L’Italia delle migrazioni

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La settimana scorsa la Lega Nord ha paralizzato l’aula del Senato in un
vuoto ostruzionismo, per evitare l’abolizione del reato di immigrazione
clandestina. Martedì pomeriggio – tuttavia – il Senato dovrebbe eliminare
un reato che è servito solo a intasare i tribunali, senza contrastare per
nulla la permanenza irregolare di stranieri extracomunitari nel territorio
nazionale, anche grazie al voto favorevole di Scelta Civica.

Martedì 21 gennaio farò un’intervento alla Scuola Nazionale
dell’Amministrazione della Presidenza del Consiglio su “Immigrazioni e
integrazione in Italia”. Nel pomeriggio, alla sede del Consiglio Nazionale
delle Ricerche (Aula Marconi, CNR Sede Centrale, Pn. 1iazzale Aldo Moro
n. 7 Roma) presenterò il libro di Corrado Bonifazi “L’Italia delle
Migrazioni”

http://www.cnr.it/eventi/index/evento/id/13490

Il mio pensiero sul tema – frutto di un decennio di studi, ricerche,
collaborazioni con istituzioni, contatti continui con il mondo del
volontariato e dell’immigrazione – è rappresentato nell’articolo allegato,
tratto dalla rivista del Mulino (1/2013). L’auspicio è che la nuova
stagione politica che si sta aprendo in Italia permetta di fare
sostanziali passi avanti. Per un’Italia sempre più integrata e colorata.

Il modello implicito delle immigrazioni verso l’Italia

Con provvedimenti legislativi e amministrativi diversamente orientati, l’Italia ha tentato di definire

e ridefinire il suo approccio verso le immigrazioni dall’estero, sulla spinta di un saldo migratorio

che – nel primo decennio del XXI secolo è stato di quasi mille persone al giorno, come hanno mostrato

anche i recenti dati sul Censimento del 2011. Per comprendere cos’è accaduto, non è però

sufficiente considerare i cambiamenti normativi, ma bisogna guardare alla concretezza di tutto il

processo, perché il modello (implicito) dell’immigrazione straniera verso l’Italia si definisce come

impasto fra normative e prassi sedimentate nel corso degli ultimi vent’anni. Consideriamo separatamente

quattro aspetti: ingressi ed espulsioni, qualità della vita degli italiani, qualità della vita degli

stranieri e mobilità sociale dei migranti e dei loro figli, acquisizione piena dei diritti civili. Per ogni

punto proverò anche a delineare possibili, e a mio avviso auspicabili, modifiche normative, per consolidare

gli aspetti positivi, limitando e possibilmente sradicando le cattive norme e le cattive prassi.

Ingressi ed espulsioni

Anche se non bisogna dimenticare le tragedie del Canale di Sicilia, la grande maggioranza degli

stranieri adulti è entrata ed entra in Italia in modo regolare o semi-regolare, (con visto turistico,

permesso di lavoro stagionale etc.), è transitata per un periodo più o meno lungo di irregolarità, ed è

stata poi regolarizzata: con i decreti-flusso, con i periodici provvedimenti di sanatoria, oppure grazie

all’allargamento dell’Unione Europea, che ha fatto uscire dal limbo centinaia di migliaia di bulgari

e rumeni. Le due ultime leggi quadro sull’immigrazioni (Turco-Napolitano e Bossi-Fini) hanno

fallito l’obiettivo di stabilire un flusso ordinato di ingressi regolari: la buona intenzione di garantire

un numero di ingressi congruente con l’offerta di lavoro si è scontrata con procedure burocratiche

impraticabili e con un mercato del lavoro basato – per gli italiani come per gli stranieri – su procedure

informali. Anche il tentativo di espellere dall’Italia gli immigrati irregolari caduti nelle maglie

dei controlli si scontra con difficoltà pratiche di diversa natura, come i costi e la difficoltà di stabilire

accordi di riammissione con i paesi di provenienza.

La mancanza di meccanismi legali di ingresso e di espulsioni effettivamente praticabili ha avuto

conseguenze pesanti: per gli stranieri irregolari, per gli italiani, per gli stranieri regolari e per tutto il

sistema migratorio. In questi anni hanno prosperato le organizzazioni criminali, che gestiscono gli

ingressi e la permanenza irregolare nel nostro paese. Una moltitudine di stranieri ha vissuto il ricatto

e il rischio dell’irregolarità, nell’impossibilità di definire un percorso di integrazione che avrebbe

potuto essere molto più rapido e agevole. Inoltre, centinaia di migliaia di datori di lavoro italiani e

stranieri sono vissuti nella pratica impossibilità di regolarizzare rapporti di lavoro con i dipendenti

immigrati: per i più spregiudicati questo è stato un vantaggio, perché ha abbattuto il costo del lavoro,

mentre per gli altri, specialmente per le famiglie, e per tutta la collettività si è trattato di un costo,

perché ha fatto crescere la zona grigia del lavoro nero, turbando anche il mercato regolare per

alcuni settori cruciali per il paese, come l’edilizia. Il percorso a ostacoli per raggiungere il permesso

di soggiorno e la residenza anagrafica ha definito un filtro implicito all’ingresso, selezionando gli

immigrati più dotati in termini di risorse economiche, reti sociali, eccetera: forse questo ha “selezionato”

persone tenaci e furbe, ma certamente non quelle più “utili” per il mercato del lavoro.

Più in generale, l’attuale meccanismo effettivo di ingressi-espulsioni ha un impatto negativo sul

sistema-paese, perché legittima implicitamente comportamenti extra legem, incluse larghe sacche di

evasione fiscale e contributiva. Inoltre, la vita di molte persone viene resa complicata e penosa.

Questo meccanismo va cambiato. Va preso atto dell’impossibilità di pre-determinare le esigenze di

un mercato del lavoro come quello italiano, sostanzialmente basato su conoscenze personali e famigliari.

Bisognerebbe aver più fiducia della capacità del mercato di stabilire l’incontro fra domanda e

offerta, stabilendo norme che ne permettano il funzionamento regolare anche con una stabile componente

legata all’immigrazione. Piuttosto di fissare in modo aleatorio e per ogni provenienza i numeri

degli ingressi regolari, si potrebbero estendere i tempi del permesso di ingresso a tempo determinato

(ad esempio a sei mesi), condizionato alla disponibilità di un garante (persona fisica e/o

giuridica) residente in Italia. Non sembra utile predeterminare il numero di tali permessi di ingresso,

mentre va garantita la trasformazione automatica in permesso di soggiorno per quanti dimostrino di

aver trovato un’occupazione regolare e un alloggio stabile. Per quanti non trovassero

un’occupazione e una casa, scatterebbe invece l’espulsione, e il garante sarebbe co-responsabile

dell’eventuale permanenza irregolare in Italia. Grazie a questa co-responsabilità, i garanti favorirebbero

l’arrivo solo di persone effettivamente in grado di trovare rapidamente un lavoro regolare.

Questo meccanismo avrebbe il pregio di semplificare le procedure burocratiche, riducendo i relativi

costi e adattando il sistema normativo sugli ingressi-espulsioni al mercato del lavoro e alla società

italiana, salvaguardando le finalità delle leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini, ossia connettere

migrazioni e lavoro. Infatti, per i migranti adulti è senz’altro opportuno collegare la permanenza

stabile in Italia al lavoro, perché in caso contrario si favorirebbero comportamenti opportunistici,

poiché il welfare italiano – anche se a noi può sembrare disastrato – è immensamente più favorevole

di quello garantito in quasi tutti i paesi con forte emigrazione. Del resto, come dirò più avanti, è stata

proprio l’identificazione fra migrazione e lavoro a definire il modello migratorio del nostro paese.

La speranza è che la messa in atto di meccanismi di ingresso più praticabili asciughino la platea

degli stranieri irregolari che – secondo le stime dell’ISMU – anche se diminuiti nel corso degli ultimi

mesi a causa della crisi economica – erano ancora 326 mila al primo gennaio del 2012. Infatti,

solo le gli stranieri irregolari sono pochi è possibile mettere in atto meccanismi di espulsione credibili

e praticabili.

Qualità della vita degli italiani

Non è facile dire – in generale – se la qualità della vita degli italiani è migliorata o peggiorata in

forza delle immigrazioni. Certamente, il modo di vivere nel nostro paese è profondamente cambiato,

specialmente nelle zone dove gli stranieri sono in numero rilevante. Ecco un elenco non ordinato

e non esaustivo delle conseguenze nella vita degli italiani determinate dalla presenza degli stranieri:

– Interi segmenti di mercato del lavoro hanno visto scomparire la componente autoctona, in

particolare per le mansioni più disagiate, peggio retribuite e meno prestigiose;

– Il servizio domestico, che vent’anni fa era quasi sparito è stato rivitalizzato, permettendo a

centinaia di migliaia di anziani italiani non più totalmente autonomi di trascorrere la vita

nella loro casa;

– Le nuove famiglie di stranieri esprimono una forte richiesta, spesso non espressa in modo

esplicito, di assistenza pubblica, che può entrare in concorrenza con quella espressa dagli italiani

di ceto medio-basso;

– Il bilancio del sistema contributivo è largamente favorevole agli autoctoni;

– Le organizzazioni criminali straniere hanno preso il posto o si sono accostate a quelle italiane,

allargando alcuni segmenti del mercato illegale (ad esempio la prostituzione);

– Nelle aree a forte presenza di stranieri, il livello dell’istruzione per gli autoctoni può essere

messo in crisi dalla domanda di istruzione espressa dai bambini stranieri;

Questo elenco, che potrebbe essere molto più lungo, aiuta a comprendere come di fronte a fenomeni

sociali di tale portata nulla possa essere dato per scontato. In generale, le immigrazioni si sono tradotte

in miglioramento della qualità della vita per i ceti sociali più elevati, che non entrano in concorrenza

con gli stranieri, né per il lavoro, né per il welfare, né per gli alloggi, ma che grazie al lavoro

degli stranieri, possono usufruire di servizi più a buon mercato.

Per la situazione economica dei ceti sociali meno elevati, invece, la presenza straniera può essere

una minaccia. Innanzitutto potrebbe spingere verso il basso i salari e la qualità della vita, perché alcuni

stranieri possono essere disposti ad accettare paghe più basse e condizioni lavorative peggiori.

In secondo luogo, può accadere che l’assistenza alle famiglie straniere vada in parte a sostituire

quella indirizzata alle famiglie italiane povere (pensiamo agli assegni per le famiglie numerose, le

tariffe agevolate per gli asili nido, e così via).

Non esiste una bacchetta magica per risolvere questi problemi, che non vanno sottovalutati e

vanno attentamente monitorati, anche perché possono consolidare razzismo e discriminazione. Il

problema va affrontato innanzitutto iniettando legalità in tutte le attività in cui sono coinvolti gli

immigrati. Ad esempio, al Sud sono più diffuse situazioni in cui gli immigrati hanno sostituito nel

lavoro gli italiani, perché – se il lavoro nero è molto diffuso e mancano i controlli – datori di lavoro

senza scrupoli preferiscono gli stranieri, perché questi accettano condizioni di lavoro ancor più precarie

di quelle che gli italiani sono disposti a sopportare. Al Centro Nord il lavoro nero è meno diffuso

e le maglie dei controlli sono più strette; di conseguenza per un datore di lavoro la scelta fra

uno straniero e un autoctono sarà basata su criteri diversi, oppure sarà una non-scelta, perché di italiani

disposti a ricoprire alcune mansioni semplicemente non ce ne sono. Quindi, per evitare la guerra

fra poveri, la prima ricetta è prosciugare le sacche di lavoro nero, riducendo o annullando

l’handicap fra stranieri e italiani nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda il welfare, è importante garantire risorse sufficientemente estese da non essere

– in pratica – rivolte solo ai più poveri. Altrimenti gli stranieri che ne usufruiranno terranno fuori

molti italiani, come è giusto sia, perché fra di loro i poveri sono molti di più. Si possono differenziare

i costi di accesso (ma già avviene in parte con la tassazione progressiva), ma alcune cose vanno

garantite a tutti: una buona scuola e una buona sanità, innanzitutto.

Qualità della vita degli stranieri e mobilità sociale dei migranti e dei loro figli

Come specificato nel primo punto, la qualità della vita durante il primo periodo trascorso dagli stranieri

nel nostro paese dipende in gran parte dall’esistenza di procedure praticabili di ingresso legale.

Nel prossimo punto tratteremo la fase finale del processo di integrazione, quando gli stranieri chiedono

di diventare cittadini alla pari degli autoctoni. Qui entriamo nel cuore del modello di integrazione,

definita dal dizionario Zanichelli come “coordinazione organica e compiuta delle parti”.

L’Italia non ha assunto stabilmente né un modello “francese” (rapida assimilazione degli immigrati),

né un quello “inglese” (coesistenza di comunità anche fisicamente distinte), né quello tradizionale

“tedesco” (mantenimento dello status di “lavoratore ospite”, con l’idea di ritorno al paese

d’origine). L’Italia si differenzia dai tre paesi citati anche per la maggior varietà delle provenienze

degli immigrati.

Per certi versi, il modello implicitamente assunto dall’Italia è più simile a quello americano, senza

schema insediativo o demografico identificato a priori, e dove il migrante si integra in primo

luogo facendo suo il “sogno” del self-made man. Gli stranieri in Italia vogliono innanzitutto che le

loro famiglie avanzino sulla scala sociale: vogliono comprarsi la casa e l’automobile, vogliono far

studiare i loro figli, vogliono far vivere meglio i parenti che sono rimasti in patria. Sono disposti a

lavorare duramente per realizzare questi sogni. Il loro punto d’arrivo è vivere almeno come il vicino

e il collega italiano, e per far questo si identificano – in un certo senso – con lui. I bambini e gli adolescenti,

in particolare, sono quasi indistinguibili dai loro coetanei italiani per sogni, aspirazioni e

stili di vita. Quindi, la qualità della vita degli stranieri non si misura tanto nella loro condizione socio-

economica, quanto nel livello effettivo delle possibilità di realizzare progetti di mobilità sociale

per loro e per i loro figli e – realisticamente – tale mobilità passa attraverso lo studio (per i bambini)

e il lavoro (per gli adulti). Durante il decennio appena trascorso, proprio negli stranieri si è realizzato

il primo articolo della Costituzione italiana, perché il loro destino è stato legato a doppio filo alle

possibilità di riscatto attraverso il lavoro. Forse è proprio questo il modello migratorio adatto per

l’Italia, un paese che ha bisogno dei migranti – anche per coprire le voragini demografiche generate

da trent’anni di bassa fecondità – ma che ha anche bisogno di spinta economica e di maggior produttività.

Alcuni indicatori sono incoraggianti: crescono rapidamente gli stranieri imprenditori,

quelli che posseggono un casa, quelli che riescono a mandare denaro in patria. La crisi ha solo attenuato

la potenza di lavoro degli stranieri, che hanno sofferto e stanno soffrendo episodi di disoccupazione,

ma in misura non molto più accentuata rispetto agli autoctoni.

Rispetto agli Stati Uniti, l’Italia si giova dell’insediamento sparso degli immigrati, dovuto sia alle

caratteristiche diffusive del sistema produttivo, sia per l’assoluta prevalenza delle case di proprietà,

che già di per sé rendono difficile la formazione di ghetti. Il vero problema sta nella scuola, perché

per i bambini e gli adolescenti nelle società a sviluppo avanzato l’ascesa sociale non può prescindere

dall’acquisizione di competenze sofisticate. Le ricerche – compresi i risultati dei test INVALSI

e l’analisi dei percorsi e delle scelte delle scuole – mostrano che il gap fra italiani e stranieri

è già largo alle scuole elementari, e persiste fino all’università. E la penalizzazione – anche se attenuata

– è presente anche per gli immigrati di seconda generazione, nati in Italia e quindi socializzati

in lingua italiana. Perché – come ai tempi di don Milani – la scuola italiana perpetua le diseguaglianze

familiari, favorendo chi ha una famiglia alle spalle dotata di cultura scolastica.

Non si tratta tuttavia di un destino prescritto. Come si osserva nei paesi di più antica vocazione

migratoria, il destino delle seconde generazioni è fortemente legato al tipo di politiche scolastiche

del paese ospitante. Se si dà loro più scuola e buona scuola, le seconde generazioni chiudono rapidamente

buona parte del gap di partenza. Bisogna insegnare l’italiano a chi non lo sa, dare aiuti nei

compiti a casa, dare borse di studio per spingere i più capaci e meritevoli verso i percorsi scolastici

più impegnativi, realizzando l’articolo 34 della Costituzione. Sono le stesse cose che suggerivano

gli studiosi negli anni Sessanta osservando le difficoltà dei bambini meridionali nelle scuole lombarde

e piemontesi. Vecchie ricette sinora poco attuate, ma non per questo meno necessarie e urgenti.

Abbiamo prima accennato al “modello americano”. Se i figli degli immigrati non avranno effettive

possibilità di giocarsi in modo realistico le loro chance di ascesa sociale, dagli USA rischiamo di

importare anche la downward assimilation, ossia l’omologazione di larghe fasce di adolescenti e

giovani alle parti più disagiate del mondo giovanile.

Acquisizione piena dei diritti civili

Trent’anni di storia italiana hanno mostrato che buona parte degli immigrati sono here to stay. Inoltre,

con 100 mila nascite l’anno con almeno un genitore straniero, è evidente che l’Italia, nel giro di

pochi anni, diventerà il crogiuolo di diverse provenienze e culture, unificate – come abbiamo appena

accennato – dal sogno di migliorare la propria condizione, e dalla volontà di realizzare tale sogno

attraverso il lavoro. È quindi evidente la necessità di completare il modello migratorio con percorsi

di acquisizione dei diritti civili e della piena cittadinanza. Recentemente, qualche passo è stato fatto

con i meccanismi di punteggio per ottenere la carta di soggiorno permanente. Ma non basta. Oggi

come oggi, in Italia i meccanismi di concessione della cittadinanza sono straordinariamente farraginosi,

lenti e complessi, e per gli stranieri non comunitari non è previsto alcun tipo di diritto di voto,

neppure per le elezioni comunali.

Questa situazione è paradossale, ed è in palese contraddizione con il fatto – ormai accettato da

tutti, almeno a parole – che un gran numero di immigrati diventerà parte integrante della società italiana.

Negli altri grandi paesi europei di immigrazione, che pure provengono da storie molto diverse,

la definizione di percorsi praticabili di concessione della cittadinanza viene sfruttata come acceleratore

di integrazione. Nel caso francese, ad esempio, la semplice nascita nel territorio nazionale

non rileva ai fini dell’attribuzione della cittadinanza se non per i minori figli di apolidi o di genitori

sconosciuti o che non trasmettono la loro nazionalità. Tuttavia, dal 1998 ogni bambino nato in

Francia da genitori stranieri acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della

maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza

abituale durante un periodo, continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 anni in poi. Le

autorità pubbliche e gli istituti di insegnamento sono tenuti ad informare le persone interessate sulle

disposizioni normative in materia. Inoltre, l’acquisizione automatica può essere anticipata a 16 anni

dallo stesso interessato, o può essere reclamata per lui dai suoi genitori a partire dai 13 anni e con il

suo consenso, nel qual caso il requisito della residenza abituale per 5 anni decorre dall’età di 8 anni.

In Italia, invece, la concessione a 18 anni per lo straniero nato in Italia e che vi ha sempre risieduto

non è automatica, ma avviene su richiesta formulata prima di compiere il diciannovesimo anno: non

c’è alcun obbligo di comunicazione di questo diritto da parte delle autorità competenti, e non c’è alcun

modo di anticipare la concessione.

Recenti proposte di riforma del meccanismo di concessione della cittadinanza e del voto amministrativo

si sono incagliate nei veti della parte destra del Parlamento italiano. È importante superare

queste resistenze, perché i sogni e i progetti dei migranti possano realizzarsi in procedure semplici e

praticabili, con percorsi rapidi specialmente per gli stranieri nati in Italia o ivi giunti in tenera età.

Questi aspetti normativi sono importanti, ma non vanno sopravvalutati. Come mostrano il caso

francese e americano, se è semplice e a costo zero cambiare questo tipo di norme, è poco utile o addirittura

dannoso concedere la patente di cittadino a chi non ha gli strumenti per esserlo per davvero,

perché si creano aspettative destinate ad essere frustrate.

Conclusioni

Grazie alle sue pregresse peculiarità socio-economiche e culturali, l’Italia ha avuto la fortuna di evitare

la migrazione ghettizzata, favorendo contatti rapidi e proficui fra italiani e stranieri. Un sistema

scolastico pubblico e interclassista, un sistema produttivo basato sulla piccola impresa e – quindi –

su stretti rapporti di fiducia fra imprenditore e lavoratore, un ricco reticolo di organizzazioni di volontariato,

un sistema insediativo basato sulla proprietà della casa, hanno realizzato un processo implicito

di integrazione, facilitato da una sovrabbondante offerta di lavoro manuale, sia nel settore

delle imprese che delle famiglie, attenuatesi solo durante questi anni di crisi. Tutto ciò ha permesso

in pochi anni a cinque milioni di persone di stabilirsi nel nostro paese, senza creare grandi sconquassi

sociali. Tuttavia, il successo dell’integrazione rischia di incagliarsi su quattro scogli: la pretesa

di predeterminare per via burocratica e in modo nominativo gli ingressi e le uscite; la guerra fra

poveri italiani e stranieri per l’accesso al lavoro e ai servizi di welfare; le rigidità del sistema scolastico;

la difficoltà del sistema normativo ad accompagnare la mondializzazione della società italiana.

Chi nei prossimi anni governerà l’Italia dovrà misurarsi con queste quattro sfide.

 

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