Intervento decreto lavoro

20140119-100829.jpgIn questi mesi il gruppo di Scelta Civica, sia alla Camera che al Senato, si è impegnato strenuamente per far uscire mercato del lavoro italiano dal XX secolo, abbandonando ingessature e tabù che hanno contribuito a innalzare la disoccupazione, e ad allargare il solco fra la domanda e l’offerta.

È un risultato molto importante, quello prodotto da questi giorni di lavoro serrato in Commissione, non senza alcune forti tensioni. I partiti della maggioranza sono riusciti a recuperare l’ispirazione originaria del decreto-legge sul lavoro, riequilibrandone il contenuto e collegandolo strettamente alla prospettiva della riforma organica, che verrà con il Codice semplificato del lavoro e l’introduzione del contratto di lavoro a tempo indeterminato a protezioni crescenti. E va sottolineato il ruolo cruciale che, in questo passaggio difficile per il Governo, ha svolto il Gruppo dei Senatori di Scelta Civica, per stimolare la maggioranza parlamentare a un maggiore coraggio e coerenza sulla via della riforma del lavoro.

Un contributo, quello di Scelta Civica, ben percepibile sia nel “tono” politico-programmatico che il preambolo dà all’intero provvedimento, che nasce direttamente dal nostro primo emendamento, sia in diversi perfezionamenti tecnici che si trovano in ogni parte del decreto, in riferimento tanto alla disciplina del contratto a termine, quanto a quella dell’apprendistato, e soprattutto nelle modifiche molto incisive dell’apparato sanzionatorio, che segnano una svolta nel nostro diritto del lavoro.

Il primo degli emendamenti al decreto-legge sul lavoro concordati tra i partiti di maggioranza collega esplicitamente questo intervento legislativo con quello più organico, contenuto nel disegno di legge-delega, che consisterà in un codice semplificato del lavoro contenente la previsione del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente, che ora in molti, anche nel mondo sindacale e nel PD, stanno facendo proprio. Viene in questo modo confermato l’impegno del Governo e della maggioranza per una riforma del diritto del lavoro che avrà, come capitolo centrale, la libera sperimentazione di un rapporto di lavoro caratterizzato da una protezione della stabilità che aumenta gradualmente con l’anzianità di servizio, e al tempo stesso da una tecnica di protezione della sicurezza economica e professionale della persona che lavora non più fondata sull’ingessatura del rapporto, ma su di un robusto sostegno del reddito a carattere universale e su di una assistenza efficace nel mercato per tutti coloro che passano da una occupazione a un’altra. Non più difesa del lavoratore dal mercato del lavoro, ma nel mercato del lavoro. Questo “preambolo” del decreto costituisce il preannuncio ufficiale, per il nostro diritto del lavoro, del passaggio dal XX al XXI secolo. Con una quindicina d’anni di ritardo, come purtroppo è consuetudine delle riforme del lavoro nel nostro Paese; ma finalmente ci stiamo arrivando anche noi.

Il “preambolo” recita così:

Considerata la perdurante crisi occupazionale e l’incertezza dell’attuale quadro economico nel quale le imprese devono operare, nelle more dell’adozione del testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro, con la previsione in via sperimentale del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente, salva l’attuale articolazione dei tipi e sottotipi di contratto di lavoro, vista la direttiva europea n. 1999/70, al decreto legislativo 6 settembre 2001 n. 368 sono apportate le modificazioni che seguono.

Il secondo degli emendamenti presentati dal governo concerne la scelta di sanzionare il contratto a termine stipulato in eccedenza rispetto al limite del 20% dell’organico aziendale con una sanzione amministrativa, più lieve per il primo sforamento e più pesante per i successivi (la sanzione è pari a un quinto della retribuzione complessiva oggetto del contratto in questione per il primo caso di superamento del limite nella singola unità produttiva, che aumenta alla metà della retribuzione complessiva per i casi successivi) e non più con la conversione in contratto a tempo indeterminato

Tale scelta è perfettamente coerente con l’essenza della svolta nella politica del lavoro perseguita dal Governo.

Tale disposizione è stata vivacemente contestata nei giorni scorsi in Commissione dai Colleghi del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Ecologia e Libertà, e fuori dal Parlamento dai segretari generali di Cgil, Cisl e Ugl – ma non dalla Uil – per il suo contenuto di rottura rispetto alla sanzione tradizionalmente applicabile nei casi di questo genere, secondo un orientamento giurisprudenziale nettamente prevalente, cioè rispetto alla conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato.

Un altro emendamento approvato riguarda l’esenzione dal limite percentuale massimo di contratti a termine rispetto all’organico per gli istituti pubblici e privati di ricerca scientifica. Si prevede espressamente che il limite del 20% “non si applica ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati tra istituti pubblici di ricerca ovvero enti privati di ricerca e lavoratori chiamati a svolgere in via esclusiva attività di ricerca scientifica o tecnologica, di assistenza tecnica alla stessa o di coordinamento e direzione della stessa”. Inoltre “i contratti di lavoro a tempo determinato che abbiano ad oggetto in via esclusiva lo svolgimento di attività di ricerca scientifica possono avere durata pari a quella del progetto di ricerca al quale si riferiscono”. Anche questo è un passo importante per allineare l’Italia ai maggiori paesi europei, dove la ricerca – per sua natura – vive sui contratti a termine, legati al finanziamento dei progetti, e su un’accentuata mobilità dei ricercatori.

Gli altri emendamenti e ordini del giorno vincolanti per il Governo concordati dai partiti della maggioranza integrano incisivamente e in parte correggono il testo approvato dalla Camera, intervenendo:

– sull’esclusione dei rapporti di somministrazione di lavoro dal campo di applicazione delle nuove disposizioni in materia di contratto a termine;

– sull’esenzione dal limite percentuale massimo di contratti a termine rispetto all’organico per le imprese in fase di costituzione (start-up);

– sulla componente pubblica dell’offerta formativa nel contratto di apprendistato professionalizzante, precisandone le modalità e il rapporto tra impresa e Regione;

– sulla sanzione per il grave inadempimento dell’obbligo formativo nell’apprendistato, che non consisterà più nella conversione in contratto a tempo indeterminato, ma nella conversione in contratto a termine con la stessa durata del periodo di apprendistato originariamente previsto.

È ancora lunga la strada per dare all’Italia un mercato del lavoro più flessibile e – nello stesso tempo – dotato di maggiori sicurezze per il lavoratore e per l’imprenditore. Il decreto che ci apprestiamo a discutere ci sembra un passo importante nella giusta direzione.

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