Sulla questione del lavoro nelle carceri

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Cari amici ecco l’intervento che ho fatto in commissione giustizia sulla questione del lavoro in carcere.

14.1.2015

Mentre siamo impegnati in questa riunione di Commissione Giustizia del
Senato, al carcere Due Palazzi di Padova si sta svolgendo un’eclatante
iniziativa di protesta, il cosiddetto “Penultimo pranzo” servito dai
detenuti organizzati dalla cooperativa Giotto, coinvolgendo giornalisti,
esponenti delle istituzioni e volontari che ruotano attorno al mondo del
carcere.

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Rinunciando a rinnovare le convenzioni con le cooperative che coinvolgono
i detenuti per la preparazione dei pasti e riducendo drasticamente i
finanziamenti per il lavoro in carcere, il Ministro della Giustizia fa un
grave errore, per almeno tre motivi:

– I detenuti coinvolti in percorsi di lavoro “vero” in carcere hanno
abbattuto drasticamente i tassi di recidiva, con conseguenti riduzioni dei
danni per la società, riscatto di vita individuale, nonché riduzione delle
spese per le carcerazioni successive;
– Il lavoro “vero” in carcere ha permesso di dare dignità a centinaia di
persone, sottraendole ai ricatti di chi – in carcere – dispone lo stesso
di denaro, permettendo loro di aiutare le famiglie, scandendo le loro
giornate, realizzando insomma – pur nella restrizione della libertà –
l’articolo 1 della Costituzione;
– Infine, il lavoro “vero” in carcere – senza venir meno alle esigenze di
sicurezza per la società e alle funzioni punitive della pena – ne esalta
le funzioni educative e di ricostruzione della persona, minimizzando anche
i rischi di derive massimaliste individuali, che si realizzano anche nel
reclutamento di terroristi integralisti.

Vanno poi considerati tre aspetti, di ordine più generale.

– Da più di dieci anni il lavoro in carcere è attuato in via sperimentale,
e i risultati sono valutati in modo unanime come positivi da giudici di
sorveglianza, operatori carcerari, detenuti. Come è possibile interrompere
qualcosa di sperimentale che ha funzionato? A che serve allora
sperimentare cose nuove?
– I percorsi del lavoro in carcere – organizzati per lo più mediante
convenzioni con cooperative – sono la prova tangibile della possibilità di
collaborazione virtuosa fra lo Stato e il sistema della cooperazione. Ciò
va ribadito anche alla luce delle recenti vicende romane. Se
l’interruzione della sperimentazione prende le mosse da quanto è successo
a Roma, si tratta di un grave errore, perché si tratta di questioni fra
loro disgiunte. Il sistema del lavoro carcerario, sottoposto allo stretto
controllo dell’amministrazione penitenziaria e ministeriale, non è mai
stato toccato da queste vicende giudiziarie. Non dobbiamo gettare via il
bambino con l’acqua sporca!
– Infine, a fronte di investimenti limitati – necessari per rendere
economicamente sostenibile la presenza delle cooperative e di altre
imprese in carcere – si realizzano poi grandi risparmi: abbattendo
innanzitutto le recidive, ma anche rendendo meno oneroso per i Servizi
Sociali dei Comuni seguire i detenuti, iniziando da zero il loro
reinserimento lavorativo.

Chiedo quindi al Ministro di riferire urgentemente a questa Commissione
sulle motivazioni che lo hanno portato a interrompere i percorsi di
sperimentazione delle varie forme di lavoro in Carcere. Chiedo anche al
Governo di rivedere al più presto le sue scelte sul lavoro in carcere,
avviando procedure affinché i percorsi lavorativi dei detenuti vengano –
al contrario – stabilizzati e rafforzati.

1 Commento

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Una risposta a “Sulla questione del lavoro nelle carceri

  1. Diego

    Ero presente al “Penultimo pranzo”, condivido totalmente le considerazioni e le richieste di Giampiero.

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