Il mio intervento all’incontro sul Reddito di Inclusione, organizzato dall’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto.

La povertà è un fenomeno grave che investe, in misura consistente una vasta parte di cittadini. Nel 2016 secondo l’Istat erano in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie italiane e il 25,7% delle famiglie straniere, il 26,8% delle coppie con tre o più figli minori, l’8,5% delle famiglie residenti al Sud. Di fronte a questi dati allarmanti, il Paese nel suo complesso, le forze politiche, sociali e culturali, il mondo del volontariato si sono finalmente mossi per contrastare questa situazione con un impegno corale.

È una grande conquista che da quest’anno, per la prima volta, l’Italia si sia dotata di uno strumento permanente e universale di contrasto alla povertà, il REI, Reddito di inclusione, costruito attraverso la collaborazione positiva di quei soggetti – capofila l’Alleanza contro la povertà a cui il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali ha dato il massimo supporto – che su questo tema si sono battuti e si sono spesi in tutti i modi e in tutte le sedi.

Questo provvedimento marca una fondamentale discontinuità rispetto al passato, una discontinuità che, almeno da parte mia, ho sempre invocato.

Altri autorevoli relatori sapranno delineare meglio di me i contorni normativi e organizzativi del provvedimento. Ricordo solo che il REI non è solo una mera erogazione economica in denaro – peraltro giustamente non di quantità eccessiva, per evitare il disincentivo alla ricerca di lavoro – ma una modalità nuova (per questo Paese), in grado di consentire ai singoli e alle famiglie di avviarsi concretamente in un percorso di inclusione sociale. Il REI – che da inizio 2018 sostituirà, il Sostegno per l’Inclusione Attiva, in vigore da più di un anno, e assorbirà anche l’ASDI e in parte la carta acquisti – è stato varato con il decreto legislativo 15 settembre 2017, numero 147. La legge di bilancio 2018, ora in discussione, prevede un suo significativo potenziamento in termini di risorse a questo scopo destinate. La novità principale consiste nell’ampliamento – sia pure ancora insufficiente – della platea dei beneficiari.

Finora infatti il REI era riservato alle famiglie con almeno un minore o un figlio adulto disabile o una persona in stato di gravidanza, oppure con una persona di almeno 55 anni disoccupata da almeno tre mesi. La legge di bilancio 2018 prevede, invece, che da luglio 2018 questi requisiti vengano meno: il REI diventerà, dunque, una misura universale, aperta a tutte le famiglie in povertà assoluta.

Il numero di famiglie beneficiarie, secondo le stime più aggiornate, dovrebbe passare da mezzo milione (previsto per il REI “categoriale”) a 700 mila. Lo sforzo economico, va sottolineato, c’è stato: gli stanziamenti crescono di 300 milioni per il 2018, di 700 per il 2019 e di 900 per ciascuno degli anni successivi.

In totale, dunque, il fondo contro la povertà vale circa 2 miliardi per il 2018; 2,5 miliardi nel 2019 e 2,7 miliardi dal 2020 in poi. All’inizio di questa legislatura, valeva praticamente zero. Buona parte delle risorse, ovviamente, sarà destinata all’erogazione del beneficio economico, il resto per l’organizzazione della rete dei servizi. Qui vorrei fare qualche considerazione.

Le caratteristiche del REI, la sua struttura, la sua articolazione, la sua stessa essenza mostrano che può riprendere vita quella grande idea riformista tracciata già dalla legge 328 del 2000 che indicava – in una prospettiva di lungo termine – i nuovi compiti e le nuove funzioni dei Servizi sociali. Una legge, la 328 resa inattuabile dai continui tagli alle risorse destinate alle politiche sociali. Oggi ricominciamo ad investire, compatibilmente con le risorse disponibili e non è poco visto il debito. Il REI è esattamente il contrario della cultura del bonus. Bonus come un atto fine a se stesso che ha sempre mostrato i suoi limiti e, paradossalmente, i danni che ha provocato. Ora può aprirsi una stagione nuova in grado di dare un senso concreto, diverso, attuale, a queste nuove politiche di welfare che si intravedono sullo sfondo.

Si intravvedono, dunque, nuovi ruoli, nuovi compiti, nuovi slanci per i Servizi sociali professionali. Ma sarà sulle strutture dei servizi sociali che graverà l’impegno di realizzare quei progetti di emancipazione dei singoli e delle comunità dallo stato di bisogno per ridare soprattutto dignità a quanti fruiranno delle nuove norme. Strutture – ne sono ben consapevole – letteralmente stremate dopo anni di tagli e sacrifici e che, da subito, vanno rinforzate anche numericamente, puntando molto sulla figura dell’assistente sociale come attivatore di risorse e facilitatore di processi di cambiamento positivo. È attraverso queste strutture, attraverso la rete dei servizi che passerà il successo o l’insuccesso della lotta contro la povertà. In Senato stiamo battagliando, ma si continuerà alla Camera, per destinare specifici fondi per il rinforzo del Servizio sociale professionale come livello essenziale e quindi non esternalizzato, dando la possibilità a tutti i Comuni, anche a quelli che oggi non possono fare assunzioni, di acquisire i professionisti necessari per il REI. Perché bisogna evitare una nuova “trappola della povertà”, perché spesso sono proprio i Comuni dove vive una maggior quota di poveri ad avere le casse vuote e il bilancio in dissesto!

Inoltre, bisogna dirlo a chiare lettere: è insopportabile che funzioni così delicate e professionalmente complesse siano affidate al precariato, mal pagate e – alla fin fine – poco valorizzate. Perché la stabilità professionale e la giusta retribuzione sono il primo segnale dell’importanza che si dà a una funzione. Come diceva don Giovanni Nervo, per vedere l’importanza che un’istituzione dedica a una funzione, bisogna leggere il suo bilancio. La buona riuscita del REI non può che passare per un rilancio del servizio sociale professionale, innestato in pianta stabile all’interno degli enti locali.

La sfida per il REI è evitare il facile assistenzialismo, facendolo diventare prima di tutto un meccanismo per reinserire appieno nella società e nel mondo del lavoro quanti momentaneamente – e sottolineo, momentaneamente – ne sono esclusi. Come ho già ricordato, sarà necessario costruire (o irrobustire) una rete di accoglienza e di servizi con le specifiche professionalità come quelle proprie degli assistenti sociali, finalizzate ad instaurare un rapporto continuativo con le persone in stato di bisogno, e a prendersene carico.

Quanto sia importante il rafforzamento della rete dei servizi sociali professionali territoriali lo testimonia anche l’avvio – proprio qualche giorno fa – di una sorta di coordinamento nazionale voluto dal ministro Poletti, che vede coinvolti gli assessori regionali alle politiche sociali, sindaci e assessori di città metropolitane e comuni in rappresentanza dell’ANCI. Prende dunque corpo la rete dei servizi sociali cui spetterà la concreta attuazione del REI, una vera e propria infrastruttura sociale molto concreta, riconoscibile e visibile sul territorio che dovrà muoversi – grazie anche alla figura dell’assistente sociale – con la partecipazione più ampia possibile della comunità a protezione dei suoi componenti più fragili. Per questo la politica ha grande bisogno di voi, del vostro pungolo che in questi anni – devo ammetterlo – non è mai mancato, e non è mai stato né corporativo né culturalmente sterile.

Tutto bene, dunque? Nelle intenzioni certamente sì. In pratica qualche ombra c’è, né poteva essere diversamente. L’avvio operativo per l’accesso al REI mostra, infatti – secondo le segnalazioni che stiamo ricevendo in queste ore – qualche incertezza. Ad esempio, il vostro Consiglio nazionale ha condiviso non poche apprensioni e preoccupazioni sulle procedure informatiche che consentono di caricare sulle piattaforme i dati e le informazioni riguardanti i cittadini che chiedono di accedere ai benefici previsti dal REI. Difficoltà di messa a regime sia delle procedure che dei sistemi informatici che non dovrebbero essere state trascurate, attendendo il primo dicembre, data prevista per la presentazione delle prime domande. Purtroppo spesso il diavolo si annida nei dettagli, e anche su questo l’interlocuzione con l’Ordine è per noi cruciale.

Concludo con una considerazione di ordine più generale. Il REI è un buon esempio di misura universale, che supera gli interventi condizionati a qualcosa di diverso dalla oggettiva situazione di bisogno del richiedente. In un programma realmente riformista per la prossima legislatura, è opportuno che questo principio sia esteso anche ad altre misure di natura fiscale e di erogazione di servizi. Ad esempio, l’Italia avrebbe un grande bisogno di un assegno universale per i figli a carico, condizionato solo al numero di figli e alla condizione economica della famiglia, che accorpi e superi le miriadi di bonus, assegni e detrazioni oggi esistenti, che generano iniquità e incertezza normativa, per cui – oggi – un disoccupato non percepisce né gli assegni familiari (che vanno quasi solo ai lavoratori dipendenti) né le detrazioni per i figli (perché non paga tasse sul reddito, e non ha nulla da detrarre…). È un mio grande rimpianto non essere riuscito a far prevalere questa visione nel corso della legislatura. Ma non bisogna mollare, perché questa è la strada giusta.

Cari amici, l’uscita dalla crisi economica sta finalmente liberando una quantità – sia pur moderata – di risorse, in parte utilizzabili per mitigare le diseguaglianze, frutto della crisi stessa e di uno sviluppo che, nella sua multiforme dinamicità, ha lasciato indietro troppe persone. Il REI è un esempio di intervento virtuoso, perché prende sul serio le potenzialità delle persone in difficoltà. La politica e la pubblica amministrazione hanno bisogno dei professionisti del Servizio Sociale per trasformare in successo quella che per ora è solo una potenzialità. Auguriamoci tutti buon lavoro, perché l’Italia ne ha bisogno. Vi ringrazio.

1 Commento

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Una risposta a “Il mio intervento all’incontro sul Reddito di Inclusione, organizzato dall’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto.

  1. folengo2

    Ottimo intervento, come sempre del resto. Ad majora. Antonio 

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

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