La legge Fornero, possibile modifiche?

E.Fornero

In vista della prossima legge di stabilità, sta entrando nel vivo la discussione sulle possibili modifiche della legge Fornero sulle pensioni. Il 15 di aprile l’Istat – dopo un complesso lavoro di integrazione fra banche dati – ha rilasciato alcuni dati sulle differenze di mortalità per livello di istruzione, fondamentali per ragionare sulle diseguaglianze del sistema pensionistico e sui possibili correttivi (istat.it/it/archivio/184896).

Le differenze di sopravvivenza secondo la classe sociale sono rilevanti. A 65 anni, gli uomini con licenza elementare e senza titolo vivono in media 2,2 anni in meno rispetto ai laureati (17,8 contro 20,0 anni). Per le donne le differenze sono inferiori (21,6 contro 22,9 anni), ma sempre statisticamente significative. 

Non è facile distinguere fra le motivazioni di queste diseguaglianze. In parte, esse sono dovute a diversità nei comportamenti individuali: ad esempio, fra le persone con basso titolo di studio sono oggi più diffusi i fumatori. Inoltre, le persone più istruite sono anche mediamente più ricche e più informate, e quindi meglio in grado di usufruire dei vantaggi del sistema sanitario, e più in grado di adottare comportamenti più salutisti, come buone abitudini alimentari.

Tuttavia, parte di queste differenze è attribuibile alle diverse attività lavorative: com’è facile immaginare, quarant’anni in ufficio o quarant’anni in un cantiere hanno effetti assai diversi sulla probabilità di ammalarsi per svariate patologie.

Le necessarie rettifiche del sistema pensionistico dovrebbero tener conto di questi risultati. Infatti oggi la definizione dell’età all’uscita non ne tiene conto, e per questo motivo – paradossalmente – i più poveri e i meno istruiti si trovano a pagare parte delle pensioni dei più ricchi e dei più istruiti.

Senza intaccare l’equilibrio del sistema, l’età all’uscita potrebbe essere modificata, abbassandola per le persone meno istruite e alzandola per quelle più istruite. Non è un’operazione semplice, ma credo sia una doverosa azione di equità, e i dati oggi pubblicati dall’Istat la rendono effettivamente possibile.

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