutenzione. I biglietti nel 2016 hanno coperto appena il 10% dei costi, sempre senza tener conto della manutenzione. Del resto, la vecchia Calalzo-Cortina-Dobbiaco venne chiusa, più di cinquant’anni fa, proprio a causa dei costi insostenibili. Insomma, anche ammettendo di trovare i fondi per costruire il Treno delle Dolomiti, rischiamo poi di non sostenerne i costi di gestione. Un po’come accade per molte stradine delle nostre montagne, che dopo essere state aggiustate, asfaltate e inaugurate, vanno un po’ alla volta in malora, perché non sono stati stanziati fondi stabili e costanti per la loro manutenzione.

In secondo luogo, i treni nel territorio montano non sono in grado di sostituire i bus, che raggiungono le popolazioni anche nelle frazioni più remote. Anche nel percorso di fondovalle, poiché non si possono ovviamente mettere stazioni ogni chilometro, è necessario accostare alla linea ferroviaria linee parallele di bus che percorrono le statali e si insinuano nei centri storici. Quindi, i costi del treno si assommerebbero a quelli dei bus. I treni sono un’ottima cosa, ma riescono a sostituire i bus, senza costare una marea di soldi, solo se collegano fra loro centri molto popolosi. Non è certo il caso dei paesi del Cadore.

Infine, è un’illusione pensare che il Treno delle Dolomiti possa risolvere il problema della viabilità delle valli dell’Ansiei o del Boite. In Pusteria, ad esempio, solo una minima parte dei turisti e dei residenti viaggia in treno. I problemi di viabilità sono stati (quasi tutti) risolti costruendo le circonvallazioni di tutti i paesi, e oggi si viaggia da Bressanone al confine austriaco senza passare per un solo centro storico.

Il treno rischia di essere l’ennesima illusione per le comunità cadorine. Lavoriamo piuttosto su quattro punti fondamentali: (1) eliminiamo i “buchi neri” della viabilità, mediante circonvallazioni e svincoli, in particolare togliendo l’imbuto di Longarone. Seguiamo il modello Pusteria, come si sta iniziando a fare grazie ai fondi per Cortina 2021; (2) intensifichiamo il servizio bus, cadenzando meglio le corse e sostituendo, un po’ alla volta, i mezzi più inquinanti con veicoli a basso impatto, come quelli a metano, che possono inquinare anche meno dei treni a trazione elettrica; (3) curiamo meglio la manutenzione delle strade, e quando ne costruiamo una, mettiamo già da parte i soldi per la sua gestione negli anni a venire; (4) diamo assoluta priorità agli interventi di messa a riparo dai rischi di frane, smottamenti e allagamenti. Se devo scegliere, non ho alcun dubbio: meglio mettere in sicurezza definitiva la frana di Acquabona a Cortina, costruire la galleria di Coltrondo in Comelico, rendere agibile per tutto l’anno la strada della Val Visdende, e intervenire sugli altri decine e decine di punti di dissesto idro-geologico. Queste sono le vere priorità di viabilità del Cadore. Le ipotesi ferroviarie sono solo specchietti per le allodol

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No alla Violenza!

NoViolenzaDonne-Al-RisparmioLa signora Maria Archetta Mennella, di Musile di Piave (VE) è stata uccisa a coltellate dall’ex-marito, che non accettava la fine della relazione. Anche se era già stata minacciata col coltello – a quanto mi consta dalle informazioni che ho raccolto – non si era mai rivolta alle forze dell’ordine né a un Centro Antiviolenza. Eppure nel suo Comune c’è uno sportello apposito. Purtroppo, questo non è affatto un caso isolato.

E’ una questione di educazione. Fin da piccoli, ragazzi e ragazze vanno educati a non considerare neppure la possibilità che la violenza sia un modo possibile di risolvere le controversie inter-personali. E vanno educati a saper accettare dei no, anche se questi provocano sofferenza.

C’è poi un secondo punto. Le donne e tutti quelli che le incontrano (medici al pronto soccorso, insegnanti a scuola, amiche e parenti…) debbono sapere che è un grave errore sottovalutare l’escalation che porta alla violenza. Non va bene dire “beh dai, è stato solo un momento, passerà”. Bisogna invece farsi aiutare, e spingere la donna a farsi aiutare. I Centri Antiviolenza sono lì apposta, favoriscono anche – se necessario – un’approccio meno duro con le forze dell’ordine o con la magistratura.

Infine, anche gli uomini dovrebbero imparare a farsi aiutare. Le spire della violenza e della perdita di controllo non sono un destino ineluttabile. Si può uscirne, ma è difficile farlo da soli. Anche per questo i Centri Antiviolenza possono dare una mano preziosa, e in giro per l’Italia sono nati gruppi di auto-aiuto per uomini maltrattanti.

La violenza si combatte da più fronti. L’importante è comprendere che dalla violenza è difficile uscirne da soli.

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Brevi riflessioni pratiche su quanto si muove nel centrosinistra

keep the gears
Cari Amici

La differenza fondamentale fra le elezioni amministrative e le elezioni politiche che ci attendono fra qualche mese è il diverso sistema elettorale. Con il metodo proporzionale – che vedo molto difficile riuscire a cambiare – ogni soggetto politico sarà tentato a correre per conto suo, perché raggiungere il 3% alla Camera non è un miraggio per nessuno.

Quindi ognuno tenerà di mettere in luce le sue specificità. E quelle che sono venute fuori in Piazza Santi Apostoli mi sembrano un po’ fiacche… Vedo – inoltre – che Sinistra Italiana di Fratoianni e i comitati del NO di Roma già si sono smarcati da Pisapia (che non a caso ha votato SI al referendum, come il nostro Lorenzoni, che aveva firmato anche l’appello dei professori per il SI). E che Pisapia ha usato toni ben diversi da quelli di Bersani e Dalema, senza farsi ingabbiare dallì’anti-renzismo a prescindere. Vediamo che accadrà nelle prossime settimane…

Dopo di che spero si inizierà a parlare di cose concrete. Dovranno spiegarci cosa hanno in mente per il futuro del paese. Per ora vedo solo NO (ad esempio all’articolo 18 e alla buona scuola) e silenzio assoluto sulle politiche industriali.

Dimenticando il rilancio dell’industria manifatturiera perseguito in questi anni, l’abbattimento del precariato nella scuola, l’immissione a ruolo di decine di migliaia di giovani, e – nel corso dell’ultimo anno – (dati Istat): 300 mila posti di lavoro creati,
senza alcun incentivo all’assunzione, disoccupazione calata di 0.5 punti, l’incremento del PIL annuo che toccato l’1.2% (20 miliardi in più, 300 euro a italiano), la produzione industriale cresciuta del 2%.

Si dimentica anche che nel corso dell’ultimo triennio le disuguaglianze e la povertà sono diminuite. Scrive l’Istat: “Le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva) hanno aumentato l’equità della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016 (l’indice di Gini è passato dal 30,4 al 30,1) e ridotto il rischio di povertà (dal 19,2 al 18,4%)”. Si può fare di meglio? Certo, in particolare bisogna puntare sui giovani, sui disoccupati adulti, sulle famiglie con figli, sul Mezzogiorno. Ma dire – come Bersani – che il governo Renzi a tolto ai poveri per dare ai ricchi, ossia che ha fatto politiche di destra è semplicemente falso, come mostrato dai dati.

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I profughi ad Abano Terme

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Ho sostenuto l’elezione ad Abano del sindaco Barbierato. Ma quanto afferma oggi sul mattino di Padova è profondamente sbagliato. Non è vero che l’economia di Abano è incompatibile con l’arrivo di qualche richiedente asilo, come dimostra ciò che sta accadendo a Montegrotto, che ha recentemente avviato un progetto SPRAR, accogliendo 14 richiedenti asilo, che – ovviamente – non impattano per nulla con l’economia termale.
Pienamente d’accordo nell’opporsi ai profughi concentrati nelle caserme: è negativo sia per loro sia per la popolazione. Ma credo che anche Abano debba fare la sua parte, evitando di lasciare sugli altri comuni – in primis su Bagnoli di Sopra – tutti gli oneri dell’accoglienza.

Caro sindaco Barbierato, finita la campagna elettorale, lasciamo da parte la propaganda e affrontiamo la responsabilità! Anche perché i comuni che attivano lo SPRAR hanno la garanzia di non avere altri richiedenti asilo nel loro territorio.

Il neo sindaco Barbierato conferma il “no” all’arrivo di migranti alla Terme. «Profughi incompatibili con l’economia di Abano» (dal mattino di Padova).

«Confermo quanto detto in campagna elettorale. Abano ha un’economia che va preservata e valorizzata quindi il nostro è un no all’arrivo dei migranti ad Abano»: sono parole chiare quelle pronunciate dal neo sindaco di Abano Federico Barbierato. Il primo cittadino non fa marcia indietro rispetto a quanto affermato durante la lunga campagna elettorale che domenica ha portato alla sua elezione proprio a scapito del comitato Abano dice No e del suo candidato Emanuele Boccardo. «La nostra città ha un’economia che va tutelata» spiega, «dobbiamo preservare al massimo la nostra città e dare ai nostri imprenditori e ai nostri cittadini risposte concrete e rassicuranti. Il nostro è un no secco agli hub e ai centri di accoglienza. Una città turistica come Abano ha delle caratteristiche che non si possono sposare assolutamente con l’arrivo di migranti» (…).

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