Il significato della riforma del senato

20140731-141442-51282574.jpg

Il collega MARAN ha spiegato oggi magistralmente il significato della
riforma del Senato. E’ un po’ lungo, ma spiega molto bene il significato
delle lunghe ore che stiamo passando in aula per bloccare chi è contrario
a qualsiasi cambiamento.

Voglio rapidamente svolgere alcune considerazioni, posto che la questione
dell’elettività viene sollevata come la questione centrale. Quel che più
colpisce, nella discussione in corso sulla riforma, è proprio la nostalgia
del passato: l’avversione e l’intolleranza per ogni innovazione ed ogni
influsso straniero. Ne deriva un vagheggiamento acritico di quel che è
stato: il mito del passato come epoca felice, il disprezzo del presente.
In altre parole, la democrazia o è quella di tipo consensuale e
consociativo, che è stata nell’Italia del Dopoguerra, o non è. Messe così
le cose, una seconda Camera eletta dai Consigli regionali e non dai
cittadini sarebbe un’Istituzione sostanzialmente non democratica.

Eppure, in Europa quella dell’elettività diretta della seconda Camera non
è una regola; anzi, tutto l’opposto. Non avviene in Germania, in Austria;
non succede in Francia; per non parlare del Regno Unito. Solo 13 dei 28
Paesi dell’Unione europea hanno una seconda Camera e, tra questi, solo in
cinque Paesi i suoi membri sono eletti direttamente. Solo in tre di questi
cinque Paesi la seconda Camera ha dei poteri legislativi rilevanti e solo
in Italia il Senato ha gli stessi poteri della Camera; un relitto di
quando ciascuno degli schieramenti temeva il 18 aprile dell’avversario.
Poi, la combinazione di premio di maggioranza e Senato non elettivo
sarebbe un attentato alla democrazia.

Naturalmente la legge elettorale bisognerà farla bene e l’apertura del
Presidente del Consiglio depone per una stagione di cambiamento. Se fosse
così, il Regno Unito e la Francia non sarebbero sistemi democratici? La
Camera dei Lord non è certo una istituzione eletta dal popolo e anche il
Senato francese non è eletto dai cittadini. Eppure, nel 2005 il labour
party vinse con il 35 per cento dei voti e ottenne il 55 per cento dei
seggi e, con il 29 per cento dei voti ottenuti al primo turno, Hollande ha
conquistato il 53 per cento di seggi nella Assemblea nazionale. Inoltre,
chissà perché, innalzare le Regioni e i Governi locali al piano delle
istituzioni parlamentari sarebbe incongruo e inopportuno dimenticando che,
ad esempio, i sindaci e i Presidenti di Regione sono autorità democratiche
elette direttamente, che i consiglieri regionali vengono eletti con le
preferenze e che entrambi non hanno nulla da invidiare in termini di
pedigree democratico ai senatori e deputati, anche perché le scene viste
non molti anni fa – ricordo la mortadella in questa Aula – non è che
depongano per una particolare primazia dei parlamentari. Si dimentica
inoltre che dall’azione delle Regioni e dei Comuni dipende larga parte
dell’erogazione dei servizi sociali, dell’attuazione delle leggi e delle
politiche statali, della spesa pubblica e che porre all’interno delle
istituzioni costituzionali il luogo del coordinamento tra la legislazione
dello Stato e la sua attuazione nei territori è una necessità
imprescindibile per il buon funzionamento del sistema costituzionale,
visto che la nostra Repubblica non è più quella di prima, è già cambiata e
oggi risulta incompiuta, a metà. Infatti, comunque la si consideri, la
riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra e confermata dal voto
popolare nel referendum del settembre del 2001 ha apportato alla parte II
della Costituzione (che regola i rapporti tra Stato, Regioni ed enti
locali) modifiche profondissime. La mancanza del luogo parlamentare di
mediazione è forse il principale punto critico della riforma ed è questo
che consiglia di costruire una Camera delle autonomie e di non scegliere
la strada più semplice in apparenza del monocameralismo. Nonostante
questo, c’è chi continua a sostenere che una riforma copiata da modelli
nati in altre culture e in differenti circostanze storiche male si
attaglia alla nostra situazione perché, come sempre, l’Italia è diversa e
non si può fare.

Tutti i Paesi – e non solo quelli europei – hanno dovuto adattarsi ai
grandi cambiamenti che sono intervenuti nel dopoguerra,
nell’organizzazione, nella funzione e nella stessa filosofia dello Stato
moderno. Dovunque le sollecitazioni sono state più o meno le stesse e i
problemi che i sistemi di relazione centro-periferia hanno dovuto
affrontare sono stati più o meno gli stessi, come simili sono state le
risposte che hanno elaborato. Tutti hanno cercato di far tesoro delle
esperienze degli altri. I sistemi federali di lingua tedesca si sono
evoluti «copiando» a turno l’uno dall’altro; le esperienze regionali in
Italia sono state studiate per la Costituzione spagnola. Ora la Spagna sta
discutendo l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco e naturalmente
le esperienze costituzionali spagnole, come quelle federali tedesche, sono
uno dei punti di riferimento indispensabili del nostro dibattito.

Il nostro declino ha tante ragioni, ma una di queste è la cultura del
conservatorismo costituzionale che scambia i limiti del processo
costituente del 1947 dovuti alla Guerra Fredda (che gli stessi Costituenti
avvertivano come limiti, basti pensare che Mortati aveva definito il
Senato un inutile doppione della Camera). (Commenti del senatore
Consiglio). Non c’è da una parte la democrazia e dall’altra un tentativo
autoritario o parafascista come pensano alcuni burloni. Sono a confronto
due concezioni della democrazia. L’una è assembleare e fondata sulla
cosiddetta centralità del Parlamento; l’altra è fondata sulla
responsabilità degli Esecutivi. La prima era propria della peculiarità
italiana, quella del dopoguerra, parte dell’anomalia di un sistema
politico caratterizzato dalla mancaNza di alternanza. La seconda è propria
dei sistemi parlamentari più avanzati. Con i due referendum del 1991 e del
1993 il popolo si è espresso e abbiamo messo in discussione il
proporzionalismo e le forme assembleari del nostro Parlamento. È da allora
che abbiamo superato la democrazia consociativa per affermare un modello
di democrazia governante. Noi, colleghi, non abbiamo cambiato idea.

Lascia un commento

Archiviato in post

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...