No a un PD “a vocazione minoritaria”. Sì a un partito riformista

Sono d’accordo con Giorgio Tonini, senatore della Segreteria del PD 



” I miei vecchi amici, Rosy Bindi e Franco Monaco, non hanno mai amato la
vocazione maggioritaria del Pd. Per loro è sinonimo di tradimento del
bipolarismo politico. Come se il bipolarismo fosse una sorta di guerra
civile fredda, tra fazioni irriducibilmente incompatibili tra loro, fino
alla delegittimazione reciproca. E non, come è in tutte le democrazie
mature, la competizione al centro, per la conquista degli elettori mediani,
sulla base della migliore proposta di governo. Non a caso, Bindi e Monaco,
oggi ce l’hanno a morte con Matteo Renzi, proprio come, l’altro ieri, ce
l’avevano fonda con Walter Veltroni. Perché Veltroni prima e Renzi poi
hanno pensato e praticato il Pd come grande partito riformista a vocazione
maggioritaria, proteso nella conquista di strati sociali e culturali del
paese che la sinistra tradizionale non aveva mai saputo, o non sapeva più
rappresentare. Non solo imprenditori e partite Iva, anche gli operai: basti
pensare che sulla base degli studi dell’ITANES, il Pd di Bersani, amato e
rimpianto da Bindi e Monaco, nel 2013 si era piazzato terzo tra le tute
blu, dopo Grillo e Berlusconi, mentre nel 2014 con Renzi ha raddoppiato i
consensi e conquistato la prima piazza. Non è in discussione, come è ovvio,
il diritto di critica. Quel che colpisce, in Bindi e Monaco, è il sacro
furore che li anima, la carica moralista, assai prima e più che politica,
con la quale menano i loro fendenti. Ma il moralismo è il giudizio senza
intelligenza, nel senso profondo di comprensione. E infatti, gli anatemi di
Bindi e Monaco si espongono a diversi infortuni intellettuali. Il primo è
considerare un paradosso la eventuale nascita di una forza a sinistra del
Pd, con la scelta socialista del Pd stesso, una scelta peraltro promossa e
perfezionata da Renzi. In realtà, non c’è paese dell’Europa continentale
nel quale i partiti socialisti non solo non abbiano un “nemico a sinistra”,
ma non ne abbiano alcun timore e lo usino anzi come prova “a contrario”
della loro vocazione maggioritaria. Il secondo infortunio intellettuale è
l’utilizzo del premio di maggioranza alla lista, previsto dall’Italicum
2.0, come prova regina che dimostrerebbe la mutazione genetica del Pd in
partito-pigliatutto collocato al centro in chiave anti-bipolare. Peccato
che il premio alla lista (e non alla coalizione) fosse il contenuto del
referendum Guzzetta-Segni promosso nel 2007, sostenuto da Bindi e Monaco
(come da molti di noi), i quali ne fecero anzi un argomento polemico contro
Veltroni, che non firmò quel referendum, perché ne temeva (non a torto) il
possibile impatto negativo sulla tenuta del Governo Prodi. Dunque, ieri
anatema contro la vocazione maggioritaria di Veltroni in nome del premio di
lista. Oggi, anatema contro quella di Renzi, in nome del premio di
coalizione. Calma, ragazzi…

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