Il mio intervento in aula sulla commemorazione della tragedia del Vajont.

Signor Presidente, Colleghi,
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ciò che è accaduto nella valle del Vajont e del Piave ha cambiato profondamente quel territorio, e ha lasciato un segno indelebile nella coscienza di chi è sopravvissuto e nelle generazioni seguenti, in tutto il territorio nazionale.

La sera del 9 ottobre 1963 alle 22.39, la frana che si staccò dalle pendici settentrionali del monte Toc, precipitando nel bacino artificiale sottostante, aveva dimensioni gigantesche. La diga di sbarramento del fiume, orgoglio ingegneristico dell’epoca, tenne. Ma la massa di oltre 270 milioni di metri cubi di roccia e detriti della montagna, praticamente tutto il fianco del Toc, affondò nel bacino sottostante. L’onda che si
produsse cancellò i paesi di Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino che erano sulle rive del lago artificiale. Un’onda di 50 milioni di metri cubi di acqua alta circa 100 metri scavalcò la diga e, a una velocità di circa 80 km orari, seminò in tutta l’alta vallata del Piave morte e devastazione. L’onda si abbatté sui paesi sottostanti di Longarone, Rivalta, Pirago, Faè, Codissago. Ad oggi la stima più attendibile è di 1.910 vittime.

La tragedia del Vajont è il frutto di tre errori, che è necessario
riconoscere per evitare di commetterli di nuovo.

Il primo errore è aver permesso un gigantesco conflitto di interessi, una
commistione inestricabile fra imprese produttrici di energia elettrica,
comunità scientifica, imprese costruttrici, giornali, politica.

Il secondo errore è un modello di sviluppo basato – alla fin fine –
sull’idea di possibilità di controllo quasi assoluto dell’uomo sulla
natura. La frana del Toc era ben nota, tanto che venne costruito un
modello di simulazione, che però previde un’onda molto più bassa di quella
effettivamente realizzatasi, sottostimando sia la quantità del materiale
franoso, sia la sua velocità di caduta all’interno del lago artificiale.

Il terzo errore è un’idea di produzione di energia basata sulla
costruzione pervasiva e intensiva di grandi impianti idroelettrici, dove
la montagna e in generale il territorio vengono visti come qualcosa da
sfruttare e modificare in nome del progresso, e gli abitanti solo come un
soggetto passivo, in una prospettiva sostanzialmente coloniale. Va detto
che questo atteggiamento, fino a prima del Vajont, era largamente
condiviso. Oggi fa impressione leggere il capitolo introduttivo
dell’edizione del 1950 della guida Berti, la Bibbia degli alpinisti delle
Dolomiti, scritto da Carlo Semenza, l’ingegnere che poi progetterà la diga
del Vajont. In questo testo è riportata una cartina degli impianti
idroelettrici previsti, di molto superiori a quelli effettivamente
realizzati. Il coinvolgimento dell’ingegner Semenza a questo – peraltro
magnifico – libro per alpinisti ed escursionisti, aiuta a comprendere il
milieu culturale dell’epoca, dove i grandi impianti idroelettrici erano
visti dalla stragrande maggioranza degli italiani come del tutto integrati
al paesaggio montano, volano di sviluppo necessario e quasi provvidenziale
per le popolazioni della montagna, allora devastate dell’emigrazione e
dalla povertà.

Cinquant’anni dopo il Vajont, questi tre errori vanno evitati in tutta
l’azione politica, economica e culturale.

Il conflitto di interessi va sradicato, separando sempre e
sistematicamente controllati e controllori.

Il pregiudizio sull’infallibilità della scienza non deve essere sostituito
dal pregiudizio anti-scientifico, bensì da un approccio autenticamente
scientifico, che adotta per sua natura criteri prudenziali, e dove i
progetti a grande impatto vanno sottoposti al giudizio articolato
dell’intera comunità scientifica, secondo criteri di trasparenza e di
messa in comune di tutti i dati disponibili.

Infine, va sostenuta e incentivata la produzione distribuita di energia, e
la costruzione di grandi impianti – se proprio indispensabile – va
condizionata al rispetto di rigorose misure di impatto ambientale,
cercando di prevedere e monitorando con attenzione i complessi feed-back
spesso conseguenti alle grandi opere. Inoltre le comunità locali vanno
coinvolte, informate e, prima di tutto, rispettate.

Il rispetto di queste regole è il vero omaggio che tutta la comunità
nazionale può rendere ai 1.910 morti del Vajont. Perché il loro sacrificio
non sia stato vano.

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