La Tragedia di Refrontolo

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Il Veneto piange altre quattro vittime di un’alluvione. Saranno le
indagini a chiarire cause recenti e remote. Ma certamente, è difficile
pensare solo a una tragica fatalità. Nell’esprimere vicinanza alle
famiglie e alle comunità direttamente colpite, riporto l’intervento di
questa mattina in aula della senatrice trevigiana Laura Puppato, che
condivido totalmente.

Signor Presidente, ringrazio lei e tutti i colleghi per il ricordo di
questi visi, quelli di Gianni, di Fabrizio, di Luciano, che ci sono amici,
ci sono comuni, sono nostri vicini di casa.

Vorrei cogliere questo momento non solo per esprimere la mia commozione
dinanzi allo strazio delle famiglie e per associarmi al momento di dolore
che ha colpito la realtà del Trevigiano, ma anche per ragionare intorno a
queste questioni, che non possono più rimanere fuori da queste Aule, né si
può concepire di considerarle solo nel momento della tragedia.

La «bomba d’acqua» che ha colpito Refrontolo, nel Trevigiano, ha riacceso
i riflettori sull’incapacità cronica di gran parte del territorio italiano
di assorbire e sapersi adattare ai fenomeni piovosi attuali. La politica
pare risvegliarsi solo a fronte di una nuova tragedia come quella che ora
piangiamo. I numeri confermano quanto detto, se pensiamo che negli ultimi
venti anni sono morte quasi mille persone a causa del dissesto idraulico e
geologico e l’Italia ha speso circa 3,5 miliardi di euro all’anno in
gestione per la sola emergenza.

Come scrive oggi Salvatore Settis su «la Repubblica», riprendendo temi
cari al compianto poeta trevigiano Andrea Zanzotto, «in questo Paese è
convinzione generalizzata che faraonici cantieri funzionanti porteranno
economia e benessere per tutti. Se questi serviranno a costruire nuove
grandi opere, centri commerciali, nuove zone residenziali, vorrà dire che
l’Italia ha barattato il futuro del nostro Paese, per un benessere
illusorio e rapidamente in esaurimento».

A quale Italia, a quale Veneto potranno servire le grandi infrastrutture
quando la strade comunali diventano fiumi, i treni regionali e
interregionali non ci sono o sono troppo malandati per sostituire il
traffico di auto e camion e le loro emissioni climalteranti? Perché si è
perduta la millenaria cultura dell’acqua con la tutela non solo degli
alvei naturali dei corsi di fiumi e torrenti, ma anche dei terreni
adiacenti, subendo alluvioni ripetute che abbattono anche i ponti ogni
volta che piove solo un po’ di più? Come potranno giustificarsi i troppi
fondi spesi da sempre in vanagloriose grandi opere, in TAV di Val di Susa,
MOSE e nuove autostrade, se non saremo sicuri che il terreno su cui
poggiamo i piedi non frani da un momento all’altro?

Il Nord Est, il Veneto in particolare, è incline a episodi di smottamenti,
frane e allagamenti, tant’è che questi primi sette mesi avviano un vero e
proprio annus horribilis per devastazioni, morti e feriti e l’inizio di
agosto sembra aggravarne una ben nota dinamica distruttiva. Lo stesso uso
di espressioni come «bomba d’acqua», «crisi», «massacro dei campi e dei
colli», «nubifragio», «disastri annunciati», «monsoni», uragani», rende
evidente la percezione ormai generalizzata di un perenne stato di guerra
apparentemente solo contro il clima, in realtà un vero e proprio assalto
al territorio che presenta il suo conto salato. Sono infatti evidenti il
cambio di clima associato ad un aumento dei fenomeni naturali, ma è
necessario portare l’attenzione sulle responsabilità umane che si celano
dietro queste grandi tragedie.

Il Veneto è la Regione più cementificata in Italia, la Regione dove questo
disastroso processo viaggia alle maggiori velocità. Si è costruito ovunque
e si continua a costruire, nonostante i territori siano cimiteri di
capannoni abbandonati. Il nuovo piano casa e il PRAC, ovvero il piano
cave, da poco approvati dalla Regione, sono l’esempio lampante di una
totale insensibilità politica da parte del presidente Zaia e della sua
maggioranza a questi fenomeni. A queste si associano la più permissiva
legge regionale sulla deforestazione a vantaggio della piantumazione di
vigneti e conseguente rimodellamento delle colline con sbancamenti e
riporti di terra che rendono franosi ad ogni pioggia i versanti collinari.
Nella mia sola provincia di Treviso ne sono state censite 523 dal progetto
IFFI e l’elenco si allunga ogni giorno.

Il massimo dell’assurdo in questi giorni è vedere come questi episodi
divengano persino passerelle, si spargano lacrime di coccodrillo o tardiva
efficienza, vicinanza a posteriori, ancora l’ennesima spugna che intende
cancellare responsabilità politiche evidenti per una contraddittoria
azione prodotta a fronte di dichiarazioni verbali di tutela mai, mai
attuate.

Chi in questi anni aveva il compito di tutelare il Veneto e prevenire il
dissesto deve assumersi oggi le sue responsabilità, cambiare rotta o avere
la dignità di farsi da parte.

Questa è la riflessione che voglio porre all’attenzione di tutte le
istituzioni, anche quelle nazionali, chiedendo un vero cambio di passo,
non attraverso le parole, ma attraverso le iniziative che fin da domani
verranno intraprese, a partire da una cartografia più dettagliata su cui
poter impostare finalmente un lavoro di programmazione.

Serve ora un piano di recupero del territorio e di rinaturalizzazione dei
fiumi, secondo le migliori tecniche conosciute ed applicate dai vicini
Paesi come Francia e Svizzera, che coinvolga Stato centrale e Regioni: un
piano pluriennale dotato di sicuri finanziamenti, recuperati rinunciando a
quelle grandi opere che, in taluni casi, rischiano di aggravare il
problema, senza portare alcun serio beneficio.

Ce lo chiedono oggi quattro vite che non saranno più tra noi e penso che
ad esse lo dobbiamo, come dobbiamo mettere la parola fine a disastri di
tal genere.

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