Referendum Trivellazioni 17/4: Votiamo SI

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Qualche discorso un po’ più articolato, anche se sintetico, sul perché ho deciso di votare sì e di chiedere di votare sì al referendum del 17 aprile.

Perdonerete se la sintesi mi fa tagliare le cose con un coltellaccio e se devo adentrarmi in spiegazioni un po’ complesse.

L’unica differenza fra il prima e il dopo della legge che si chiede di abrogare è la indeterminatezza temporale delle concessioni. Mi spiego meglio. Lo stato è per definizione proprietario di una serie di cose, che concede a privati di utilizzare, in quanto portatrici di benefici (economici etc.) anche per il pubblico. E’ il caso di tutto ciò che è nel sottosuolo, ma anche della gran maggioranza delle autostrade, delle cave eccetera.

Prima dell’articolo dello SbloccaItalia sottoposto a quesito referendario, per il prelievo di gas e petrolio entro le 12 miglia marine (20 km dalle coste) venivano date concessioni di 20 anni, prorogabili – in pratica – quante volte si voleva, ma con la proroga sottoposta ogni volta ad autorizzazione e a controllo. Ora le cose sono cambiate, con l’approvazione di una norma che sembra di buon senso, che dice che la concessione vale fino all’esaurimento del giacimento.

In realtà questa indeterminatezza temporale induce le compagnie petrolifere a comportamenti non virtuosi e dannosi per l’interesse generale, sostanzialmente di due tipi.

In primo luogo, le compagnie sono incentivate a prelevare poco petrolio / gas, perché c’è una franchigia nelle royalties che sono tenute a pagare (per il petrolio a mare pagano solo se producono oltre 50 mila tonnellate all’anno). Per il gas non ho trovato il dato preciso, ma so che quasi tutte le piattaforme entro le 12 miglia hanno un prelievo sotto il valore di franchigia.

In secondo luogo, se resta in vigore questa norma le compagnie riescono a protrarre in misura indefinita i tempi dello smantellamento, a cui sarebbero tenute – in teoria – quando termina la concessione e/o quando il pozzo si esaurisce.

I costi dello smantellamento e le franchigie sono la vera questione, dal punto di vista economico, che – non a caso – i sostenitori del NO o del non voto si guardano bene da sottolineare.

Poi c’è tutto il resto. Fra cui molte contraddizioni fra chi sostiene il non voto o il NO. Se si vuole sostenere la produzione nazionale, perché si continuano a mettere ostacoli alla produzione del bio-metano da rifiuti? Se si sostengono i posti di lavoro dall’energia, perché assistiamo a continui interventi legislativi che ostacolano il solare diffuso?

E poi: siamo sicuri che dal pdv economico non convenga importarlo il gas, piuttosto che produrlo, specialmente con prezzi che – a detta di moltissimi esperti – sono destinati a rimanere basso per un bel po’ di anni? Tanto più che con la TIP (il tubone che permetterà di importare il gas dall’Azerbajgan, che io sostengo fortemente) l’Italia diventerà hub del gas, quindi non più solo ricettore finale, e sarà sempre meno soggetta ai “ricatti” della Russia e del Nord Africa.

La verità è che per aver convenienza a prelevare il gas in mare le compagnie debbono poter godere di agevolazioni di diverso tipo, compresa quella dell’articolo dello SbloccaItalia sottoposto a questito referendario. Altrimenti non conviene, visti proprio i bassi prezzi. Non a caso, alcuni progetti di ricerca e prospezione sono stati abbandonati, come quello di Ombrina Mare, sulle coste dell’Abruzzo.

Dovremo continuare a dipendere dal metano per molti anni. Ma con i prezzi bassi conviene importarlo! Sta succedendo per il gas la stessa cosa che è accaduta per tanta altra produzione minenaria nazionale. Le miniere del Sulcis ha chiuso non perché si sono esaurite, ma perché il carbone che arriva dell’Australia è molto meno caro.

E per finire, il paese ha bisogno di una svolta green. Sono contento che Enel Green Power (la maggiore azienda produttrice di energie rinnovabili d’Italia, 2.2 milioni di gigawatt prodotti nel 2014) abbia fatto una bellissima centrale in Nevada che mette assieme geotermico, fotovoltaico e solare termodinamico, che Renzi è andato a inaugurare questa settimana. Ma mi dispiace un po’ che non ne stia facendo una analoga a Larderello (in Toascana, la prima centrale geotermica al mondo…), che produca in Italia appena poco più del 10% della sua potenza in rinnovabili, e che abbia grandi progetti solo all’estero…

Non credete a quanti vi dicono che rinunciare a puntare sulla produzione everywhere di petrolio e di gas voglia dire ragionare da anime belle, o da ecologisti assatanati, che vorrebbero trasformare l’Italia in un campo di carote. Non sempre le scelte tecnologicamente possibili sono economicamente le uniche dotate di convenienza economica.

Ad esempio, rinunciando all’agricoltura OGM l’Italia ha accelerato lo sviluppo dell’agricoltura biologica, della qualità e della varietà rispetto alla quantità, e lo sviluppo agricolo sta contribuendo all’uscita della della crisi, puntando su produzioni ad alto valore aggiunto e a maggior intensità di lavoro. Così, ad esempio, l’olio di oliva che esportiamo viene venduto a un prezzo unitario doppio di quello esportato dalla Tunisia.

Lo stesso possiamo fare per l’energia rinnovabile, dove già siamo all’asoluta avanguardia tecnologica su molti settori, come i sistemi di accumulo.

Ci sarebbero altre cose da dire, ma mi fermo qui, e spero di avere reso l’idea che il voto del 17 è importante, perché ci permette nello stesso tempo di modificare una legge sbagliata (bloccando non le trivellazioni oggi attive, ma l’indeterminatezza delle concessioni) e di dare dare un segnale verso una tipologia di sviluppo economico favorevole per il nostro paese.

Per questo il 17 aprile voterò SI e vi chiedo di votare SI

  • Ancora sulle trivellazioni un bell’articolo di Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera, appena uscito sull’Unità.

Non posso condividere la scelta del Partito Democratico di invitare esplicitamente all’astensione nel referendum del 17 aprile. Il referendum è uno strumento importante per dare voce ai cittadini, in particolare sui temi ambientali. Sono sempre stato per questo favorevole all’eliminazione del quorum necessario perché la consultazione sia valida, come accade in altri paesi, rendendo più selettivo l’accesso allo strumento. Se verrà confermata la riforma della Costituzione attualmente in discussione, ci sarà un importante passo in questa direzione con un drastico abbassamento del quorum. Capisco la scelta di parte dello schieramento per il “SI” di utilizzare la consultazione, al di là del merito che è diverso e molto più limitato, per spingere il Governo verso politiche molto più decise nel ridurre il ricorso alle fonti fossili, in coerenza con la direzione indicata dalla COP21 di Parigi per contrastare i mutamenti climatici. E per questo motivo voterò sì. Un orizzonte completamente assente nella propaganda del comitato per il “NO”, che indica un’idea di sviluppo legata al passato e perdente, simile a quella a suo tempo proposta per sostenere il nucleare: del resto molti protagonisti sono gli stessi. Per fortuna i cittadini bloccarono col voto una decisione che, anche dal punto di vista economico, sarebbe stata disastrosa per il nostro Paese. L’iniziativa referendaria avanzata dalle regioni è stata la risposta ad una scelta, a mio avviso sbagliata, fatta dal Governo nello “Sblocca Italia” di centralizzare le scelte in materia di estrazione di idrocarburi, eliminando molti dei vincoli esistenti ed enfatizzando le potenzialità economiche ed occupazionali dell’Italia in questo campo. L’Assomineraria parlò allora addirittura di 120.000 nuovi posti di lavoro: il doppio dei dipendenti della SAUDI ARAMCO, la compagnia di Stato saudita che gestisce tutte le riserve di petrolio e gas di quel paese. Una prospettiva ideologica ulteriormente indebolita dall’andamento dei prezzi del petrolio. Il mio dissenso su quella parte dello “Sblocca Italia” non fu consegnato ad un tweet ma illustrato nel dibattito parlamentare. Da quella scelta nasce l’iniziativa referendaria di dieci regioni che hanno presentato sei quesiti. Ho a suo tempo dichiarato che, per i motivi detti, se si fosse andati al voto avrei votato sì. Il Governo ha scelto, saggiamente, una strada diversa dando risposta, nella legge di Stabilità per il 2016, ai quesiti referendari. In particolare per quello che riguarda il ripristino del divieto di trivellazione entro le 12 miglia (circa 22 kilometri) dalla linea di costa, che ha fermato progetti giustamente contestati, come quello di Ombrina davanti le coste abruzzesi. Il limite delle 12 miglia non esiste peraltro in nessun paese europeo, come Francia, Spagna, Germania, Inghilterra, Grecia. Lo scenario da brivido descritto da alcuni fotomontaggi, con pozzi fiammeggianti davanti ad alcuni dei luoghi più suggestivi della nostra Italia, è oggi del tutto destituito di fondamento perché vietato dalle nostre leggi. In più, nel corso di questa legislatura sono stati introdotte in Parlamento nuove norme più restrittive: il divieto dell’utilizzo del fracking (la fatturazione idraulica) per l’estrazione di idrocarburi, l’obbligo per qualsiasi compagnia che opera nei nostri mari di garantire economicamente il massimo incidente ipotizzabile, l’obbligo per il Ministro dell’Ambiente ci predisporre entro l’anno una relazione sugli effetti per l’ecosistema marino dell’utilizzo della tecnica dell’”airgun” (l’aria compressa per prospezioni geofisiche). Anche queste norme non esistono in altri paesi e pongono dal punto di vista legislativo l’Italia all’avanguardia in questo campo per la tutela dell’ambiente. Sarebbe giusto anzi chiedere al Governo di estenderle in sede europea e di avviare accordi internazionali con i paesi rivieraschi a tutela di tratti di mare particolarmente delicati come l’Adriatico. Le condizioni del mercato del petrolio li rendono oggi più praticabili. La Corte Costituzionale ha ritenuto che le modifiche introdotte nella legge di Stabilità dessero risposta a cinque dei sei quesiti proposti dalle regioni ma non a quello legato ad una norma, che ha origine prima dello “Sblocca Italia”, che permette alle piattaforme esistenti di lavorare fino all’ esaurimento del giacimento. Trovo sbagliato e perdente non riconoscere che l’iniziativa referendaria ha già avuto sostanzialmente successo, che le questioni principali sono state risolte, che abbiamo oggi un sistema di norme tra i migliori del mondo. Sarebbe stato al tempo stesso ragionevole, come avevo pubblicamente chiesto, che il Governo venisse incontro anche a questo ultimo quesito. Ma non è stato fatto. Non sono in ballo nuove trivellazioni. Se vincessero i “SI”, mano a mano che scadono le concessioni, dovrebbero essere chiuse le piattaforme attive entro le 12 miglia. Si tratta in buona parte di piattaforme che estraggono gas, il combustibile fossile meno inquinante, che continueremo ad usare a lungo. E le nostre competenze e le nostre tecnologie sono tra le più affidabili e avanzate del mondo. Al di là di forzature propagandistiche, l’Italia non avrebbe certo problemi a rimpiazzare questo limitato approvvigionamento con importazioni dall’estero, al tempo stesso andrebbero sicuramente persi nei prossimi anni alcune migliaia di posti di lavoro. Tutto questo senza ridurre di un metro cubo i nostri consumi interni. Anzi, bisogna ricordare che il trasporto costa anche in termini energetici e che il gas che ci arriva da fuori consuma circa il 10% in più di energia.

Non ho mai pensato, a differenza di altri, che, nel tempo che ci è dato di prevedere, sarebbe stato l’esaurimento fisico dei combustibili fossili il problema da fronteggiare. La riduzione del loro utilizzo è però oggi necessaria per combattere i mutamenti climatici e l’inquinamento. Farlo può rafforzare e rendere più competitiva la nostra economia su scenari innovativi e accrescere la nostra indipendenza energetica a fronte di contesti geopolitici tempestosi, con le conseguenze che tutti vediamo.  Un minor ricorso ai combustibili fossili dipende soprattutto dall’innovazione, dalla ricerca, dalla conoscenza. Dal risparmio energetico e dall’efficienza. Da un crescente ricorso alle fonti rinnovabili. L’Italia può giocare un ruolo di primo piano grazie a tante imprese che in tutti i settori si muovono verso la green economy e a politiche di eccellenza di vari enti locali. Non penso solo a impianti molto innovativi come quello dell’Enel inaugurato pochi giorni fa a Stillwater nel Nevada da Matteo Renzi e Francesco Starace, che combina per la prima volta la geotermia con solare fotovoltaico e termico. Soltanto grazie al recupero dei materiali, in cui siamo primi in Europa, noi risparmiamo ad esempio circa 15 milioni di TEP all’anno ed evitiamo 55 milioni di CO2, a conferma delle potenzialità dell’economia circolare. Possiamo fare di più, ma non si affronta la sfida ambientale senza un’idea più generale di futuro. Un’idea che stia in campo e parli a tutto il Paese. Aveva ragione, molti anni fa, lo sceicco Yamani, ministro saudita del petrolio, quando sosteneva che l’età della pietra non era finita per mancanza di pietre e l’età del petrolio non sarebbe finita per l’esaurirsi dei pozzi (e certamente non per la chiusura di qualche piattaforma), ma per la tecnologia, che è il vero nemico dell’OPEC. Dobbiamo e possiamo oggi porci obiettivi ambiziosi, proprio perché sono praticabili e non velleitari. Questo richiede coerenza da parte di tutti. Sicuramente il Governo deve darsi una nuova politica e rivedere una Strategia Energetica Nazionale nata vecchia, superata dai fatti e assolutamente inadeguata alle sfide che ci attendono. Anche le istituzioni, le imprese, i cittadini devono però fare la loro parte. Le rinnovabili, ad esempio, sono oggi frenate non solo dal crollo degli incentivi e da una burocrazia soffocante e renitente alle responsabilità, ma anche da opposizioni spesso a prescindere che bloccano il solare fotovoltaico e quello termodinamico, l’eolico, il biogas, la geotermia, la chimica verde. Cioè proprio le iniziative che riducono concretamente e non a parole il ricorso ai combustibili fossili. Molte regioni, anziché darsi regole semplici e certe per evitare abusi e favorire queste iniziative che producono nuove economie e posti di lavoro, vivono alla giornata o fanno scelte propagandistiche. Può così accadere che la regione Puglia, che non ha nessuna piattaforma interessata dal referendum del 17 maggio, ha visto bloccato un impianto eolico nel golfo di Taranto. E la regione Sicilia, con una maggioranza bulgara che va dal PD al Movimento 5 Stelle, ha fermato l’eolico sopra i 20 Kw. Faccio fatica a partecipare ad un campagna referendaria in cui di questo quasi nessuno parla. In cui atteggiamenti ideologici e opportunismi politici sembrano prevalere sul coraggio delle scelte e sulla volontà di futuro. Ma, quale che sia l’esito del referendum, di questo dovremo tornare a parlare dopo il 17 aprile.

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