Intervento in aula su divorzio breve 



Nel corso del nuovo secolo ci sono stati ogni anno all’incirca 85 mila separazioni e 50 mila divorzi, con scarsi cambiamenti nel corso del tempo. Si può stimare che un matrimonio su trecelebrati in Italia nell’ultimo decennio del Novecento finiranno con una separazione, ma solo uno su cinque con un divorzio.

 

Una caratteristica particolare dell’Italia è l’ampia distanza temporale fra matrimonio e separazione (in media 16 anni fra matrimonio e iscrizione al ruolo). Tale distanza non si riduce nel tempo. Nel 2012, metà delle separazioni e un terzo dei divorzi hanno interessato almeno un figlio affidato.

 

Non tutte le separazioni si concludono con un divorzio: nel corso dell’ultimo ventennio, in un caso su tre i coniugi non passano dalla condizione di separati a quella di divorziati. Quindi, la condizione di separato o di separata – una caratteristica peculiare dell’Italia e di pochi altri paesi – viene scelta come pressoché definitiva da un numero rilevante di coppie, e la dinamica fra separazione e divorzio è assai stabile nel tempo.

 

È sbagliata l’idea di un  numero soverchiante e crescente di coppie “incatenate” dai tempi troppo lunghi intercorrenti fra separazione e divorzio. I numeri ci dicono che solo un numero contenuto di persone sente l’urgenza di restringere i tempi. Inoltre, le coppie separate che sentono l’urgenza di divorziare sono una minoranza. Nel 2012 i divorzi sono stati 50 mila: solo nel 38% dei casi la distanza fra separazione e iscrizione al ruolo (richiesta di divorzio) è stata di tre anni. Nella maggioranza dei casi, la distanza è stata assai maggiore: nel 42% dei casi fra 4 e 7 anni, nel 21% dei casi addirittura superiore a 7 anni. Quindi si può prevedere che la richiesta di divorzio breve possa interessare nei prossimi anni poco meno di 20 mila coppie all’anno, le altre 30 mila continueranno a preferire tempi più lunghi.

 

La maggioranza delle coppie separate tende a muoversi con prudenza rispetto al divorzio: evitando di chiederlo – preferendo quindi mantenere lo status di separato/a – o chiedendolo solo dopo un periodo di separazione assai più prolungato di quello previsto come minimo dalla legge attuale. L’istituto della separazione è molto “italiano”, ma non è affatto sinonimo di arretratezza culturale. Ha trovato accoglienza duratura e consolidata nelle abitudini delle coppie che vogliono porre fine alla convivenza coniugale, ma non vogliono sospendere del tutto un legame che potrebbe riannodarsi o persistere, sia pure debole, per tutta la vita.

 

Anche senza evocare l’utilizzo opportunistico del divorzio – che pure esiste – lo studio empirico del comportamento effettivo degli italiani suggerisceal legislatore di affrontare questi temi con molta circospezioneAccorciare i tempi fra separazione e divorzio è ragionevole, perché permette di accelerare i percorsi per quella minoranza che –dopo un fallimento matrimoniale – vuole stabilizzare rapidamente una nuova storia di coppia e/o vuole esaurire tutti gli effetti legali del precedente matrimonioLa proposta approvata a larghissima maggioranza alla Camera mi sembra condivisibile, riducendo la distanza minima fra separazione e divorzio a sei mesi in caso di procedura consensuale (69% dei divorzi oggi), a un anno in caso di contenziosoSi tratta di una riduzione rilevantissima, un sesto o un terzo rispetto ai tempi attuali. Si tratta di una scelta equilibrata anche in presenza di figli minori, perché – se è in ogni caso ragionevole mantenere un periodo di riflessione dopo la separazione coniugale – se la frattura coniugale è effettiva e profonda, per il bene dei figli è opportuno stabilizzare la nuova situazione in tempi non eccessivamente prolungati.

 

Nel presente contesto storico italiano, il divorzio diretto appare invece una forzaturache trova poche giustificazioni nei comportamenti effettivi delle coppie. Introducendo il divorzio diretto, il legislatore indicherebbe una strada oggi largamente estranea alla cultura italiana della vita di coppianon praticata né richiesta dalla grande maggioranza dei cittadini coinvolti in percorsi di crisi coniugale.

 

Un commento finale su alcune osservazioni del collega e amico Lo Giudice, con cui condivido la passione per questi temi che – alla fin fine – riguardano la felicità delle persone. Per dire che il divorzio “facile” fa bene al matrimonio, Lo Giudice ha affermato che il picco dei matrimoni in Italia si verificò nel 1971, proprio quando venne introdotta la prima legge sul divorzio. Asuo dire, il divorzio breve e il divorzio diretto potranno indurre un revival dei matrimoni. In realtà, matrimoni e divorzi sono fra loro poco connessi. Il picco dei matrimoni negli anni ’60 e ’70 si è verificato in tutti i paesi occidentali, a prescindere dalle leggi vigenti sul divorzio. E nell’ultimo quarantennio, i matrimoni sono diminuiti dovunque, ma ancora per motivi che non hanno nulla a che fare con le leggi sul divorzio. I matrimoni sono diminuiti specialmente perché – in tutto l’Occidente – il matrimonio non è più lo spartiacque nel corso di vita degli uomini e, specialmente, delle donne, come accadeva per tutti gli europei fino agli anni ’70. Tutte le società europee accettano oggi senza problemi la convivenza more uxorio e le nascite extranuziali. I dati statistici, specialmente quelli che riguardano temi così delicati, non vanno utilizzati in modo strumentale, ma vanno prima di tutto rispettati e considerati nella loro complessità. Mi permetto – da statistico, come si dice, prestato alla politica – di ricordare una celebre frase di Disraeli: “i politici usano le statistiche come gli ubriachi usano i lampioni: non per la luce, ma per il sostegno”.


Gianpiero dalla Zuanna 

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