Intervento di questa mattina alle 11 in Senato di Linda Lanzillotta (Scelta Civica), sul “Decreto del Fare”, ora in discussione in Senato (resoconto stenografico non ufficiale)

Signor Presidente, colleghi, il relatore Guerrieri Paleotti ha sottolineato che la crisi economica richiede un’azione decisa per la crescita, un’azione che assecondi i timidi segnali di ripresa cui stiamo assistendo, perché dipenderà da noi, da quello che faremo in questi mesi se la ripresa, che certo arriverà a livello internazionale, riguarderà anche la nostra economia o se invece ci sfiorerà senza coinvolgerci profondamente.
Questa è la logica che ha ispirato questo decreto e questa è anche la motivazione con cui è stata giustificata l’adozione di un decreto che potremmo dire quasi un decreto monstre, ai limiti della costituzionalità, come sottolineato anche da un ordine del giorno presentato in Commissione affari costituzionali dalla presidente Finocchiaro e che tutti abbiamo condiviso e votato.
La domanda è dunque se questo provvedimento contiene misure utili a questo obiettivo primario, quello cioè di riavviare la crescita. La risposta è sì, ma solo per un numero ridotto delle disposizioni in esso contenute: rafforzamento delle garanzie dei confidi, la Sabatini per gli investimenti in tecnologie digitali, gli anticipi sugli appalti pubblici, misure concorrenziali nella distribuzione del gas, alcune semplificazioni e soprattutto alcune mancate complicazioni che erano state introdotte anche alla Camera, come la soppressione del DURT, per cui noi ci siamo battuti.
Altre numerosissime disposizioni invece, lo dobbiamo dire e riconoscere, sono quelle tipiche dei deprecati decreti omnibus, espressione di microinteressi politici e burocratici che hanno trovato un eccesso di ascolto da parte del Governo e del Parlamento.
Così sugli incentivi fiscali agli investimenti privati in infrastrutture, che, al di là di ogni ragionevole dubbio e motivazione, rimangono soggetti ad una complessa procedura burocratica che ritarderà la partenza di investimenti importanti per riavviare la crescita. È questo un punto, insieme ad altri importanti, su cui il decreto avrebbe dovuto avere più coraggio: ad esempio sull’agenda digitale, che, dopo che lo aveva già fatto il cosiddetto decreto crescita presentato dal precedente Governo, viene giustamente posta al centro delle politiche della crescita e la cui responsabilità viene assunta direttamente da Palazzo Chigi. Rimane però un assetto confuso della governance, con una sovrapposizione di responsabilità e il rischio che, ancora una volta, prevalgano logiche di reciproche interdizioni burocratiche, con il rischio di rinvii e paralisi.
Su questo punto – quello cioè del rapporto tra legislazione, indirizzo politico e attuazione amministrativa – credo vada fatta una riflessione. Questo decreto, come altri che lo hanno preceduto, rinvia l’attuazione di molte misure a successivi decreti interministeriali. Come dimostra l’esperienza (da ultimo, il cosiddetto decreto cresci Italia), questi decreti vengono adottati – quando vengono adottati – con enormi ritardi, a causa di conflitti tra amministrazioni e burocrazia. Il risultato è quello di vanificare le decisioni, gli indirizzi e gli obiettivi posti da Governo e Parlamento. Questo non può e non deve più succedere.
Su questo abbiamo presentato un emendamento, che non so se rimarrà in vita. La sua finalità è quella di attivare una serie di poteri sostitutivi fino ad investire della responsabilità di ultima istanza il Presidente del Consiglio. Il parere degli uffici a questo emendamento è stato ovviamente contrario e lo comprendo, perché viene condizionato un potere burocratico, ma quando non sono in gioco vincoli come quello del rispetto dell’articolo 81 della Costituzione, la separazione tra politica e amministrazione esige che le decisioni politiche abbiamo una loro autonomia nei confronti dei destinatari, dell’innovazione e del cambiamento, altrimenti noi travolgiamo uno dei principi base su cui è fondata la responsabilità politica.
Infine – o, forse, non infine, perché ci sono altri punti – vorrei soffermarmi su una delle questioni che più ci ha impegnato in Commissione: mi riferisco a quella del tetto agli emolumenti dei manager. C’è stata una sgradevole e falsa rappresentazione di un Governo rigoroso ed intransigente e di un Parlamento lassista e permeabile alle lobby: non è così e questo va chiarito.
Le norme approvate dalla Camera dei deputati avrebbero escluso dal tetto della spending review tutte le società pubbliche statali e locali. Il taglio del 25 per cento proposto dal Governo sarebbe stato, in molti casi, ben inferiore rispetto a quello operato con il decreto cresci Italia. Dunque, le Commissioni, su iniziativa di Scelta Civica, hanno ripristinato il tetto della spending review e hanno introdotto il taglio del 25 per cento per gli emolumenti delle società quotate, delle società a queste equiparate e delle loro partecipate, che fino a ora non avevano subito alcuna riduzione.
Colleghi, credo però che il tema dovrà essere ripreso con un approccio meno rozzo e meno demagogico. Credo che il Governo abbia la responsabilità di indicare un metodo e dei criteri per determinare il livello degli emolumenti in relazione alle caratteristiche delle singole società. Il Governo ha la responsabilità di sottrarre questa delicata materia, che riguarda il funzionamento di società che gestiscono settori cruciali della nostra economia, alle pulsioni demagogiche e alla propaganda. Anche su questo chiediamo al Governo di uscire dalla logica delle misure frammentarie di breve periodo e di affrontare le riforme strutturali senza le quali la crescita ci sfuggirà, decretando un aumento del divario tra l’economia italiana e le economie europee più dinamiche.
Dunque, chiusa questa prima fase, il temuto logoramento potrà essere evitato solo se il Governo opererà con più coraggio, con più visione e con più ambizione riformatrice. Se così sarà, noi lo sosterremo con convinzione, mentre ci auguriamo, con tutta sincerità, di non doverci ancora trovare di fronte a decreti-legge omnibus come quello oggi al nostro esame.

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