Il pensionamento per i professori

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Non va bene abbassare l’età al pensionamento per professori e ricercatori
universitari,recentemente approvato dalla Camera dei deputati. I motivi
sono spiegati in questo articolo che pubblico oggi su Europa assieme a
Pietro Ichino.

Le nuove disposizioni inserite dalla Camera dei Deputati nel decreto sulla
Pubblica Amministrazione che riducono l’età del pensionamento nel settore
dell’impiego pubblico rispetto al settore privato nascono da un’idea
sbagliata: quella secondo cui il modo migliore per “far spazio ai giovani”
consista nel mandare in pensione prima i sessantenni (quando non
addirittura i cinquantenni): tutti gli studi mostrano come i Paesi nei
quali è più alto il tasso di occupazione dei sessantenni siano quelli nei
quali è anche più alto quello dei ventenni. La realtà è che, per un verso,
nella maggior parte dei casi non c’è piena fungibilità tra il lavoratore
anziano e il giovane; per altro verso, le risorse destinate ai
pensionamenti anticipati vengono sottratte proprio alla possibilità di
attivazione di nuovi servizi nei quali verrebbero occupati soprattutto i
più giovani. Queste disposizioni, oltretutto, vanno in controtendenza
rispetto all’aumento generale dell’età pensionabile, conseguenza
inevitabile dell’allungamento della vita media (la quale – giova
ricordarlo – dal 1974 a oggi è passata da 76 a 85 anni per le donne, da 70
a 80 anni per gli uomini).

L’inopportunità di queste disposizioni ci sembra ancor più marcata nella
parte in cui esse consentono alle Università di collocare d’ufficio a
riposo i ricercatori universitari con più di 62 anni, e i professori con
più di 68 anni, così abbassando le soglie che oggi sono di 65 e 70.

Innanzitutto, non si comprende la ratio della differenziazione tra
professori e ricercatori, dal momento che questi ultimi sono quasi sempre
anche docenti a tutti gli effetti, pur se talvolta con carico didattico un
po’ inferiore.

Osserviamo poi che, in Italia come in tutto il mondo, la vita media delle
persone più istruite è più elevata di 3-4 anni rispetto a quella delle
persone meno istruite; e che la carriera di ricercatori e professori
universitari incomincia solitamente in un’età più avanzata rispetto alle
altre carriere nel mondo produttivo. Non si comprende dunque il senso del
mandare in pensione gli operai maschi di imprese private a 67 anni (con
un’aspettativa di vita residua di 10) e i ricercatori universitari a 62
anni (con 20 anni di vita davanti a sé). In questo modo, saranno gli
operai a pagare le pensioni ai professori…

In terzo luogo, i risparmi consentiti da questa norma sono di entità
trascurabile, perché i docenti collocati a riposo – anche se escono dal
bilancio delle università – passano a carico dell’INPS, restando in ultima
analisi a carico dello Stato; e per gran parte di loro le pensioni saranno
vicine agli attuali stipendi, perché calcolate per lo più con il metodo
retributivo. L’assunzione di giovani ricercatori o giovani docenti non è
dunque facilitata sul piano finanziario dal pensionamento anticipato di
chi li ha preceduti in queste funzioni. Semplicemente, così facendo si
aumenta la spesa pubblica, scaricando i costi sul sistema pensionistico,
come si è fatto dagli anni ’60 fino alla riforma Fornero, contribuendo in
modo sostanziale ad accumulare gli oltre 2.000 miliardi di debito pubblico
che ci affliggono. Noi riteniamo giusto assumere nuovi ricercatori e nuovi
professori, perché investendo sulla ricerca di qualità si investe sul
futuro, ma bisogna farlo razionalizzando la spesa, non attraverso “partite
di giro”.

Quanto, infine, all’esigenza di ringiovanire le strutture di governance
degli atenei, la legge 240 sull’università già impedisce di eleggere come
Direttore di Dipartimento o come Rettore un docente che andrebbe in
pensione durante il mandato. Per diminuire l’influenza dei docenti più
anziani, sarebbe sufficiente estendere questa norma alle commissioni di
concorso (sia nazionali sia locali), escludendo dall’elettorato passivo i
docenti ordinari con più di 65 anni.

Per tornare al discorso generale su queste disposizioni, osserviamo che
esse eludono il vero problema: quello di adattare la qualità del sistema
pensionistico all’invecchiamento progressivo della popolazione. Da più
parti sono stati proposti – e non solo per il settore universitario e
neppure solo per il settore delle amministrazioni pubbliche – meccanismi
di uscita “dolce” dal lavoro, in particolare forme di combinazione di
lavoro a tempo parziale e pensione. Ma la sede per l’introduzione di una
innovazione di questa natura, se si vuole fare le cose per bene, non è il
decreto-legge, bensì semmai i disegni di legge-delega sulle
amministrazioni pubbliche e sul lavoro privato, contenenti la nuova
disciplina organica della materia.

Gianpiero Dalla Zuanna e Pietro Ichino

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