Gli accordi internazionali 

  
Questa mattina in Senato stiamo votando tutta una serie di ratifiche di trattati internazionali, alcuni molto importanti, anche se lontani dai riflettori dei media. A margine di una di queste ratifiche, il Senatore PD Alessandro Maran, grande esperto di politica estera e militare, chiarisce molto bene il senso degli accordi fra paesi per contrastare le guerre e il terrorismo.

Signora Presidente, intervengo in dichiarazione di voto solo per chiarire alcuni aspetti, che sono stati sollevati anche nella discussione precedente. Lo farò soltanto in occasione di questa dichiarazione di voto, ma vale anche per gli altri disegni di legge di ratifica di cui discuteremo. 
Il mio intervento riguarda l’impianto delle ratifiche in esame, su cui vale la pena fare un chiarimento, visto che la discussione di politica estera, in queste settimane e in quelle che ci attendono, costituirà il fulcro di una serie di riflessioni. Gli accordi al nostro esame costituiscono il tentativo, in conformità con quella che è forse la lezione più importante dell’ultimo secolo , di costruire le nazioni e la loro civilizzazione attraverso il diritto. 
Dopo la seconda guerra mondiale, la lezione da cui ha presso corpo la Unione europea è stata quella di non comportarsi come si è fatto con il Trattato di Versailles, mettendo in ginocchio il nemico di ieri e costringendolo, con le sanzioni e con il disarmo, in una condizione di non poter nuocere. Quell’accordo e quella concezione avevano provocato l’ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale.
Dopo quella lezione abbiamo deciso di stringere a noi il nemico di ieri, in maniera così stretta, che la guerra fosse impossibile e addirittura, come diciamo noi, impensabile. Questo è l’atteggiamento che è stato anche alla base dell’allargamento dell’Unione europea: di fronte alla dissoluzione dello impero sovietico abbiamo deciso di stringere a noi quei popoli e quegli Stati, in maniera così stretta, che la guerra che abbiamo visto in Europa, nella ex Iugoslavia, diventasse impossibile e impensabile. 
È questo tessuto di relazioni che fonda quell’ordine liberale, che ha nutrito soprattutto gli Stati Uniti e poi la nostra esperienza europea, che costituisce e ha costituito la cornice dello sviluppo economico, sociale e politico di questi ultimi anni. 
Di fronte a tutte le disgrazie che vediamo, non dobbiamo dimenticare che di fronte a noi abbiamo le conseguenze, non tanto dei nostri fallimenti, ma dei nostri successi. Lo scorso anno, dal punto di vista di tutti gli indicatori globali, come la povertà, la salute e lo sviluppo – anche se noi abbiamo un sacco di guai – è stato il migliore anno nella storia dell’umanità. Negli ultimi dieci anni è uscito dalla miseria un miliardo e mezzo di persone. Questo ci provoca un sacco di problemi e causa un sacco di guai al nostro export, ma non possiamo pensare che la risposta sia quella di chiedere loro di tornare in una condizione di miseria, perché noi stavamo “nella grazia di Dio” e stavamo meglio.
Di fronte a questi fenomeni, abbiamo una situazione da dover gestire, aggravata dalla riduzione del ruolo globale degli Stati Uniti, che non hanno la voglia, né la capacità ed il consenso interno per agire ancora da gendarme del mondo.
Il problema più grande è la difficoltà dell’Europa di mantenere una coesione che le consenta di essere un attore regionale e globale di qualche significato. Colleghi, alla fine di tutte queste discussioni la domanda è sempre la stessa. Non ci sono più il mondo bipolare, né quello unipolare – mi riferisco al breve periodo dell’unilateralismo americano – e stanno sorgendo potenze regionali. 
Al centro di tutta la vicenda in Medio Oriente c’è proprio il conflitto per chi sarà la potenza egemone in quell’area. La domanda che dobbiamo rivolgere all’Europa è quindi molto semplice: «Europa, di fronte a questo scenario internazionale, sei in grado di diventare una potenza regionale, sì o no? Vuoi continuare con il processo di unificazione per sostenere questo sforzo di diffusione dell’ordine liberale, di consolidamento e di accompagnamento dei processi di transizione, sì o no?» Questa è la domanda a cui dobbiamo dare una risposta. Mi avvio a concludere. Ciò che ho sentito sul TTIP e sugli accordi commerciali sono caricature.
Di fronte a noi abbiamo anche una grande strategia, che è la seguente idea. Siccome nessuno è in grado di dirigere ed organizzare da solo il mondo e non c’è più un unico centro, come si fa ad affrontare i pericoli che vengono dai regimi autocratici e dall’estensione di potenze che possono essere minacciose, se non costruendo, come è stato fatto nelle scorse settimane, un accordo pacifico che comprende undici Paesi dell’area dall’India all’Australia, così grande dal punto di vista economico e così forte da quello militare da consentire di essere inclusivo (ad esempio con la Cina, che se rispetterà gli standard potrà entrare), ma anche robusto per stabilire gli standard? 
La stessa cosa dobbiamo farla dalla parte atlantica: mi riferisco ad un agglomerato abbastanza solido dal punto di vista economico e militare, tale da consentire un approccio inclusivo nei confronti della Russia (che potrà cioè essere inclusa, ma saremo noi a stabilire gli standard).
Si tratta dell’ultima occasione che l’Occidente ha per esercitare un ruolo significativo e – per inciso – anche il modo più semplice per impedire il “Brexit”, perché se la Gran Bretagna non sa più dove andare in ragione di un accordo che non le consente più una partnership speciale come quella con gli Stati Uniti, anche il processo di integrazione può avere, come si suol dire, un po’ di vento nelle vele. Questo è quanto dobbiamo affrontare.
Per tutte queste considerazioni, che ho svolto molto rapidamente, dichiaro il voto favorevole del mio Gruppo al disegno di legge di ratifica in esame e ai successivi.

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