La legge delega sul lavoro

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Stiamo per approvare in senato la legge delega sul Lavoro. Per comprendere
la portata di questo atto, leggete le dichiarazioni del senatore Pietro
Ichino e l’intervento in aula del senatore Stefano Lepri.

“Il maxiemendamento sul quale il Governo porra’ la fiducia perfeziona il
testo elaborato dalla Commissione Lavoro del Senato, conciliando
opportunamente le istanze emerse su di esso nei giorni scorsi in seno alla
maggioranza, ma soprattutto salvaguardando la coerenza e l’incisivita’ del
disegno di riforma dell’ordinamento del lavoro”. Lo dichiara il senatore
di Scelta Civica, Pietro Ichino. “In particolare viene confermata la
delega al Governo per l’emanazione di un Codice semplificato,
integralmente sostitutivo della legislazione vigente in materia di lavoro:
e’ cosi’ avviato concretamente ad attuazione un progetto di cui Scelta
Civica e’
stata la promotrice e ha dimostrato concretamente la fattibilita’ in tempi
brevi con il disegno di legge n. 1006 presentato nell’agosto 2013. Nel
Codice semplificato dovra’ essere riscritta innanzitutto la disciplina del
contratto a tempo indeterminato e in particolare del licenziamento, con un
drastico superamento del regime attuale sostanzialmente ispirato alla job
property. Dovra’ inoltre, come chiaramente indicato nella delega, essere
profondamente ristrutturato il sistema di protezione e sostegno ai
lavoratori nel mercato del lavoro, integrando la nuova assicurazione
universale contro la disoccupazione con un sistema di assistenza intensiva
nella ricerca dell’occupazione ispirato al modello olandese, fondato sulla
liberta’ di scelta da parte della persona interessata dell’agenzia
specializzata, la quale verra’ remunerata mediante voucher regionale a
risultato ottenuto”. “Da questa coraggiosa riforma che non ha precedenti
nel nostro Paese per ampiezza, organicita’ e incisivita’- conclude Pietro
Ichino- l’Italia uscira’ rafforzata nella sua capacita’ di uscire
dalla congiuntura economica negativa, ma anche nel suo prestigio
e potere negoziale sul piano europeo”.

*LEPRI (PD) – intervento in senato di mercoledì 8 ottobre 2014

Signor Presidente, signori colleghi, non è un’esagerazione: oggi ci
accingiamo a votare una riforma che non esito a definire storica. Non è
propaganda, è la verità. Ci saranno voluti – tra qualche anno, quando
saranno stati finalmente implementati ed attuati i decreti – quasi
cinquant’anni per veder evolvere davvero una concezione dei rapporti tra
capitale e lavoro e una concezione della vita lavorativa ormai
indiscutibilmente ancorata al passato.

Negli anni ’70 quelle riforme furono necessarie contro la rappresaglia
antisindacale e un’organizzazione fordista a forte rischio di soprusi. Ma
quell’estensione dell’articolo 18 anche ai licenziamenti economici e la
radicalizzazione di alcuni tratti antagonistici tra capitale e lavoro (mai
risolti) hanno contribuito, insieme a tanti altri fattori, al lento
declino dell’economia italiana. A questo disegno hanno contribuito
certamente una politica debole o addirittura succube, una classe
imprenditoriale, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli
imprenditori, poco aperta ad una visione comunitaria e partecipativa e i
sindacati, dove è prevalsa una visione contrattualistica, se non
conflittuale, e poco aperta a tutelare un orizzonte di lungo periodo per i
lavoratori. È prevalsa, insomma, quell’idea dell’inamovibilità del posto
dove si è scambiata bassa produttività, bassa partecipazione e bassi
salari.

Non esito a definire questo un patto scellerato, che, sommato agli altri
spread competitivi, ha progressivamente ritirato la fiducia degli
investitori. Così questa idea di un lavoro di proprietà si è affermata al
punto che, anche di fronte a crisi aziendali indiscutibilmente
irrisolvibili e senza sbocco, si è sovente insistito con ammortizzatori
assurdi, utili solo per tutelare un reddito che non c’era, oppure si è
insistito con una mobilità lunga, lunghissima, che ha anticipato una
pensione che era ancora troppo lontana; e si è evitato in ogni modo di
utilizzare queste persone, che avevano pur sempre un beneficio pubblico,
in attività di pubblica utilità, perché queste avrebbero in qualche modo
prefigurato la perdita del lavoro.

Ora si cambia l’idea della tutela. Non vengono meno le tutele: questo è
importante ricordarlo a chi fa troppa propaganda in questi giorni. Cambia
il modo in cui la tutela si assicura, anche per i lavoratori a tempo
indeterminato. Il lavoratore a tempo indeterminato continua – ed è
sacrosanto – ad essere tutelato verso il licenziamento discriminatorio o
per cause disciplinari palesemente insussistenti. Ma, per le cause
economiche, sarà previsto un significativo indennizzo; un assegno di
disoccupazione, l’ASPI, che viene esteso a tutti e, soprattutto, dei
servizi importanti, forti ed efficaci di formazione e di ricollocazione.
L’idea insomma è molto semplice: decida l’imprenditore quando ci sono
ragioni economiche e decida meno il giudice, si ridia certezza dei costi
di separazione e tempi certi alla giustizia. Basti pensare che oggi in
Italia abbiamo cause di lavoro che durano mediamente due anni, quando in
Germania durano quattro mesi. In Italia abbiamo il 60 per cento di ricorso
in appello, quando in Germania è il 5 per cento.

Ma c’è molto altro. Si è parlato quasi solo in questi giorni, purtroppo
ingiustamente, delle riforme relative all’articolo 18. C’è molto, molto
altro, di cui quest’Aula ha parlato molto poco e che fa finta di non
considerare: ad esempio il codice semplificato, che sarà una grandissima
rivoluzione. Non so – mi riferisco soprattutto a chi ha così duramente ed
anche un po’ ignobilmente polemizzato in queste ore – se qualcuno fra voi
– molti colleghi l’avranno fatto sicuramente – ha letto la riforma
Fornero, in modo particolare gli articoli relativi al licenziamento. È un
esercizio davvero di alta scuola; chi tra noi è arrivato alla fine ha
dovuto fare qualche riassunto, e forse non ci ha capito. Ma, se non ci
capiamo neanche noi, possono capirci gli imprenditori stranieri che non
conoscono l’italiano?

È evidente che dobbiamo semplificare la disciplina del lavoro che negli
ultimi venti, trenta o quarant’anni si è stratificata. Queste procedure
relative alla legislazione così stratificata sono troppo bizantine; hanno
fatto la fortuna di avvocati, consulenti, burocrati dello Stato,
ispettori, ma hanno frenato la libera iniziativa e insabbiato gli
ingranaggi del mercato del lavoro.

Insieme alla semplificazione del linguaggio e delle procedure, vi saranno
semplificazioni anche nelle forme contrattuali; saranno superati i
contratti di collaborazione falsi; avremo certamente la necessità di
ridurre le forme precarie di lavoro atipico (penso a stage e a tirocini),
che oggi sono inopportunamente utilizzati sfruttando i nostri giovani. Se
il lavoro a tempo indeterminato costerà meno (come sarà contenuto
nell’emendamento e poi sarà precisato in modo indiscutibile nella legge di
stabilità), è verosimile pensare davvero che quelle forme atipiche
subiranno un drastico ridimensionamento e che con questa formula il lavoro
a tempo indeterminato diventerà progressivamente, come tutti ci auguriamo,
il modo tradizionale e preferenziale con cui si assumeranno i lavoratori,
giovani e meno giovani.

Vi è poi l’unificazione dell’ASPI per tutti; vi è la rivoluzione delle
politiche attive del lavoro, finalmente con un’unica agenzia nazionale che
non mortifica la programmazione regionale, ma consentirà davvero una
progettualità che oggi è mancata, con un sistema di accreditamento che
sarà misurato a risultati e permetterà alla pubblica amministrazione di
esercitare un ruolo di governo più che di gestione. Vi sono nuove risorse
per i contratti di solidarietà; vi è il fascicolo elettronico che
consentirà in tutta Italia di conoscere l’offerta dei lavoratori; vi è
l’interoperabilità e lo scambio di informazione; vi è l’attività ispettiva
semplificata, e potrei continuare.

Sorge d’obbligo la domanda: perché queste riforme non sono state fatte
prima? Io rispondo che vi è stata una somma di inerzia collusiva o
conflittuale, che sono due facce dell’identica medaglia svalutata.

In conclusione, dunque, con la delega la sfida è per tutti: è per la
politica, come ho già evidenziato, ma è anche per gli imprenditori che
avranno molti meno alibi; è per i sindacati, che restano un baluardo
insostituibile contro i soprusi e a difesa della tutela del lavoro e della
sua dignità, ma che ora devono accettare nuove sfide a cominciare da una
nuova logica di conciliazione tra le parti, la sfida della partecipazione
e della democrazia economica; quella di organizzare i servizi per
l’impiego. In altre Nazioni i sindacati e le organizzazioni non profit
sono molto attive in questa attività, che loro possono opportunamente
svolgere. La sfida è anche per la pubblica amministrazione, che deve
rimettersi in gioco, deve diventare facilitatore, garante dell’accesso,
accreditatore più che gestore diretto dei servizi per l’impiego e, più in
generale, dei servizi pubblici. La sfida è per i lavoratori, che devono
accettare questa logica dell’empowerment, della capacità e della volontà
di crescere, di progredire, di formarsi e di riqualificarsi. Dunque, sono
previste più formazione, più promozione, ma anche più tutele – come ho già
sottolineato – per chi oggi ne ha troppo poche.

Se verrà approvata, questa delega non sarà in bianco; il Parlamento e il
nostro partito in particolare contribuiranno ancora, e molto, alla stesura
e al vaglio dei testi dei decreti e soprattutto alla loro implementazione.

Per oggi, per ora, ci basta la sfida di una riforma storica con
l’approvazione di linee guida che cambieranno dunque non solo il mercato
del lavoro, ma anche la stessa concezione del lavoro: meno conflittuale,
più cooperativa; meno orientata ai diritti pretesi, più orientata a
garanzie come opportunità. Insomma, è una visione meno difensiva del
lavoro e più aperta alle sfide nuove.

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