La riforma costituzionale

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Sosterrò con convinzione la nuova versione della Costituzione approvata
ieri a larga maggioranza in Prima Commissione al Senato, che a partire da
lunedì 14 verrà discussa in Aula. Al di là di imperfezioni che potranno
essere risolte in Aula e nel successivo passaggio alla Camera, la riforma
proposta ha due grandi pregi:

1. Semplifica l’iter legislativo, togliendo al Senato il potere di dare la
fiducia al governo, lasciando intatti importanti ruoli di garanzia;

2. Incrementa e definisce meglio il potere delle regioni

Il primo punto è decisivo per la modernizzazione dell’Italia. È vero che
in questi decenni il doppio passaggio Camera/Senato ha permesso di
migliorare alcune leggi. Tuttavia, sono molto più numerosi i provvedimenti
importanti che si sono incagliati nel rimpallo fra i due rami del
Parlamento. Questo punto – non a caso – è stato approvato in Prima
Commissione quasi all’unanimità.

Il secondo punto è più controverso, ma a mio avviso non meno importante.
Il Governo e (specialmente) la Prima Commissione del Senato hanno voluto
scommettere sulle Regioni, abbozzando una struttura dello Stato di tipo
federale, non molto diversa da quella tedesca. L’elezione indiretta dei
senatori – scelti dai consiglieri regionali fra loro stessi e fra i
sindaci della regione – non toglie potere ai cittadini (che eleggono i
consiglieri regionali, quasi ovunque con voto di preferenza), ma dà
maggior potere alle Regioni: i consiglieri regionali e i sindaci scelti
come senatori risponderanno politicamente all’organo che li ha eletti,
ossia al Consiglio Regionale, prima che al loro partito.

Alcuni hanno sottolineato che il personale politico regionale è
screditato, e che le Regioni sono state le maggiori protagoniste del
deficit pubblico, dell’inefficienza e dell’inconcludenza della pubblica
amministrazione. Credo non si debba fare di tutte le erbe un fascio: la
cronaca di questi anni ha mostrato che i politici e i funzionari ladri e
incapaci allignano dappertutto (nei quartieri, nei comuni, nelle regioni,
nel governo e nel Parlamento), e dappertutto ci sono funzionari e politici
onesti e capaci. Inoltre, come sottolineato – fra gli altri – da Robert
Putnam, ci sono Regioni che funzionano bene e Regioni che funzionano male:
dipende dalla tradizione civica, dalla forza del sistema produttivo,
eccetera. Inoltre, parti dello Stato fortemente centralizzate, come la
giustizia e l’università, non sono certo un prodigio di efficacia e di
efficienza.

Occorre puntare sulle Regioni, perché l’Italia è strutturalmente
differenziata: a causa della storia, della geografia, delle tradizioni.
Per restare unita, l’Italia ha bisogno di amministrazioni differenziate,
ritagliate sulle specificità locali. Queste riforme costituzionali sono un
passo coraggioso in questa direzione, premessa per altre innovazioni,
specialmente in direzione di una maggiore autonomia fiscale.

Per questi motivi non condivido la posizione di quanti – nel PD e in altri
partiti – sostengono il Senato ad elezione diretta. I senatori scelti
direttamente dal corpo elettorale – sia pure su collegi regionali – non
sarebbero collegati all’istituzione regionale, proprio come accade oggi.
Perché l’Italia del futuro o sarà l’Italia delle regioni, o non sarà

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