Sulle Pensioni e l’attesa di vita 

La vita media per un sessantacinquenne italiano è cresciuta di cinque mesi nel giro di soli tre anni (20,7 anni nel 2016). Un’ottima notizia, che testimonia il miglioramento degli stili di vita degli italiani, del sistema della prevenzione, delle cure e della riabilitazione. Detto ciò, cosa titolano i giornali? Che si andrà in pensione più tardi… mi pare un modo un po’ bizzarro di presentare la realtà: sarebbe forse stato meglio vivere di meno, andando in pensione prima? 

L’età alla pensione va alzata assieme alla lunghezza della vita: in caso contrario, tutto il peso cadrà sui più giovani. Con Ape Social – applicato in modo adeguato – permettiamo la pensione anticipata per chi fa lavori faticosi e usuranti. Ma non scardiniamo l’equilibrio pensionistico generale! 

L’attesa di vita a 65 anni, da oscuro indicatore demografico noto a pochi addetti ai lavori, si è imposto nel pubblico dibattito italiano, perché elemento base per fissare l’età alla pensione di vecchiaia e il tempo necessario per accedere alla pensione anticipata. Secondo le regole attualmente in vigore, con un atto amministrativo da adottare entro il 31 dicembre 2017, il Governo dovrebbe fissare il nuovo limite, confrontando l’età calcolata dall’Istat al 2016 con quella del 2013. I dati, appena pubblicati, danno un risultato implacabile: l’indicatore è cresciuto di 0,42 anni, e quindi l’età alla pensione di vecchiaia dovrebbe salire di cinque mesi, raggiungendo i 67 anni tondi, mentre per la pensione anticipata sarebbero necessari 43 anni e tre mesi di contributi. Le nuove regole dovrebbero entrare in vigore dal primo gennaio 2019. Da un punto di vista demografico, questo modo di fare presenta una forte criticità, ossia l’ipotesi – implicita nel metodo adottato – che la speranza di vita a 65 anni cresca in modo costante nel tempo.

In realtà, questo non accade, anzi negli ultimi anni si osservano significative oscillazioni: l’attesa di vita a 65 anni, che valeva 20,30 anni nel 2013, è salita a 20,61 nel 2014, scesa a 20,32 nel 2015, risalita a 20,72 nel 2016. Quindi, se il confronto fosse stato fatto ogni due anni (come per legge si farà a partire dai dati del 2018) anziché ogni tre anni (come si fa oggi), l’età al pensionamento non sarebbe stata toccata, perché gli indicatori al 2013 e al 2015 sono praticamente uguali. Inoltre, l’anno in corso, probabilmente, sarà un altro periodo di stasi o di ulteriore calo dell’attesa di vita degli anziani, perché fra gennaio e giugno i decessi del 2017 sono stati quasi 30 mila in più rispetto a quelli dello stesso periodo del 2016 (+9%), a causa di un forte picco invernale, e i primi dati disponibili per l’estate fanno presagire un ulteriore incremento, dovuto alle ondate di calore di luglio e di agosto (proprio come accaduto nel 2015). Queste oscillazioni rischiano di diventare sempre più forti, a mano a mano che aumenterà il numero dei grandi anziani, il cui rischio di morte è molto più suscettibile ai capricci del clima, delle epidemie di influenza e di altri fattori assimilabili al caso.
Che fare dunque? Adeguare il nostro sistema pensionistico alle variazioni della speranza di vita è cruciale, per garantirne l’equilibrio finanziario, evitando di scaricare sui più giovani il costo di pensionamenti troppo precoci rispetto all’effettiva sopravvivenza dei pensionati. Tuttavia, è opportuno sottrarre questo adeguamento alle oscillazioni casuali, che potrebbero penalizzare o favorire – in modo sostanzialmente erratico – una coorte rispetto alla precedente o alla successiva. La mia proposta è di limitare l’effetto del caso, mantenendo, dai dati del 2017-18, l’adeguamento biennale, ma calcolandolo sulla media degli indicatori del biennio. Per l’adeguamento attuale, in via transitoria, si potrebbe confrontare il dato del 2013 – quello utilizzato oggi – con la media realizzatasi nel triennio 2014-16. L’incremento sarebbe di 0,25 anni (equivalente a 3 mesi in più, invece di cinque). Oppure, senza toccare le attuali regole di adeguamento, si potrebbero utilizzare i risparmi legati al calo di speranza di vita del 2015 per allargare la platea di accesso all’APE social, in modo da favorire le persone che fanno lavori usuranti, coincidenti in larga parte con i gruppi caratterizzati da speranza di vita meno elevata.

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