Tuteliamo il nostro mare

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Venerdì 14 novembre, per conto del Presidente Marinello, della Commissione
Ambiente del Senato, sono intervenuto al convegno di Livorno sulla Blue
Economy:

http://www.minambiente.it/comunicati/il-mare-la-sostenibilita-come-motore-di-sviluppo-marine-strategy-e-blue-growth

Nel mio intervento, sotto riportato, sostengo la posizione unanime della
Commissione Ambiente del Senato: estrarre petrolio dai mari italiani è
ecologicamente rischioso ed economicamente poco conveniente. Diverso è il discorso per gli idrocarburi gassosi facendo grande attenzione al
pericolo di subsidenza. La strategia energetica del nostro paese va
rivista in una prospettiva maggiormete rispettosa dell’ambiente e del
futuro dei nostri figli.

Livorno
Venerdì 14 novembre 2014

“La coesistenza tra le attività di ricerca e produzione di idrocarburi e l’ecosistema marino”

Ringrazio gli organizzatori per il cortese invito ricevuto a partecipare a questa tavola rotonda che tratta un argomento di grande attualità per il Paese.

​Lo straordinario valore del Mediterraneo, dal punto di vista naturalistico, storico-archeologico e culturale, le ineguagliabili qualità dei nostri ecosistemi marini, sono alla base, solo se adeguatamente salvaguardati e attentamente valorizzati, delle fondamentali economie mediterranee, che nella considerazione, da un lato, della loro ultrasecolare attività e, dall’altro, dello svilupparsi di nuove forme di economia legate ad un razionale, corretto e moderno uso della “risorsa mare” costituiscono una fondamentale ed avvertita “speranza” per il futuro delle giovani generazioni.

​Non è lontano il ricordo di ciò che accadde nel Golfo del Messico qualche tempo fa e le spaventose conseguenze che generò a causa del guasto alla piattaforma Deepwater Horizon e l’idea che lo stesso episodio possa accadere nei nostri mari, causando danni ambientali sicuramente ancor più devastanti, ci induce alla massima prudenza nell’autorizzare nuove attività di prospezione e perforazione in zone particolarmente delicate come, nel caso specifico, quella del canale di Sicilia, del mar Adriatico e di tutto il Mar Mediterraneo. La forte preoccupazione nasce anche dal fatto che il Mediterraneo è un mare piccolo e semichiuso, con proprie ed originalissime caratteristiche e paradossalmente in questo straordinario patrimonio dell’intera umanità, che ha una dimensione inferiore all’1 per cento dei mari del mondo, già grava il transito del 25 per cento del traffico mondiale di idrocarburi, di cui solamente un terzo destinato ad approdi e quindi a consumi mediterranei: 400 milioni di tonnellate annue di idrocarburi con una presenza giornaliera di 300 petroliere, in condizioni di funzionamento e operatività spesso intollerabili. A seguito di sinistri e incidenti marittimi, operazioni ordinarie per il trasporto di idrocarburi (scarico e carico, allibo, bunkeraggio, eccetera), operazioni illegali (lavaggio cisterne e scarico delle acque di sentina), attività di ricerca e sfruttamento dei giacimenti sottomarini, finiscono in mare centinaia di migliaia di tonnellate di idrocarburi e dato ancor più allarmante è quello che il Mar Mediterraneo attualmente è nel mondo il mare più inquinato da idrocarburi, con una densità media di catrame pelagico di 38 milligrammi per metro quadro, quattro volte superiore a quella del mar dei Sargassi al secondo posto (10 milligrammi per metro quadro) e oltre dieci volte rispetto alla media degli altri mari del mondo ! Non si può di certo trascurare l’alto profilo di grande sensibilità per l’equilibrio ambientale del Mediterraneo, a cominciare da quello della corretta disciplina dei traffici, da quelli degli scarichi dei grandi centri urbani e degli agglomerati industriali, dell’impatto di ogni altra attività antropica. Per questo motivo lo straordinario ed unico concentrato di tesori che vi è contenuto, esige un impegno più forte e più coerente rispetto all’ineludibile necessità di apprestare un sistema di regole, limitazioni e divieti effettivamente in grado di proteggere il nostro mare da un rischio il cui concretizzarsi ne minerebbe la sopravvivenza stessa. Nel caso specifico la consapevolezza dei gravissimi pericoli connessi alle attività di estrazione offshore nel Mediterraneo, e non solo, induce a guardare con grande attenzione all’impatto delle norme contenute del c.d. decreto “Sblocca Italia”, emanato dal governo pochi giorni fa. Il testo in questione infatti apre, con viva preoccupazione, alla ricerca e alla coltivazione degli idrocarburi in mare su tutto il territorio nazionale.
Credo siano necessarie dunque delle considerazioni politiche da farsi sul futuro di questo nostro Paese, che forse può trarre più chances dalla cura delle nostre straordinarie ricchezze naturali, paesaggistiche e culturali tralasciando così un modello industriale obsoleto che fa acqua da tutte le parti: noi abbondiamo di ricchezze naturalistiche irripetibili, dall’inestimabile valore di mercato mentre la nostra industria è avviata verso un declino ormai ineludibile. Lo sviluppo sostenibile, chiave di volta del progresso tecnologico del nuovo secolo, impone un rapido cambiamento e una riconversione dei metodi tecnologici delegando alle scienze chimiche il compito di giocare un ruolo primario nella riconversione di vecchie, obsolete e talvolta pericolose pratiche, come ad esempio quella delle trivellazioni petrolifere, in nuovi processi puliti e nella progettazione di nuovi prodotti e nuovi processi eco-compatibili. La consapevolezza del fatto che l’inquinamento non conosce confini nazionali, particolarmente quello dell’aria e dell’acqua, richiede sempre più l’adozione di politiche di controllo internazionalmente accettate. Ricordiamo che le scorte di combustibili fossili non sono eterne e queste nuove tecnologie potrebbero ridurre i consumi e gli sprechi energetici nell’eseguire i processi industriali, utilizzando fonti energetiche rinnovabili per il funzionamento degli impianti industriali.
Non si tratta di discorsi da “anime belle”, ma di opportunità economiche concrete, che esigono scelte radicali. Come ha scritto sul Sole24 ore Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera: “Il rapporto Greenitaly della fondazione Symbola (Uniuncamere) conferma che oltre 341 mila imprese (il 22%) dal 2008 hanno investito sull’ambiente, dato che sale al 33% nella manifattura. Soprattutto sono collegate alla Green-economy il 61% (234 mila) dei nuovi posti di lavoro prodotti nell’ultimo anno, percentuale che arriva addirittura al 70% nel settore Ricerca e Sviluppo. Investire in ambiente vuol dire anche essere più forti nell’export. Il 44% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta stabilmente, contro il 24% di quelle che non investono. Non solo. Le imprese manifatturiere green dimostrano una propensione a innovare doppia, 30% contro 15% rispetto alle non eco-investitrici, ed è green il 37% delle start-up, nate nel primo semestre del 2014, ossia 33 mila e 500 nuove imprese”. Il governo stima che le facilitazioni legislative sulle perforazioni di idrocarburi possano garantire 25 mila posti aggiuntivi di lavoro, molto meno del totale dei camerieri che lavorano a Rimini. Vale la pena rischiare disastri ecologici per così poco?
Conseguentemente, come già richiesto al governo con ordine del giorno a firma del Presidente Marinello e di tutta la Commissione Ambiente il 2 aprile scorso, approvato all’unanimità dall’Aula del Senato e anche con un altro ordine del giorno approvato nei giorni scorsi dalle Commissioni Ambiente e Lavori Pubblici del Senato nell’ambito del provvedimento “sblocca Italia”, è evidente l’urgenza evidenziata per il nostro Paese, di avviare, anche nelle sedi internazionali e comunitarie, idonee iniziative politiche, normative ed amministrative per definire più severe regolazioni, strumentazioni e capacità di intervento a fronte dei pesantissimi rischi connessi alle diverse attività di ricerca, coltivazione e trasporto via mare di idrocarburi, non sull’onda dell’emozione per i tristi accadimenti passati, ma per l’amara consapevolezza che, nel nostro piccolo e già inquinato mare, un analogo accadimento ne decreterebbe la morte definitiva con la conseguente crisi irreversibile delle principali economie mediterranee.
Queste considerazioni e queste proposte sicuramente non collimano con le finalità di settori portatori di specifici settoriali e non irrilevanti interessi economici. Non si tratta comunque di aprire una “guerra” contro qualcuno ma soltanto di invitare i decisori alla ragionevolezza, per non dimenticare mai che il patrimonio del Mar Mediterraneo, nella sua integrità ambientale, costituisce un interesse primario non solamente delle popolazioni che su quel mare si affacciano e vivono, ma anche delle imprese che vi operano a vario titolo. Le misure di cautela e di prevenzione che auspico, e che dovrebbero essere definite e calibrate sulla base del doppio criterio della ragionevolezza e dell’effettiva efficacia rispetto allo scopo, possono comportare forse oneri e disagi, ma comunque certamente inferiori a quelli che la comunità nazionale ed internazionale non potrebbe fare a meno di sostenere ed imporre in caso di eventi traumatici che dovessero verificarsi a causa della irresponsabile scelta di adagiarsi oggi in una posizione di inerte attendismo ovvero di limitarsi ad adottare misure inadeguate ed insufficienti.

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