Archivio dell'autore: gianpierodllzuanna

Il punto sui Migranti dopo Macerata

Ci sarebbe molto da commentare sui fatti di Macerata. Dove – com’era facile prevedere, e come spesso è accaduto nella Storia – il colpevole sta diventando vittima, e le vittime stanno diventando colpevoli.

Mi limito a ricordare che il governo che ha posto freno all’immigrazione incontrollata è stato quello Gentiloni-Minniti, a guida PD (70 mila sbarchi in meno in giugno-dicembre 2017 rispetto allo stesso periodo del 2016). Con i centri di accoglienza che finalmente si stanno svuotando (a Bagnoli: 800 richiedenti a giugno 2017, 250 a gennaio 2018).

Con la destra al potere abbiamo solo visto finta faccia feroce e regolarizzazioni a go-go: 750 mila subito dopo l’entrata in vigore della Bossi-Fini, la più grande mai fatta in Italia: qualcuno se lo ricorda? E quasi nessuna espulsione. E il grande Maroni si limitò a dare 11 mila permessi a tutti gli arrivati dalla Tunisia, compresi quelli che erano scappati dalle prigioni di quel paese. E con Zaia che anche oggi – in barba alle leggi – rifiuta che in Veneto si metta in piedi un Centro per le Espulsioni. Inpedendo, così, che le espulsioni possano effettivamente avvenire.

E con i 5* che evitano accuratamente di parlare di migrazioni, in questa campagna elettorale, perché pensano – in questo modo – di evitare di perdere voti.

E’ facile gridare e promettere sfracelli: noi ci siamo assunti la difficile responsabilità di gestire un’emergenza che l’Europa si è rifiutata di affrontare, anche in Libia e in Niger.

Stiamo affrondando il problema, malgrado l’egoismo degli altri paesi europei, l’alta disoccupazione e tutte le difficoltà del caso, non negando a nessuno dei richiedenti asilo un trattamento umano, quello previsto dalle leggi internazionali, pur con tutte le difficoltà del caso.

Con il sistema SPRAR – in particolare – molti immigrati stanno trovando lavoro, quasi esclusivamente in posti che gli italiani disdegnano.

Per inciso, ricordo che due terzi dei richiedenti asilo, alla fine dell’iter, ottengono una qualche forma di protezione internazionale.

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Il programma del PD per le famiglie con figli

Riporto lo stralcio del programma elettorale del PD per le famiglie con figli. Orgoglioso per aver contribuito alla sua costruzione. Oggi i bambini con più fratelli, dal punto di vista fiscale sono pesantemente penalizzati, come pure i genitori con più figli. Se quanto qui scritto verrà attuato, questa penanlizzazione diminuirà, e sarà più facile, per le coppie, avere i figli che desiderano avere.

” Cambia il lavoro, deve cambiare anche il fisco. Soprattutto, deve cambiare l’attenzione e la cura nei confronti delle famiglie con figli, oggi troppo poche e troppo poco considerate. Un esempio? Oggi una famiglia con redditi molto

bassi non beneficia delle detrazioni per figli a carico perché non paga alcuna imposta. Così come una famiglia di lavoratori autonomi è penalizzata rispetto a una famiglia di lavoratori dipendenti perché non riceve assegni familiari. Non è giusto. Non esistono famiglie di serie A e di serie B. Per questo, vogliamo superare gli strumenti esistenti per introdurre un unico sostegno universale alle famiglie.

Una famiglia, un assegno: per tutti. Una misura fiscale unica (in grado di raggiungere anche gli incapienti sotto forma di assegno) che preveda 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli a carico fino a 26 anni. Per tutti i tipi di lavoro e per tutte le fasce di reddito, da zero fino a 100 mila euro all’anno. In questa grande operazione fiscale di sostegno alle famiglie italiane investiremo 9 miliardi di euro. Tutti riceveranno di più, con un beneficio netto che per molti sarà superiore a 80 euro mensili, ma ci sarà comunque una clausola di salvaguardia per cui nessuno potrà ricevere meno dell’attuale sistema di assegni e detrazioni. I risultati saranno tangibili e semplici per tutti. Per esempio, una famiglia con un solo reddito da lavoro dipendente di 35 mila euro all’anno e con due figli a carico minorenni avrà 1.400 euro di reddito disponibile in più ogni anno.

Il sostegno fiscale alle famiglie è importante, ma non basta. Con il Jobs act, abbiamo introdotto strumenti normativi che favoriscono la conciliazione tra scelte familiari e lavoro. Un altro passo in questa direzione sarà quello di rendere obbligatoria la concessione del lavoro agile (smart work) per la fase di rientro al lavoro dopo la maternità. Ed estendere per sempre a 10 giorni il congedo obbligatorio per i padri.

Ma serve di più dal lato dei servizi. Per questo, intendiamo allargare l’offerta pubblica di asili e riordinare il complicato sistema di sussidi per la famiglia oggi presente nel nostro Paese, affinché entrambi i genitori possano tornare tranquillamente al lavoro dopo la nascita dei figli. Agendo sia dal lato dell’offerta che della domanda di servizi. Copriremo i costi dei servizi di cura nei primi anni di vita dei bambini. Istituendo un unico strumento di durata triennale di 400 euro al mese per ogni figlio fino ai 3 anni, che possa essere speso per la retta dell’asilo nido o per il rimborso delle spese di baby sitter. Il tutto, riaccorpando gli strumenti oggi esistenti, per un costo di 1,1 miliardi.

Offriremo anche un sostegno economico alle madri che vogliono tornare subito al lavoro. Oggi le mamme, dopo la fine della maternità obbligatoria, possono restare a casa con una retribuzione pari al 30% dello stipendio per 6 mesi. Questo beneficio spetterà, sotto forma di buono per le spese di cura, anche alle donne che tornano a lavorare. Con un costo di 600 milioni di euro.

Al momento di registrazione della nascita, l’ufficiale di stato civile avrà l’obbligo di informare le famiglie su questo schema unitario di agevolazioni. Questi strumenti, e altri trasferimenti vincolati all’acquisto di servizi alla famiglia e alla persona, confluiranno in un’unica “carta universale”, che renderà semplice e trasparente il loro utilizzo per le famiglie. E favorirà l’emersione del sommerso e la professionalizzazione dei servizi. Una carta universale (e digitale) che permetterà di pagare direttamente la retta dell’asilo comunale o una baby sitter assunta regolarmente.

Si tratta di una strategia ambiziosa, ma nell’ordine di grandezza dell’intervento più importante sul versante Irpef realizzato nella scorsa legislatura, gli 80 euro ai redditi medio bassi. Non promettiamo più di quanto abbiamo già realizzato. Indicando due priorità chiare: natalità e occupazione femminile. Perché nei paesi dove le donne lavorano di più si fanno anche più figli.

Il centrodestra propone due riforme fiscali incentrate sul principio della flat tax, quella di Forza Italia e quella della Lega, entrambe dal costo di 60 miliardi di euro, la seconda palesemente incostituzionale. Nel primo caso, il 33% del beneficio di questo enorme ammontare di risorse avvantaggia il 5% dei contribuenti più ricchi. Nel secondo caso, il 40% del beneficio avvantaggia il 5% delle famiglie più ricche. L’Italia è appena uscita da una crisi che ha colpito duramente il ceto medio e allargato le diseguaglianze. Siamo sicuri che la priorità giusta siano i contribuenti più facoltosi e per un tale ammontare? Noi pensiamo di no. Pensiamo che la priorità siano le famiglie.”

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I tre punti del progetto del Centro Sinistra

PD

Il progetto della coalizione di Centro Sinistra, nella sostanza è semplice, in tre punti:

(1) lavorare con Francia e Germania per costruire un’Europa con più poteri, più aperta, non sovranista ed economicamente liberal, contrastando il protezionismo e favorendo politiche di integrazione in tutti i campi: dall’energia alle politiche sociali;

(2) favorire le imprese, in particolare con agevolazioni mirate verso la sostenibilità ambientale e verso gli investimenti tecnologici, e favorendo la creazione di lavoro riducendo ulteriormente il cuneo fiscale;

(3) favorire la diminuzione delle diseguaglianze e le pari opportunità, in particolare agevolando le famiglie con figli e sostenendo chi non ce la fa.

I soldi per fare tutte queste belle cose: di per sè lo sviluppo economico garantisce maggiori entrate fiscali. Va poi proseguita la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, sia a livello nazionale che locale. Vanno meglio sfruttate le risorse europee. La spesa pubblica per investimenti, inoltre, nel computo del deficit andrebbe calcolata in modo diverso rispetto alla spesa improduttiva.

Insomma, vogliamo proseguire l’azione di questi quattro anni di governo, con prudenza e lungimiranza. Senza promettere ettari di luna.

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Il mio punto in merito all’intervento dei commissari UE sulle elezioni

L’intervento dei commissari Ue sulle elezioni italiane può dare fastidio. Tuttavia, questi interventi nascondo una verità: ai fini della successiva formazione del Governo è decisiva la posizione politica rispetto ai rapporti Italia-Ue.

C’è una coalizione – quella che ruota intorno al PD – convintamente e unitariamente europeista. Che vuole, assieme alla Francia, alla Germania e alla Spagna, puntare alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa.

Ci sono poi tre compagini (la coalizione che ruota attorno a Forza Italia e Lega, il Movimento 5* e LeU) che – in un modo o nell’altro – sono contrari a un’Europa più forte e più coesa: vogliono violare i vincoli sul deficit (senza spiegare – naturalmente – chi pagherebbe gli inevitabili maggiori interessi del debito pubblico), vogliono addirittura uscire dall’euro (senza spiegare ai cittadini di quanto verrebbero falcidiati i loro risparmi e i loro redditi dalle inevitabili svalutazione della nuova lira e fiammata inflazionistica) e così via.

Non è un caso se il primo punto della pre-intesa sulla formazione del nuovo Governo tedesco è sull’Europa, per costruire un’Unione più forte, assieme alla Francia e agli altri 25 stati.

Le elezioni del 3 marzo – oltre la cortina fumogena della propaganda, oltre i personalismi, oltre temi tutto sommato marginali – assomigliano a quelle del 1948. Allora l’Italia scelse l’Occidente, gettando le premesse per decenni di pace, libertà e crescita economica. Oggi dobbiamo scegliere fra Europa e solitudine suicida. Io non ho dubbi.

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Razze ed invasione. Replica a Fontana

L’infelice discorso di Fontana sulle razze e sull’invasione mi permette di dire qualcosa, da demografo sociale, sul processo migratorio.

C’è un’idea errata delle immigrazioni. C’è l’idea diffusa che il nuovo arrivato resti sempre uguale a quello che era appena giunto in Italia. In realtà non è così.

Tutti i gruppi che arrivano, chi più chi meno, nel giro di qualche anno vivono grandi processi di assimilazione, assumendo rapidamente molti dei valori – non necessariamente positivi – del luogo di arrivo.

Accade così in tutto il mondo. Se ci pensate è logico sia così, perché la stessa migrazione è segno di volontà di rottura col passato.

Dopo qualche anno, il marocchino diventa Italo-marocchino, l’afgano italo-afgano è così via. E l’italo-marocchino sarà diverso dal franco-marocchino e dall’anglo-marocchino… come oggi un Italo-americano è ben diverso da un Italo-francese…

Per questo è importante mantenere una forte identità italiana, che non è affatto vista male dagli immigrati. La forte identità del luogo di arrivo aiuta gli immigrati ad aver punti di riferimento cui ispirarsi e rapportarsi. Basta non sia identità oppositiva, basata sul rifiuto collettivo dell’altro. Del resto valori come la solidarietà sono (o dovrebbero essere) nel DNA italico.

Se si considera questa prospettiva, la paura che gli immigrati “snaturino” l’Italia è priva di senso. Semmai è l’Italia a “snaturare” i nuovi arrivati.

La Dx sta quindi ritirando fuori il tema delle migrazioni – che era uscito dal radar della campagna elettorale – perché sull’economia non sa più cosa promettere, avendo esaurito il libro dei sogni.

Quello che i cittadini dovrebbero valutare è l’assoluta mancanza, in Veneto e Lombardia, di una politica migratoria orchestrata dalla Regione, a differenza di quanto è accaduto quasi ovunque nel resto d’Italia. Questo non ha impedito l’invio di richiedenti asilo (ripartiti su base regionale) ma ha portato a una gestione caotica dell’accoglienza, che spesso ha suscitato nei cittadini sconcerto e rabbia.

Ora grazie al calo degli arrivi e all’accelerazione delle pratiche di riconoscimento dell’asilo (fenomeni determinati dalle politiche del nostro Governo) le cose stanno cambiando in meglio, in Veneto e in Lombardia come nel resto d’Italia. Ad esempio, la base di Bagnoli, nel Padovano, ha oggi meno di 300 ospiti, quando erano 900 a metà del 2007.

Ovviamente questo la Dx si guarda bene dal riconoscerlo, e quindi tira fuori il solito armementario ideologico, inclusa – appunto – l’invasione etnica, quando in realtà da 2-3 anni gli stranieri in Italia diminuiscono, arrivando a dire cose palesemente false.

Come ha fatto Berlusconi, che domenica ha affermato che il trattato di Dublino (che afferma che i profughi vanno presi in carico dal paese di primo arrivo) lo ha firmato la Sinistra, mentre in realtà lo ha firmato lui nel 2003 (governo Forza Italia e Lega Nord, ministro degli Interni Pisanu).

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La mia posizione sul Biotestamento

La mia posizione sul Biotestamento, che stiamo votando ora in Senato, condivisa con molti colleghi del Partito Democratico, che si rifanno al cattolicesimo democratico.

Voteremo a favore del disegno di legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento perché avevamo l’obiettivo di evitare sia l’accanimento terapeutico, sia ogni pratica di suicidio assistito ed eutanasia, e così è. Il fatto che suicidio assistito ed eutanasia non siano esplicitamente escluse è irrilevante, poiché una pratica è consentita solo se espressamente prevista per legge, e ciò non è.

Chi vorrà esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari potrà ora farlo, ma si tratta di una facoltà. Verosimilmente non saranno in molti a farlo, ma è giusto consentirlo. Per la grandissima parte delle situazioni, dove le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) non saranno espresse, continuerà ad esservi una virtuosa alleanza tra medico, paziente e fiduciario.

Pur in presenza di DAT, resta chiara la necessità di una pianificazione condivisa delle cure anche con il fiduciario e il medico. Il paziente infatti non potrà “esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche cliniche e assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali”.

Inoltre, pur dovendo rispettare le DAT, il medico può disattenderle, in tutto o in parte e in accordo con il fiduciario, “qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizione di vita”.

Avremmo voluto rendere il testo più completo e corretto, soprattutto utilizzando il termine “dichiarazioni”, invece che “disposizioni”. Era ragionevole prevedere la presenza di un medico all’atto della stesura delle DAT. E’ necessario avere un registro unico delle DAT, e infatti si sta opportunamente intervenendo alla Camera per prevederlo.

Tuttavia non abbiamo presentato e votato emendamenti in tal senso, perché alla Camera è già stato fatto un alto lavoro di sintesi.

Riteniamo peraltro che senza il becero ostruzionismo delle opposizioni nella Commissione sanità – ispirato da calcolo politico, da un ideologismo che si nasconde dietro i princìpi e che pare insensibile alle fatiche del vivere e del morire – anche quelle modifiche si sarebbero potute probabilmente fare, in tempo, con serietà e con una larga condivisione. Anche questa volta invece alcuni hanno voluto forzare il bipolarismo etico, che invece va evitato e superato.

Rosa Maria Di Giorgi, Stefano Lepri, Roberto Cociancich, Giuseppe Cucca, Gianpiero Dalla Zuanna, Laura Fasiolo, Emma Fattorini, Nicoletta Favero, Claudio Moscardelli, Pamela Orru, Giorgio Pagliari, Angelica Saggese, Giorgio Santini, Francesco Scalia

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Il mio intervento all’incontro sul Reddito di Inclusione, organizzato dall’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto.

La povertà è un fenomeno grave che investe, in misura consistente una vasta parte di cittadini. Nel 2016 secondo l’Istat erano in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie italiane e il 25,7% delle famiglie straniere, il 26,8% delle coppie con tre o più figli minori, l’8,5% delle famiglie residenti al Sud. Di fronte a questi dati allarmanti, il Paese nel suo complesso, le forze politiche, sociali e culturali, il mondo del volontariato si sono finalmente mossi per contrastare questa situazione con un impegno corale.

È una grande conquista che da quest’anno, per la prima volta, l’Italia si sia dotata di uno strumento permanente e universale di contrasto alla povertà, il REI, Reddito di inclusione, costruito attraverso la collaborazione positiva di quei soggetti – capofila l’Alleanza contro la povertà a cui il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali ha dato il massimo supporto – che su questo tema si sono battuti e si sono spesi in tutti i modi e in tutte le sedi.

Questo provvedimento marca una fondamentale discontinuità rispetto al passato, una discontinuità che, almeno da parte mia, ho sempre invocato.

Altri autorevoli relatori sapranno delineare meglio di me i contorni normativi e organizzativi del provvedimento. Ricordo solo che il REI non è solo una mera erogazione economica in denaro – peraltro giustamente non di quantità eccessiva, per evitare il disincentivo alla ricerca di lavoro – ma una modalità nuova (per questo Paese), in grado di consentire ai singoli e alle famiglie di avviarsi concretamente in un percorso di inclusione sociale. Il REI – che da inizio 2018 sostituirà, il Sostegno per l’Inclusione Attiva, in vigore da più di un anno, e assorbirà anche l’ASDI e in parte la carta acquisti – è stato varato con il decreto legislativo 15 settembre 2017, numero 147. La legge di bilancio 2018, ora in discussione, prevede un suo significativo potenziamento in termini di risorse a questo scopo destinate. La novità principale consiste nell’ampliamento – sia pure ancora insufficiente – della platea dei beneficiari.

Finora infatti il REI era riservato alle famiglie con almeno un minore o un figlio adulto disabile o una persona in stato di gravidanza, oppure con una persona di almeno 55 anni disoccupata da almeno tre mesi. La legge di bilancio 2018 prevede, invece, che da luglio 2018 questi requisiti vengano meno: il REI diventerà, dunque, una misura universale, aperta a tutte le famiglie in povertà assoluta.

Il numero di famiglie beneficiarie, secondo le stime più aggiornate, dovrebbe passare da mezzo milione (previsto per il REI “categoriale”) a 700 mila. Lo sforzo economico, va sottolineato, c’è stato: gli stanziamenti crescono di 300 milioni per il 2018, di 700 per il 2019 e di 900 per ciascuno degli anni successivi.

In totale, dunque, il fondo contro la povertà vale circa 2 miliardi per il 2018; 2,5 miliardi nel 2019 e 2,7 miliardi dal 2020 in poi. All’inizio di questa legislatura, valeva praticamente zero. Buona parte delle risorse, ovviamente, sarà destinata all’erogazione del beneficio economico, il resto per l’organizzazione della rete dei servizi. Qui vorrei fare qualche considerazione.

Le caratteristiche del REI, la sua struttura, la sua articolazione, la sua stessa essenza mostrano che può riprendere vita quella grande idea riformista tracciata già dalla legge 328 del 2000 che indicava – in una prospettiva di lungo termine – i nuovi compiti e le nuove funzioni dei Servizi sociali. Una legge, la 328 resa inattuabile dai continui tagli alle risorse destinate alle politiche sociali. Oggi ricominciamo ad investire, compatibilmente con le risorse disponibili e non è poco visto il debito. Il REI è esattamente il contrario della cultura del bonus. Bonus come un atto fine a se stesso che ha sempre mostrato i suoi limiti e, paradossalmente, i danni che ha provocato. Ora può aprirsi una stagione nuova in grado di dare un senso concreto, diverso, attuale, a queste nuove politiche di welfare che si intravedono sullo sfondo.

Si intravvedono, dunque, nuovi ruoli, nuovi compiti, nuovi slanci per i Servizi sociali professionali. Ma sarà sulle strutture dei servizi sociali che graverà l’impegno di realizzare quei progetti di emancipazione dei singoli e delle comunità dallo stato di bisogno per ridare soprattutto dignità a quanti fruiranno delle nuove norme. Strutture – ne sono ben consapevole – letteralmente stremate dopo anni di tagli e sacrifici e che, da subito, vanno rinforzate anche numericamente, puntando molto sulla figura dell’assistente sociale come attivatore di risorse e facilitatore di processi di cambiamento positivo. È attraverso queste strutture, attraverso la rete dei servizi che passerà il successo o l’insuccesso della lotta contro la povertà. In Senato stiamo battagliando, ma si continuerà alla Camera, per destinare specifici fondi per il rinforzo del Servizio sociale professionale come livello essenziale e quindi non esternalizzato, dando la possibilità a tutti i Comuni, anche a quelli che oggi non possono fare assunzioni, di acquisire i professionisti necessari per il REI. Perché bisogna evitare una nuova “trappola della povertà”, perché spesso sono proprio i Comuni dove vive una maggior quota di poveri ad avere le casse vuote e il bilancio in dissesto!

Inoltre, bisogna dirlo a chiare lettere: è insopportabile che funzioni così delicate e professionalmente complesse siano affidate al precariato, mal pagate e – alla fin fine – poco valorizzate. Perché la stabilità professionale e la giusta retribuzione sono il primo segnale dell’importanza che si dà a una funzione. Come diceva don Giovanni Nervo, per vedere l’importanza che un’istituzione dedica a una funzione, bisogna leggere il suo bilancio. La buona riuscita del REI non può che passare per un rilancio del servizio sociale professionale, innestato in pianta stabile all’interno degli enti locali.

La sfida per il REI è evitare il facile assistenzialismo, facendolo diventare prima di tutto un meccanismo per reinserire appieno nella società e nel mondo del lavoro quanti momentaneamente – e sottolineo, momentaneamente – ne sono esclusi. Come ho già ricordato, sarà necessario costruire (o irrobustire) una rete di accoglienza e di servizi con le specifiche professionalità come quelle proprie degli assistenti sociali, finalizzate ad instaurare un rapporto continuativo con le persone in stato di bisogno, e a prendersene carico.

Quanto sia importante il rafforzamento della rete dei servizi sociali professionali territoriali lo testimonia anche l’avvio – proprio qualche giorno fa – di una sorta di coordinamento nazionale voluto dal ministro Poletti, che vede coinvolti gli assessori regionali alle politiche sociali, sindaci e assessori di città metropolitane e comuni in rappresentanza dell’ANCI. Prende dunque corpo la rete dei servizi sociali cui spetterà la concreta attuazione del REI, una vera e propria infrastruttura sociale molto concreta, riconoscibile e visibile sul territorio che dovrà muoversi – grazie anche alla figura dell’assistente sociale – con la partecipazione più ampia possibile della comunità a protezione dei suoi componenti più fragili. Per questo la politica ha grande bisogno di voi, del vostro pungolo che in questi anni – devo ammetterlo – non è mai mancato, e non è mai stato né corporativo né culturalmente sterile.

Tutto bene, dunque? Nelle intenzioni certamente sì. In pratica qualche ombra c’è, né poteva essere diversamente. L’avvio operativo per l’accesso al REI mostra, infatti – secondo le segnalazioni che stiamo ricevendo in queste ore – qualche incertezza. Ad esempio, il vostro Consiglio nazionale ha condiviso non poche apprensioni e preoccupazioni sulle procedure informatiche che consentono di caricare sulle piattaforme i dati e le informazioni riguardanti i cittadini che chiedono di accedere ai benefici previsti dal REI. Difficoltà di messa a regime sia delle procedure che dei sistemi informatici che non dovrebbero essere state trascurate, attendendo il primo dicembre, data prevista per la presentazione delle prime domande. Purtroppo spesso il diavolo si annida nei dettagli, e anche su questo l’interlocuzione con l’Ordine è per noi cruciale.

Concludo con una considerazione di ordine più generale. Il REI è un buon esempio di misura universale, che supera gli interventi condizionati a qualcosa di diverso dalla oggettiva situazione di bisogno del richiedente. In un programma realmente riformista per la prossima legislatura, è opportuno che questo principio sia esteso anche ad altre misure di natura fiscale e di erogazione di servizi. Ad esempio, l’Italia avrebbe un grande bisogno di un assegno universale per i figli a carico, condizionato solo al numero di figli e alla condizione economica della famiglia, che accorpi e superi le miriadi di bonus, assegni e detrazioni oggi esistenti, che generano iniquità e incertezza normativa, per cui – oggi – un disoccupato non percepisce né gli assegni familiari (che vanno quasi solo ai lavoratori dipendenti) né le detrazioni per i figli (perché non paga tasse sul reddito, e non ha nulla da detrarre…). È un mio grande rimpianto non essere riuscito a far prevalere questa visione nel corso della legislatura. Ma non bisogna mollare, perché questa è la strada giusta.

Cari amici, l’uscita dalla crisi economica sta finalmente liberando una quantità – sia pur moderata – di risorse, in parte utilizzabili per mitigare le diseguaglianze, frutto della crisi stessa e di uno sviluppo che, nella sua multiforme dinamicità, ha lasciato indietro troppe persone. Il REI è un esempio di intervento virtuoso, perché prende sul serio le potenzialità delle persone in difficoltà. La politica e la pubblica amministrazione hanno bisogno dei professionisti del Servizio Sociale per trasformare in successo quella che per ora è solo una potenzialità. Auguriamoci tutti buon lavoro, perché l’Italia ne ha bisogno. Vi ringrazio.

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