Il mercato del lavoro prossimo venturo: quando la demografia conta

L’Istat ha appena pubblicato i nuovi dati sul mercato del lavoro e sul PIL italiano aggiornati all’autunno del 2017. Le cose non sono andate male, perché nell’ottobre del 2017 gli occupati erano 246 mila in più rispetto all’ottobre del 2016, è nello stesso periodo il PIL è cresciuto dell’1,7%. Nello stesso periodo, la crescita del tasso di occupazione (calcolato come rapporto fra i lavoratori e la popolazione residente) è stata positiva, ma abbastanza diversa per età: +0,4% (15-24), +0,9% (25-34), +0,6% (35-49), +1,1% (50-64). Se questi numeri verranno confermati anche nei prossimi mesi e anni, l’Italia riuscirà ad assorbire un tasso di disoccupazione ancora più che doppio rispetto a quello tedesco, superiore all’11%? Grazie alle proiezioni di popolazione dell’Istat, è possibile rispondere a questa domanda, ragionando su ciò che potrebbe accadere, di qui al 2021, al mercato del lavoro italiano.

Fra il 2016 e il 2021, la popolazione in età 55-74 crescerà di quasi un milione e mezzo di unità. Infatti, entreranno in questa classe le affollate coorti degli anni ’60, mentre ne usciranno le coorti – molto più striminzite – nate negli anni di guerra. Conseguentemente, se i tassi di occupazione per quella classe di età resteranno quelli del 2016, i lavoratori maturi saranno 435 mila in più. A causa delle riforme pensionistiche già in corso, però, è praticamente certo che il tasso di occupazione crescerà almeno dell’1% l’anno (proprio come è accaduto nel 2016-17). In tal caso, nel quinquennio 2016-21 il numero di lavoratori maturi aumenterebbe di un milione e 221 mila unità.

Speculare è ciò che avverrà per la popolazione in età centrale (30-54), che diminuirà di un milione e 303 mila unità nel corso del quinquennio 2016-21, perché usciranno da questa fascia i figli del baby boom, mentre ci entreranno i pochi figli nati negli anni ’80 e ’90. Se il loro tasso di occupazione rimarrà costante, i lavoratori di quella fascia di età saranno 914 mila in meno. Se – invece – il loro tasso di occupazione aumentasse dell’1% l’anno, nel 2021 in quella fascia di età avremmo 129 mila lavoratori in più.

Infine i giovani. Il numero dei 15-29enni, nel corso del quinquennio 2016-21, resterà pressoché costante, riflettendo un numero di nascite che, fra il 1985 e il 2010 ha continuato a oscillare fra 500 e 600 mila. Di conseguenza, se nel 2021 i tassi di occupazione saranno uguali a quelli del 2016, anche gli occupati di quella fascia di età resteranno invariati. Se il tasso di occupazione crescesse dell’1% all’anno, recuperando in parte la forte diminuzione del periodo 2007-14, alla fine del quinquennio lavorerebbero 429 mila giovani in più.

In complesso, se i tassi di occupazione per sesso e classe di età resteranno costanti sui livelli del 2016, nel 2021, per il solo effetto delle “onde demografiche”, i lavoratori saranno mezzo milione in meno rispetto al 2016. Se invece, per uomini e donne nelle tre classi di età il tasso di occupazione aumentasse dell’1% ogni anno, nel 2021 gli occupati sarebbero quasi un milione e 800 mila in più. Questa crescita del tasso di occupazione (che si realizzerebbe con almeno 350 mila nuovi posti di lavoro ogni anno fra il 2016 e il 2021) si avvererà quasi certamente per i lavoratori maturi – perché dovuto in massima parte a regole pensionistiche già in essere – mentre per i giovani e per le persone in età centrale dipenderà dall’effettiva capacità del sistema Paese di creare nuovo reddito e nuovo lavoro.

Anche per i prossimi anni, i lavoratori maturi rischiano di continuare a fare da “tappo” ai lavoratori più giovani. Del resto, non è opportuno – per far posto ai giovani – scardinare l’equilibrio del sistema pensionistico, generalizzando la concessione di pensioni anticipate non onerose, perché si aprirebbero grosse falle sul bilancio dello stato, che nel breve periodo possono essere chiuse solo aumentando le tasse o riducendo drasticamente la spesa pubblica, e quindi deprimendo la crescita.

Possiamo ora rispondere alla domanda iniziale. L’incremento dei posti di lavoro e del reddito dell’ultimo anno, pur rilevante, non è sufficiente. Nel quinquennio 2016-21 in Italia, solo creando ogni giorno mille veri e nuovi posti di lavoro i tassi di occupazione dei giovani e degli uomini in età centrale si accosteranno ai livelli precedenti la crisi, e i tassi di occupazione delle donne in età centrale potranno avvicinarsi a quelli dei più avanzati Paesi europei. Perché ciò accada, il PIL dovrebbe crescere almeno del 2% all’anno – 500 euro in media in più all’anno per ogni italiano – per i prossimi cinque anni. e ciò dovrebbe accadere soprattutto nelle aree ad alta disoccupazione, in primo luogo nel Mezzogiorno. Al di là dei proclami, chi si candiderà al governo del paese dovrà quindi proporre ricette credibili ed efficaci per creare molto nuovo reddito e molto nuovo lavoro.

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