Sul caso delle baby squillo

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Alcune considerazioni sul caso delle “baby squillo” di Roma, scritte a
quattro mani con Emiliana Baldoni, sociologa e mia assistente parlamentare
ed esperta di migrazioni, richiedenti asilo e vittime della tratta.

Il vero sesso non si può né comprare né vendere

Il caso delle “baby squillo” dei Parioli e delle “ragazze doccia” di Milano ha acceso un animato dibattito sull’uso del sesso da parte degli adolescenti. Non passa giorno senza che vengano diffusi nuovi particolari e indiscrezioni sui soggetti coinvolti o senza che (spesso sedicenti) esperti e genitori si confrontino sull’universo di valori dei ragazzi. L’attenzione morbosa che si è creata intorno alla vicenda non facilita un’analisi approfondita e cause e contenuti vengono spesso banalizzati.
Si può partire da una domanda provocatoria: “Perché non dovrebbe essere tutto sommato conveniente vendere il proprio corpo, per guadagnare in un solo giorno quanto si guadagna in un mese svolgendo un lavoro usurante e precario, magari in condizioni di sfruttamento? Alla fin fine, non si tratta lo stesso di vendere la propria vita, ma almeno guadagnando molto di più?” Come rispondere a prescindere da convinzioni religiose, diktat morali o giudizi di valore, che tracciano una nitida linea a priori tra quello che si deve e non si deve fare?
La questione centrale, al di là di ogni retorica, è che la prostituzione non prevede alcun incontro, comunicazione o intimità con l’altro. È scevra da ogni implicazione emotiva, ridotta a uso (reciproco) del corpo. E tutto ciò, comunque la si metta, in ogni uomo o donna, ma specialmente in un’adolescente ha effetti devastanti sull’affettività e sull’immagine di sé.
La consapevolezza delle proprie azioni non implica affatto automaticamente la piena coscienza delle loro conseguenze e del contesto esterno in cui si svolgono, soprattutto fra gli adolescenti dove – nonostante l’apparenza adulta – il deficit di esperienza di vita e di conoscenza del mondo è in realtà marcato. L’abilità principale degli sfruttatori è proprio quella di manipolare desideri e debolezze delle ragazze implicate, lasciando loro l’illusione di avere il completo controllo del gioco.
Tra le tante parole spese, una delle chiavi di lettura più interessanti l’hanno suggerita proprio gli stessi compagni di classe delle ragazze quando, incalzati dalle domande dei giornalisti, hanno affermato che “beh, un po’ si vedeva quello che facevano”. Certo che si vedeva, come potrebbe essere altrimenti? Un’esperienza così totalizzante come quella prostitutiva mette in moto meccanismi di trasformazione o, come direbbero i sociologi, di “ri-socializzazione a una certa sotto-cultura” così potenti da non poter essere ignorati, quantomeno dalle persone più prossime. Vendere sesso per denaro comporta modifiche profonde nel comportamento e nello stile di vita, cambiamenti evidenti nel linguaggio, nei modi di relazionarsi, nel senso attribuito alle azioni quotidiane; implica un progressivo isolamento dal resto del gruppo (altro che popolarità o leadership …) poiché, al di là di ogni ipocrita richiesta di equiparazione a un lavoro qualsiasi, si tratta comunque di un’attività fortemente stigmatizzata e oggetto di condanna morale.
Eppure, nonostante tali evidenti segnali, è passato diverso tempo prima che qualcuno intervenisse.
Bisogna sfatare qualche luogo comune. Prostituirsi è tutt’altro che facile. E non soltanto perché è necessario vincere la repulsione per certi clienti sgradevoli o per certe pratiche, forzare il proprio senso del pudore e correre continuamente il rischio di subire vessazioni o violenze, ma anche perché causa alti livelli di frustrazione, stress emotivo, aggressività. Perché prostituirsi – al di là di ogni giudizio morale – non è un “lavoro”, come affermato fra le lacrime anche da Henna, donna nigeriana costretta per due anni a prostituirsi dopo essere arrivata in Italia con i barconi della speranza (vedi la toccante intervista a pag. 21 del Corriere della Sera del 17 novembre). Prostitute e clienti fanno un uso monco della sessualità, privandola di ogni contenuto relazionale. Per le prostitute, inoltre, cade anche la fondamentale connessione fra sessualità e piacere.
Vale quindi la pena di essere contro la prostituzione: non solo contro quella minorile e frutto di sfruttamento e di tratta, ma anche contro quella fra adulti “consenzienti”, perché porta allo svilimento della persona: sia della prostituta sia del cliente. Chi si prostituisce trova forse una scorciatoia verso il guadagno facile, ma certamente va verso la frustrazione e la perdita dell’autostima.
Da questi discorsi discende che per “asciugare il mare” della prostituzione non bastano leggi più o meno tolleranti o repressive. È necessario un paziente lavoro educativo, che inizia fin dalla tenera infanzia, quando i bambini dovrebbero iniziare a gustare la pienezza di rapporti interpersonali basati sulla reciprocità, la gratuità, l’amicizia, la responsabilità; dovrebbero anche essere immersi – per quanto possibile – nella gioia del rapporto di coppia fra i loro genitori. Dietro gli atteggiamenti spavaldi e ostili di certi adolescenti si celano una forte richiesta di aiuto e un vuoto da colmare. Una costosa borsa griffata può forse essere una compensazione, ma non la vera causa dell’azione prostitutiva.

Emiliana Baldoni (sociologa ed esperta dei meccanismi della tratta) e Gianpiero Dalla Zuanna

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