La razionalizzazione della giustizia

cancellieriQuesta mattina in Senato il Ministro della Giustizia Cancellieri è intervenuta con una informativa sulla riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie, che entrerà in vigore dall’inizio di ottobre 2013.

È una questione che ha visto Parlamento e Governo sottoposto alle forti pressioni dei territori e degli avvocati per “limitare i danni”, mantenendo lo status quo, o cambiando il meno possibile. Anche noi parlamentari di Scelta Civica siamo stati tempestati da richieste dei territori, ma – almeno al Senato – ci siamo schierati in modo compatto a fianco del Ministro, per mettere in atto una fondamentale opera di razionalizzazione. In aula, tutti i gruppi – eccetto Scelta Civica – si sono espressi in modo critico, intervenendo anche in Assemblea per difendere interessi prettamente localistici. Forse in questo modo Scelta Civica perderà qualche consenso, ma mi auguro che, alla lunga, anche gli elettori comprenderanno come la ripresa e la modernizzazione dell’Italia passino anche per provvedimenti apparentemente impopolari. 

Riporto il resoconto stenografico (e quindi non ufficiale, anche se riportato sul sito del Senato) degli interventi del Ministro Cancellieri e del Senatore Gabriele Albertini, componente per Scelta Civica della Commissione Giustizia del Senato.

CANCELLIERI, ministro della giustizia. Signor Presidente, signori senatori, come tutti voi sapete tra soli due giorni entrerà in vigore la riforma della geografia giudiziaria. Questa riforma, da tutti ritenuta strategica per il recupero dell’efficienza del sistema giudiziario, è il frutto di un lungo iter, iniziato nel lontano luglio del 2011, con il ministro Palma ed il Governo Berlusconi che vararono la delega, e proseguito nel settembre del 2012, con il ministro Severino ed il Governo Monti, che quella delega attuarono con i decreti legislativi nn. 155 e 156. A me ed al Governo di cui faccio parte spetta il compito forse più ingrato: quello di darvi, come la legge impone, effettiva attuazione.

Si tratta di una riforma da lunghissimo tempo attesa, definita epocale durante la cerimonia di inaugurazione dello scorso anno giudiziario dal presidente della Corte di cassazione, apprezzata dagli studiosi, dall’Associazione nazionale magistrati e dal Consiglio superiore della magistratura; una riforma pienamente condivisa anche da me, dal Governo Letta e straordinariamente sostenuta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano cui, ancora una volta, va il mio personale ringraziamento. Si tratta anche di un cambiamento che, facendo venir meno circa il 47 per cento degli uffici giudiziari dell’intero territorio nazionale, suscita, comprensibilmente, vive resistenze nei territori in cui maggiormente incide.

Dunque, un intervento costoso in termini di consenso e popolarità, ma che rappresenta un’importante prova di maturità per il Parlamento e per il Governo.

Si dimostra così che chi ha il compito di governare è in grado di mettere da parte i propri interessi particolari a favore di quello superiore della funzionalità della cosa pubblica. Se in passato obiettivi come questi sono stati mancati, oggi dobbiamo dimostrare al Paese e a chi ci osserva dall’estero che si è inaugurato un nuovo corso, che guarda al futuro e che tende ad un sistema giudiziario più moderno ed efficiente.

Ciò premesso desidero ricordare che sin dall’esordio del mio nuovo mandato ministeriale ho offerto la piena disponibilità ad ascoltare tutte le sollecitazioni ed i suggerimenti costruttivi finalizzati a migliorare la riforma stessa. Ho, tuttavia, dovuto constatare, non senza rammarico, che l’insieme di tali suggerimenti non si è tradotto in una sintesi unitaria che fosse in grado, senza stravolgimenti, di garantire un intervento integrativo e correttivo largamente condiviso tra le forze politiche.

Nel frattempo, la Corte costituzionale rigettando tutti i ricorsi proposti – ad eccezione di quello riguardante il tribunale di Urbino – confermava pienamente la validità dei criteri di selezione degli uffici soppressi sottolineandone sia la ragionevolezza sia la piena conformità alla delega conferita al Governo.

Peraltro, le puntuali ed analitiche motivazioni esposte dalla Corte per affrontare le numerose censure sollevate sono, inevitabilmente, destinate a condizionare i limiti, l’ampiezza ed il merito dei possibili interventi correttivi che saremo chiamati a valutare entro i termini previsti dalla stessa legge delega. Basti qui richiamare la riconosciuta ragionevolezza del criterio tramite il quale sono stati soppressi tutti i tribunali con un bacino di utenza inferiore a 100.000 abitanti. Credo che, rimettere in discussione questo criterio – che costituisce uno dei cardini della riforma – significherebbe compromettere l’effettività di quel principio di ragionevolezza riconosciuto dalla Corte costituzionale.

Se mi è consentito fare un secondo esempio, anche la proposta di trasformare tutti i tribunali soppressi in presìdi, pur avendo raccolto un buon consenso, non era oggettivamente percorribile, per un duplice ordine di ragioni. In primo luogo, l’introduzione di non meglio precisati presìdi di giustizia esula dai limiti di operatività della legge delega. Inoltre, sotto un profilo sostanziale, la surrettizia riproduzione di un modello in tutto sovrapponibile alle sedi distaccate avrebbe, di fatto, compromesso la valenza complessiva della riforma. Tale scelta avrebbe, peraltro, imposto, per ragioni di evidente equità, il riesame, nel merito, della situazione di tutte le altre sezioni distaccate soppresse che, in alcuni casi, vantavano oggettivamente bacini di utenza e carichi di lavoro nettamente superiori perfino alla gran parte dei tribunali soppressi.

Detto questo, sono pienamente consapevole che una riforma di queste proporzioni, specialmente in fase di avvio, impone di affrontare non poche difficoltà organizzative per superare le quali si è fatto ricorso, in numerose casi, allo strumento previsto dall’articolo 8 del decreto legislativo n. 155. Abbiamo ritenuto di utilizzare questo strumento affidandolo, anzitutto, all’iniziativa dei presidenti delle strutture accorpanti. In tal modo, negli ultimi mesi, ho adottato ben 45 decreti ministeriali che, in vario modo e con tempistiche differenti, predispongono le migliori condizioni operative possibili per le situazioni di maggiore criticità riscontrate sul territorio e segnalate direttamente dai capi degli uffici.

Ma non ho inteso limitare a questo l’operatività che l’articolo 8 offre al Guardasigilli. Ho ritenuto, infatti, doveroso assumere in prima persona la responsabilità di attivare un’istruttoria finalizzata a valutare, sulla base di criteri rigorosamente oggettivi (bacino di utenza o carichi di lavoro), l’utilizzo degli edifici di alcuni tribunali soppressi, principalmente per lo smaltimento degli affari civili pendenti, per un limitato periodo di tempo. Al termine dell’acquisizione dei prescritti pareri, è mia intenzione adottare un provvedimento ex articolo 8 per queste particolari situazioni.

Signori senatori, nel concludere il mio intervento avverto il dovere istituzionale di rappresentarvi l’oggettiva impossibilità di fermare, oggi, la riforma. La macchina amministrativa è ormai da tempo avviata: la quasi totalità dei traslochi è già stata eseguita; si sono adeguati i sistemi informatici, trasferita buona parte dei lavoratori interessati, affrontando le spese necessarie. Sono state varate le nuove piante organiche ed il Consiglio superiore – a cui, a partire dal vice presidente, onorevole Vietti, desidero rivolgere un pubblico ringraziamento per il sostegno e la collaborazione ricevuti – non ha più coperto i vuoti di organico presso gli uffici soppressi.

In pratica, signori senatori, è doveroso che si sappia che tali uffici sono ormai privi di molti magistrati trasferiti ad altra sede, che le nuove udienze sono già pronte per la trattazione nelle sedi accorpanti e che un rinvio – anche di breve durata – produrrebbe con assoluta certezza il caos, tutto questo a danno dei cittadini, nell’interesse dei quali la riforma è stata varata.

Siamo, dunque, tutti insieme chiamati ad affrontare l’avvio della riforma con spirito costruttivo e lealtà istituzionale, procedendo in corso d’opera al monitoraggio della situazione, per valutare nel prossimo futuro l’eventuale necessità di interventi correttivi entro i termini previsti dalla legge delega.

Per questo abbiamo già predisposto, nelle sue linee essenziali, un primo intervento correttivo, con alcune norme organizzative e processuali che renderanno ancor più fluida la fase di avvio della riforma, mentre adotteremo subito dopo anche un secondo decreto correttivo, per apportare alcune modifiche dell’assetto territoriale dei nuovi tribunali, così recependo alcune delle segnalazioni provenienti sia da quest’Aula che dai territori.

Sono convinta della necessità di questa riforma e desidero ricordare anche in quest’Aula che il Governo sta operando in linea con le indicazioni formulate dalle istituzioni europee e dalla Banca mondiale che ci invitano a proseguire con decisione in questa direzione. È un percorso che, di recente, ha contribuito a far uscire l’Italia dalla procedura di infrazione avviata dall’Unione Europea, ma è anche un impegno assunto dal nostro Paese al quale non possiamo e non vogliamo sottrarci.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Albertini. Ne ha facoltà.

ALBERTINI (SCpI). Signor Presidente, signora Ministro, dopo aver ascoltato gli interventi dei colleghi e in previsione di quelli che ascolterò, conoscendo la loro personalità, la loro appartenenza e le opinioni che hanno espresso in questa sede e altrove, ci troveremo quasi soli con le nostre buone ragioni a essere completamente d’accordo come Gruppo e come persona alla sua iniziativa e alla coraggiosa decisione che ha adottato.

Come spesso accade a tutti noi quando ci troviamo di fronte a dei contrasti, quando dobbiamo vivere il conflitto di opinioni diverse, la difficoltà di decidere in quello che crediamo giusto e magari anche opportuno, ci accade di rievocare qualcosa di nostro, di intimo, le convinzioni che hanno fatto la nostra educazione, i valori in cui crediamo.

Mentre ascoltavo parlare lei, con le difficoltà che ha incontrato nel sostenere questo provvedimento e le contrarietà che in questa sede, nei territori e nel dialogo con le varie corporazioni di appartenenza si sono frapposte a questa decisione, mi sono venute in mente due citazione latine; mi consentirete la civetteria di rievocarle. Una è il motto di un mio amico e maestro, un gesuita, cardinale di Milano: pro veritate adversa diligere. Un altro è un motto che mi hanno insegnato i padri gesuiti (scuola che ho frequentato per 12 anni) e che viene applicato di solito per sostenere i contraddittori, ma che in questo caso vale anche per le decisioni politiche e mi sembra che lei, pur non avendo frequentato la scuola dei gesuiti non potendolo fare come signora, lo abbia applicato con rigore e con coerenza. Questo motto dice: concede parum, nega saepe, distingue semper. Lei lo ha applicato integralmente, rigida nei principi di applicazione e duttile nei comportamenti per adottarlo.

Dopo questo esordio e per non impedire agli altri di criticarlo, farò una breve esposizione del perché consideriamo questo provvedimento necessario, ancorché contrastato e di difficile applicazione, pur suscettibile degli aggiornamenti e dei miglioramenti che il percorso funzionale consentirà. Forse non tutti sanno che il Forum economico mondiale ha definito il nostro Paese, nella graduatoria dell’efficienza del sistema legale nel definire le controversie, al centoquarantacinquesimo posto sui 148 che sono stati considerati. I parametri di riferimento all’efficienza nel definire le controversie concernono la durata dei procedimenti e la prevedibilità, in base al diritto scritto, alla legge vigente, delle decisioni. Inoltre, è stato ampiamente affrontato anche dall’OCSE e dal Fondo monetario internazionale il criterio del sistema giudiziario efficiente come uno dei fattori principali per la competitività di un Paese.

Il nostro sistema giustizia è minato alla radice da una durata eccessiva, da una farraginosità delle procedure, da una articolazione, e veniamo al punto che ci riguarda, della geografia giudiziaria, che data intorno, se non vado errato, alla seconda metà dell’Ottocento. Potete immaginare le condizioni che si sono modificate da allora ad oggi e le diseconomie organizzative e i costi eccessivi che questo sistema fisso, in un quadro cangiante, in una complessità sociale ed economica così in evoluzione, ha determinato.

In effetti, gli studi fatti sull’efficienza dei tribunali hanno dimostrato che, come accade nell’economia italiana, sono le medie imprese, più ancora delle piccole o delle grandissime, che sanno essere efficienti. È stato infatti dimostrato che gli uffici giudiziari che funzionano meglio sono quelli che hanno un organico che va dai 30 ai 60 magistrati, con relativi interventi a supporto della struttura di personale amministrativo. È questo il criterio che ha ispirato l’intervento in oggetto, perché se da un lato sono stati chiusi i piccoli uffici giudiziari, quasi inconsistenti nelle loro dimensioni, che però avevano un costo strutturale e organizzativo elevato, dall’altro, per quanto riguarda uffici metropolitani di grandi città come Milano, Torino e Napoli, si è intervenuti per rendere più accessibile il sistema di funzionamento. La Corte costituzionale, lei, signora Ministro, l’ha citata, aveva dato delle indicazioni per l’applicazione di questa norma, che lei ha puntualmente rispettato nel prendere questa coraggiosa decisione.

Vorrei fermarmi anche su un altro punto, che è una conseguenza ortogonale della diversa distribuzione, della razionalizzazione di questi interventi, che non prevede solo la chiusura di alcuni tribunali e l’accorpamento di altri, in base a parametri molto lucidi e oggettivi, ma anche, in conseguenza di questo, una diversa distribuzione delle piante organiche. Infatti, nel momento in cui le sedi vengono ridisegnate in termini più razionali (180.000 abitanti, sopravvenienza media annuale di 6.874 affari complessivi, criterio base), anche le strutture, sia delle professionalità giurisdizionali, cioè dei magistrati, sia del personale amministrativo, così come la specializzazione di alcuni tribunali per competenze specifiche, possono essere meglio organizzate.

È con queste considerazioni quadro che, pur in presenza delle criticità che tutti riconosciamo, vogliamo dare il nostro contributo convinto, determinato e assolutamente coerente alle decisioni che lei, signora Ministro e il Governo in carica, cui diamo il nostro sostegno, avete adottato, consapevoli che, richiamandomi al motto gesuitico nella sua parte finale: “distingue semper“, nel corso di questi due anni di sperimentazione si potranno affrontare le criticità e rimodularle. In proposito, lei ha infatti citato nel suo intervento introduttivo già due provvedimenti in allestimento per perfezionare l’insieme su dati esperienziali. A quel punto vedremo, come accade spesso in molte altre circostanze, che le criticità che sono state palesate, a volte con un pregiudizio, saranno superate dal giudizio di efficienza, non solo economico, ma anche funzionale, che un buon funzionamento degli uffici giudiziari consentirà di esprimere. Ciò ci permetterà forse, non solo in sede civile, ma anche in sede penale, di evitare che il nostro Paese paghi un conto salato. Sul punto, cito un dato davvero drammatico: nel 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha disposto risarcimenti a persone riconosciute vittime di violazioni per 176 milioni di euro; di questa cifra, 120 milioni sono a carico dell’Italia per sentenze in spregio alla regola generale di equità e di giustizia.

Grazie, signora Ministro, per il coraggio che ha dimostrato. Lei ha la nostra adesione. Non saremo numerosissimi, ma i fatti sono testardi.

2 commenti

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2 risposte a “La razionalizzazione della giustizia

  1. Enrico

    Bene! Finalmente una decisione che da un punto di vista organizzativo sembra vada verso un recupero di efficienza, con un approccio aziendalistico. Una (sana) multinazionale con più sedi avrebbe operato con questo spirito. È chiaro che questo non risolve il problema dell’eccessivo carico di lavoro e della spropositata numerosità delle cause, soprattutto civili, spesso intentate per puro pretesto, confidando appunto nella lentezza della macchina giudiziaria. Mi permetto di dare un suggerimento che proviene dalla mia esperienza personale, relativo alle cause di lavoro. Io non so quante esse siano in Italia ( ma è un dato facilmente reperibile, ma sono certamente nell’ordine delle migliaia). Sono un dirigente di azienda privata che è stato licenziato nel marzo del 2012, ho impugnato il licenziamento ed avrò la prima udienza ( normalmente tentativo di conciliazione) a metà novembre del 2013. Se non ci sarà un accordo( come prevedibile) ci vorrà almeno un altro anno, visti i carichi del tribunale. È proprio su questo fatto che i direttori del personale ( o gli avvocati degli imprenditori) giocano per fare proposte oscene, spesso e volentieri inferiori agli accordi contrattuali, per “trovare un accordo” transattivo ( ma dottore, cosa vuole, non vorrà mica impugnare il licenziamento, forse vedrà i soldi fra due anni, avrà spese legali,…….prenda questi, pochi maledetti e subito!). Immagina invece se ci fosse un obbligo a chiudere una eventuale causa entro 6 mesi. Le aziende ci penserebbero bene, farebbero proposte più adeguate, si ridurrebbe di molto il numero dei contenziosi alla radice con un rispetto degli accordi contrattuali…oggi spesso disattesi.
    E questo è solo un piccolo esempio di modifica di una legge…..chissà quanti altri casi che ognuno di noi ha vissuto…..quindi bene le grandi riorganizzazioni strutturali (obbligatorie) ma attenzione al recupero di efficienza sul quotidiano…..
    Grazie per questo spazio.
    Enrico

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