“Porta espugnata, Ezzelino vinto”,

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Una scritta a Padova, sulla duecentesca porta Altinate dice: a ricordo dell’impresa bellica del 1256, quando il tiranno Ezzelino venne rispedito dalle parti di Bassano, e Padova fu restituita alle sue libertà comunali. Il 25 giugno Padova ha ripreso in mano il suo destino, senza scontri bellici, chiudendo la parentesi di Massimo Bitonci, rispedito a Cittadella dopo una lotta all’ultimo voto e una campagna elettorale estenuante e senza esclusione di colpi. Dopo aver stappato lo spumante e brindato al nuovo inizio, conviene però svolgere qualche considerazione più generale, per partire con il piede giusto per i prossimi cinque anni.

I quotidiani nazionali scrivono che Padova è fra i pochi capoluoghi del Centro Nord dove il centrosinistra è riuscito a battere la coalizione Lega – Forza Italia. In realtà non è andata proprio così. A Padova ha vinto una specie di Comitato di Liberazione Nazionale, dove tutte le forze ostili a Bitonci sono riuscite a coalizzarsi assieme, con l’esclusione dei Cinque Stelle, che hanno però ricoperto un ruolo politicamente e numericamente marginale. La notte del 25 giugno in piazza stavano fianco a fianco persone che per gli ultimi trent’anni (e anche più) sono stati avversari politici anche feroci. Proprio come accadde quando Togliatti tornò in Italia all’inizio del 1944, e i comunisti iniziarono a combattere e a governare a fianco di Badoglio, che fino a poche settimane prima li aveva incarcerati e perseguitati, nel supremo interesse della nazione. Come è stato possibile questo miracolo? Credo che il successo sia dovuto a due fattori, il primo politico, il secondo personale.

Politicamente, c’è stata la convergenza virtuosa e quasi miracolosa di cinque diverse strategie. Il PD ha avuto il coraggio e la determinazione di aprire al Centro e alla Destra cittadina antibitonciana, affrontando per questo anche scissioni e mal di pancia interni più o meno silenziosi, e puntando su un candidato civico potenzialmente votabile da un ampio schieramento, ma estraneo alla tradizione di sinistra. I militanti e gli organi del PD sono riusciti a perseguire con coerenza questa rischiosa strategia, mettendo anche a servizio dell’operazione tutte le capacità organizzative e di mobilitazione, anche di forze giovanili. Il Centro Destra antibitonciano ha accettato il rischio di questa operazione politica, pagando in termini di voti, ma perseguendo una strategia coerente e pragmatica. Anche MDP con Zanonato ha mantenuto la barra dritta, mantenendo l’appoggio dato fin dall’inizio a Sergio Giordani, quando la scissione era ancora al di là da venire. Coalizione Civica è riuscita finalmente a dare uno sbocco di governo a un percorso di partecipazione, che iniziò più di un decennio fa, ai tempi dell’assessore Scortegagna, passando per l’esperienza di Padova 2020. Alimentandosi di diverse culture politiche – fra cui va citato almeno l’ambientalismo di governo della vivace Lega Ambiente padovana – Coalizione Civica ha avuto la forza di mettere in campo strumenti decisionali non banali, che sono riusciti a coinvolgere assieme vecchi militanti delusi e giovani finora estranei alla politica. Infine le forze della sinistra “estrema” tradizionale, aderendo al progetto di Coalizione Civica, sono riuscite a passare dalla denuncia fine a se stessa alla mediazione, sempre necessaria se si vuole provare a governare.

Queste variegate e complesse strategie politiche non sarebbero giunte a nulla se non avessero potuto giovarsi di due personalità, che sono riuscite a parlare agli elettori, esaltando gli elementi di convergenza e mettendo in secondo piano le differenze. Nell’insegna del civismo, Giordani e Lorenzoni hanno saputo suscitare speranze ed entusiasmi dimenticati. Ha senza dubbio giovato la loro estraneità alla “politica politicante”, che non vuol dire però mancanza di impegno civico e di esperienza professionale. Nelle due settimane precedenti il ballottaggio, Giordani e Lorenzoni hanno fatto il miracolo di contrastare la martellante propaganda di Bitonci, tutta basata sul mettere in evidenza le ipotetiche contraddizioni interne allo schieramento avversario, mostrando anche fisicamente – apparendo assieme a tutti gli eventi pubblici – la loro unità d’intenti, e mettendo in luce le parti di programma comuni agli due schieramenti.

Da questa lettura dei fatti scaturiscono due suggerimenti per il futuro. Il primo è per i Partiti e i Movimenti che hanno sostenuto Giordani e Lorenzoni. Poiché il lieto fine di questa vicenda è legato indissolubilmente al contributo di questi due nuovi protagonisti della vita politica di Padova, specialmente alla loro capacità di presa diretta con gli elettori, conviene lasciarli lavorare con grande autonomia. Più esplicitamente, siano loro a definire la giunta e gli altri organi di governo della città e a impostare la realizzazione del programma di governo. I Partiti e i Movimenti che li hanno sostenuti continuino a farlo, con lealtà e senza temere di manifestare il dissenso. Ma non pongano veti né impongano uomini.

Il secondo suggerimento è per Giordani e Lorenzoni. Questa vicenda si è conclusa bene anche grazie a mobilitazioni straordinarie, che hanno avvicinato molte persone alla politica e risuscitato vecchi e sopiti entusiasmi. Si realizzi quindi subito quella parte del programma che prevede, nei quartieri e nei rioni, nuovi strumenti di partecipazione. Bisogna creare assemblee permanenti, dove gli eletti possano mantenere, in modo strutturato, un filo diretto con gli elettori. Ma debbono essere organi che contano, nel senso che le loro deliberazioni e i loro suggerimenti debbono trovare effettiva rilevanza nella costruzione delle decisioni amministrative.

Buon lavoro a Sergio Giordani, ad Arturo Lorenzoni, al rinnovatissimo consiglio comunale, alla nuova giunta e a tutti i nuovi organi di governo. Perché una storia strana – nata nel contrasto a uno stile di governo incompatibile con le tradizioni democratiche di Padova – possa diventare il punto di inizio di una sua rinascita economica, amministrativa e culturale.

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