Aiutiamoli a casa

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Sempre sui migranti e i rifugiati, può essere utilre leggere questo
bell’articolo di Giovanna Zincone, una dei massimi esperti italiani sul
tema.

I problemi difficili hanno spesso soluzioni difficili da praticare. Generano pure proposte superficiali, talora persino dannose, che hanno però un pregio politico: rafforzano opinioni infondate ma diffuse, e quindi attraggono elettori.

Certamente l’immigrazione irregolare via mare verso l’Italia pone oggi un problema difficile. Aumentano gli sbarchi: il 20 luglio erano già quasi 83.000. Mare Nostrum salva sì molte vite, ma i morti sono troppi. Il sistema di accoglienza, sebbene i centri per rifugiati siano aumentati di sei volte in un anno, è sotto stress.

I costi di tutta l’operazione sono alti e i contributi dell’UE, anche se consistenti, restano carenti. Non meraviglia, quindi, che secondo un sondaggio pubblicato su Il Corriere della Sera del 14 luglio, quasi il 70% degli italiani consideri gli immigrati soprattutto un costo per l’Italia. Non è vero: i contribuenti stranieri hanno versato ben 6,5 miliardi nelle casse dello Stato, secondo un dato del rapporto 2013 sull’economia dell’immigrazione curato dalla Fondazione Moressa. Ma questo dato non fa notizia, i 9 milioni al mese per Mare Nostrum sì.

Una pseudo-soluzione per limitare le immigrazioni clandestine si inserisce in questo spinoso contesto: ritorna con forza l’abusata proposta dello “aiutiamoli a casa loro”. La ricetta non specifica quali immigrati si debbano aiutare nei paesi di origine, e come farlo. Se ci riferiamo a coloro che stanno arrivando per mare in questi giorni, “a casa” di gran parte di loro ci sono guerre, conflitti civili, violenze e torture. È certo necessario mettere in moto processi di pace in Siria, Libia, Eritrea, Somalia, Iraq e Palestina. Ma quali strategie si vogliono adottare per sanare quelle situazioni drammatiche? Con quali prospettive di successo stabile e a breve termine?

L’occidente ha fomentato o sostenuto ribellioni contro regimi autoritari senza valutare le conseguenze che avrebbe provocato il sollevare il pesante coperchio della convivenza forzosa tra tribù, minoranze religiose ed etniche. Adesso può anche non piangere sulla benzina versata, ma nei confronti di quelle persone in fuga dal caos le democrazie hanno comunque un dovere di accoglienza, e l’obbligo di prima accoglienza pesa oggi – come è noto – sulla fascia sud dei paesi dell’Unione, soprattutto sull’Italia, per non parlare dei paesi direttamente confinanti.

Più di reiterare uno sterile e impraticabile “aiutiamoli a casa loro”, si tratta oggi di farci aiutare a sostenere i costi dell’averli a casa nostra, con una più ampia condivisione di oneri con gli altri stati europei. Da tempo i governi italiani chiedono una redistribuzione del peso, non rispetto richiedenti asilo accettati, (l’Italia è penultima in Europa in termini di percentuale sulla popolazione), ma per la prima accoglienza e per il soccorso in mare. Per ora siamo riusciti ad ottenere un po’ più di soldi, ma non un sostanzioso supporto logistico.

L’emergenza è reale, e richiede risposte realistiche. Se la formula dello “aiutiamoli a casa loro” è vacua quando si applica a chi sfugge da conflitti e violenze, nei confronti della emigrazione per motivi economici sembra presentarsi vestita di buone intenzioni. Ma anche qui ci si basa su fragili presupposti. In primis la errata convinzione che, migliorando le condizioni economiche del paese di partenza, ci siano meno persone desiderose di emigrare.

Gli scompensi di opportunità che separano i paesi di immigrazione da quelli di emigrazione restano enormi anche in presenza di forti tasso di sviluppo in quest’ultimi. E anche quando, grazie allo sviluppo, gli squilibri interni ai paesi di emigrazione si stemperano e alcune fasce più povere si arricchiscono, l’emigrazione non si ferma, anzi. A partire, infatti, non sono i più emarginati: i viaggi da clandestini costano cifre enormi, così come l’entrare in un paese con un pretestuoso visto turistico. Per emigrare bisogna mettere insieme denari, occorre la disponibilità di una rete di conoscenze, servono coraggio e spirito di iniziativa.

Non sono gli ultimi nella scala sociale ad andarsene, e se gli ultimi salgono di qualche gradino perché la situazione generale migliora, magari partono pure loro. La ricetta degli aiuti ai paesi di emigrazione o di transito verso l’Italia è stata adottata dai nostri governi, ma come merce di scambio da offrire perché la collaborazione a contrastare l’emigrazione clandestina. L’Italia ha già sperimentato, con esiti variabili, accordi bilaterali con alcuni Stati: ad esempio con l’Albania, l’Egitto, la Tunisia,il Marocco, la Moldavia.

Gli accordi prevedono non solo sostegni logistici, ma anche corsi di formazione, aiuti economici, quote riservate nei decreti annuali con i quali il governo italiano regola la quantità e la composizione dei flussi regolari ammessi in Italia. La Ministra Cancellieri aveva rinnovato l’accordo con la Libia, includendo clausole di rispetto dei diritti umani, in particolare per i centri di trattenimento dei clandestini. Ma c’è ancora uno Stato in Libia, comunque capace di rispettare i diritti umani?

Più in generale, anche gli Stati non falliti non necessariamente possono o vogliono controllare i loro cittadini che emigrano. L’emigrazione, quando non riguarda lavoratori altamente qualificati, è vantaggiosa perché decongestiona i mercati del lavoro e porta rimesse.

E il traffico illegale di immigrati crea un giro di affari notevole, che a cascata produce benessere anche tra i locali. Prima del crollo di Gheddafi – come ricorda Marco Del Panta su Affari Internazionali – il business del traffico era stimato intorno al 10% del PIL della Libia. Si calcola che più del 90 per cento dell’emigrazione irregolare passi dalla porta libica.

Ripristinare almeno in parte una capacità di controllo sui flussi da parte della Libia, e renderla decorosa in termini di rispetto dei diritti umani, non sarà impresa da poco.

Anche le proposte più serie ed eticamente attraenti presentano enormi difficoltà. Quella di andare a prendere i profughi dove sono concentrati, per evitare i rischiosi viaggi in mare, è una misura che trova crescenti consensi. Alcuni paesi europei, come Germania e Svezia, lo fanno già, e il governo italiano aveva pensato di moltiplicare i centri di accoglienza anche a questo scopo. Ma è praticamente impossibile ricollocare in Europa tutti i rifugiati che sono oggi presenti in altri paesi.

Solo dalla Siria l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati ha calcolato circa 2 milioni e mezzo di profughi accampati nei paesi limitrofi. Quanti Stati europei sono disposti ad accogliere grandi numeri di rifugiati? E sarebbe comunque abbastanza per tutti? Un’altra proposta, recentemente appoggiata anche da Boldrini, presenta difficoltà simili: suggerisce infatti che ad accogliere le domande di asilo siano le ambasciate e le rappresentanze degli organismi internazionali presenti negli Stati dove si concentrano gli sfollati.

Andare a recuperare potenziali rifugiati nei paesi dove si trovano, anche se non per grandi numeri, e dando priorità ai più bisognosi di assistenza, è possibile, e rappresenta un bell’atto di solidarietà che andrebbe fatto di concerto. Tutte le strategie che mirano a contenere i flussi, a salvare vite umane, a proteggere i rifugiati vanno tessute con un paziente lavoro di relazioni internazionali soprattutto all’interno dell’Unione, ma anche dall’Unione europea verso l’esterno, verso i paesi colpiti da conflitti, verso i paesi di emigrazione.

Le emergenze non sono l’ambiente ideale per coltivare la virtù della pazienza, ma un minimo senso di responsabilità suggerirebbe di non approfittare della situazione per solleticare sentimenti ostili agli immigrati.

Alcune ben avviate imprese politiche della xenofobia, naturalmente, lo stanno facendo. Purtroppo le criticità dell’immigrazione ci sono, e rappresentano un piatto troppo goloso, una tentazione quasi irresistibile, e non solo per politici in cerca di facili consensi.

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