Vale la pena di ritornare sulla riforma delle pensioni?

Si torna a parlare di ritocchi alla riforma Fornero, per permettere alle
persone di andare in pensione anticipatamente, con una penalizzazione. Con
qualche calcolo elementare (e semplificato) è facile comprendere i termini
della questione. Supponiamo che la vita media sia di 80 anni (come per i
maschi italiani sessantenni di oggi), e che un uomo:

1. Abbia iniziato a lavorare a 20 anni,
2. Abbia versato 500 euro mensili di contributi,
3. Possa scegliere se uscire dal lavoro fra 60 e 70 anni,
4. Sia sottoposto integralmente a regime contributivo (ossia prenda
come pensione i contributi che ha versato).
5. I contributi non si rivalutino né si svalutino nel corso del tempo.

Sono condizioni semplificartici, che non modificano però il senso del
ragionamento.

Sotto queste condizioni, ecco come varierebbe la pensione al variare
dell’età al ritiro dal lavoro:

età di fine Totale Pensione media
lavoro contributi mensile

60 240.000 1.000
62 252.000 1.167
64 264.000 1.375
66 276.000 1.643
68 288.000 2.000
70 300.000 2.500

La pensione aumenta in modo più che proporzionale all’aumentare dell’età
al ritiro dal lavoro. Ad esempio, se l’età al ritiro passa da 60 a 62
anni, la pensione aumenta di 167 euro mensili, se passa da 68 a 70 anni la
pensione aumenta di 500 euro mensili.

Ciò accade perché chi va in pensione più tardi, da un punto di vista
economico gode di un doppio beneficio: accumula più contributi, ma
(specialmente) vede diminuire il numero di mesi in cui questi contributi
vengono erogati sotto forma di pensione.

Conviene riflettere a fondo prima di assecondare le spinte dei lavoratori
(e delle molte imprese che amano liberarsi dei lavoratori anziani) verso
anticipi dell’età alla pensione. Perché, per essere (quasi) neutrali dal
punto di vista dei conti pubblici, tali anticipi dovrebbero prevedere
notevoli penalizzazioni per chi andasse in pensione anticipatamente.

Quindi, se non si vogliono introdurre oneri ulteriori per lo stato, non è
tanto un problema di conti, quanto di storie di vita individuali. Con il
regime contributivo conviene restare al lavoro più a lungo possibile. Chi
esce presto rischia di diventare, in pochi anni, un pensionato povero.

5 commenti

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5 risposte a “Vale la pena di ritornare sulla riforma delle pensioni?

  1. gigi

    Ma voi politici vi fareste operare di notte da un equipe chirurghi-anestesisti di 62-67 anni? Da chi a quell’età continua a dover fare 4-6 notti di servizio al mese, spesso 12 ore di seguito di Sala Operatoria, mattine dopo notti di servizio per carenza di personale. E che servizio……, mica dietro una scrivania. Con l’attenzione al massimo per evitare sequele medico-legali, la schiena a pezzi data l’età e gli acciacchi….. Ma tale è la sorte anche degli infermieri di pari età….. Ma si vuol capire che i lavori non sono tutti eguali !
    Noi medici ed infermieri ospedalieri ultrasessantenni (classe 52 e dintorni con circa 40 anni di servizio) non ce la facciamo più !!!
    MA LO SI VUOL CAPIRE CHE LAVORARE 10-12 ORE DI SEGUITO (MA A VOLTE ANCHE 24 PER CARENZA DI PERSONALE), DI NOTTE, CON LA MASSIMA ATTENZIONE IN PRONTO SOCCORSO O SALA OPERATORIA NON SI PUO’ PIU’ OLTRE UNA CERTA ETA’!!! LA PENSIONE E’ DOVEROSAMENTE UNA SCELTA OBBLIGATA !!! INVECE COSTRETTI STRINGERE I DENTI E CONTINUARE A SOFFRIRE!!!
    VERGOGNATEVI POLITICI LI’ A TRASTULLARVI IN PARLAMENTO, DAL MARTEDI’ A GIOVEDI’, A PARLARVI ADDOSSO SENZA RISOLVERE NIENTE E PAGATI LAUTAMENTE.
    ORMAI HO PERSO OGNI SPERANZA, CONTINUERO’ A NON VOTARE !!!

    • Molte delle cose da Lei scritte – con la giusta foga e passione – sono condivisibili. Ma la soluzione non può essere quella di anticipare la pensione per tutti, perché – semplicemente – il paese non ce la può fare, a causa del forte incremento della sopravvivenza degli anziani, frutto anche del lavoro di persone come Lei. Quindi, bisogna trovare altre soluzioni, come cercavo di delineare in un editoriale scritto sul Corriere della Sera poco dopo la riforma Fornero.

      Le pensioni e la forza dei numeri

      Le attuali decisioni del Governo e del Parlamento sulle pensioni, derivano da due cambiamenti demografici di grande portata: il rapido e fortissimo innalzamento della sopravvivenza (da 73 anni nel 1975 a 82 anni nel 2010) e l’invecchiamento dei numerosi figli del baby boom (nati fra il 1950 e il 1970). Oggi gli italiani in età “da pensione” sono 14 milioni, ossia 9 milioni di donne con più di 60 anni e 5 milioni di uomini con più di 65 anni. Secondo le recenti previsioni dell’Istat, nel 2041 gli italiani di quelle stesse fasce d’età diventeranno 21 milioni (9 milioni di uomini e 12 milioni di donne). Poiché una fetta consistente delle pensioni viene pagata attingendo alla fiscalità generale, è praticamente impossibile per un paese indebitato come l’Italia fare fronte a un aumento medio annuo di quasi 250 mila pensionati per trent’anni, a meno di ridurre drasticamente l’entità delle pensioni. È certamente più opportuno ridurre il numero dei nuovi pensionati, innalzando l’età al ritiro dal lavoro. Per mantenere fisso a 14 milioni nel prossimo trentennio il numero di pensionati, l’età al pensionamento dovrebbe salire progressivamente, fino a raggiungere nel 2041 i 73 anni per gli uomini e i 68 anni per le donne. Oppure – pensando a una progressiva convergenza fra i due sessi – nel 2041 tutti dovrebbero andare in pensione a 70 anni.
      Questa seconda strada può essere meno traumatica di quanto possa sembrare, come mostra un libro che uscirà ad ottobre (Cose da non credere, Laterza, di Guglielmo Weber e Gianpiero Dalla Zuanna), che fa largo uso della grande indagine Share sugli ultracinquantenni europei. In primo luogo, a parità di età, il declino cognitivo è più lento per i lavoratori che per i pensionati. Inoltre, a parità di età e di tipo di lavoro svolto, i pensionati precoci diventano più poveri di chi lavora più a lungo. Infine, l’enorme differenza di età alla pensione fra uomini e donne non ha giustificazioni logiche, perché le donne vivono in media cinque anni in più degli uomini, e rafforza un sistema squilibrato, con le donne italiane che ogni giorno fanno lavori domestici tre o quattro ore in più rispetto ai loro mariti o compagni.
      Questo non vuol dire che tutti i lavori possono essere svolti anche da chi ha settant’anni. Come già oggi accade in Svezia e Danimarca – dove l’età effettiva al pensionamento è ben più elevata che in Italia – il mondo del lavoro e della produzione vanno resi più flessibili, per utilizzare al meglio il lavoratori maturi. Questi ultimi dovranno evitare le mansioni più faticose, poter accedere a particolari forme di part-time, essere ammessi a forme miste di pensione e lavoro, e così via. A causa del pensionamento dei figli del baby boom e dell’aumento della sopravvivenza, in Italia come in tutti i paesi ricchi l’innalzamento dell’età pensionabile era una misura inevitabile. Se esso sarà accompagnato dalla riorganizzazione del mondo del lavoro, il gioco sarà a somma positiva. I risultati potranno essere una salutare spinta per la modernizzazione dell’Italia, e anche per il miglioramento della qualità della vita dei giovani-anziani italiani.

      Nel caso citato dal Suo commento, è evidente che un chirurgo e un anestesista non possono sostenere a 65 anni lo stesso sforzo fisico che sostenevano a 50. È però possibile riorganizzare le mansioni. Io ho una sorella anestesista-rianimatrice, che mi conferma la possibilità – volendo – di ripartire in modo diverso le mansioni più faticose fra i colleghi più giovani e più vecchi. Certo, per fare questo è necessario riorganizzare le attività, e forse i più anziani dovrebbero anche accettare di cedere ai più giovani un po’ di potere e prestigio, pur continuando a lavorare. Insomma, caro signore, i profondi cambiamenti socio-demografici ci “costringono” a riorganizzare il nostro modo di lavorare e forse anche il nostro modo di pensare. Altrimenti – lo ripeto – il sistema delle pensioni è semplicemente destinato a “saltare”. Vorrei vedere i sindacati e i datori di lavoro ragionare assieme su queste cose, invece che limitarsi a rimpiangere i bei tempi andati, che ci hanno portato a due mila miliardi di debito. Altro capitolo è quello dei lavori usuranti, che tolgono anni di vita a chi li fa (ad esempio certe mansioni dell’edilizia e dell’industria pesante). Scelta Civica sta lavorando su questo tema, e conta di presentare una sua proposta a breve. Non per abbandonare la riforma Fornero, ma per meglio adattarla alla realtà concreta della società italiana.

      • gigi

        Se il sistema delle pensioni è “destinato a saltare”, e me ne rendo conto, perché i parlamentari, come lei, con due sole legislature (max 10 anni di servizio) a 60 anni vanno in pensione? Ed invece ad un anestesista come me con 40 anni di servizio, ben più pesanti del suoi 10 – LA PREGO ME LO CONCEDA-, ciò è inibito?
        Ad ottobre del 2012 stava per essere licenziata una legge per il pensionamento, con le regole pre-Fornero, per gli operatori del SSN. Ebbene SC, e segnatamente Giuliano Cazzola, furono i più strenui oppositore di tale proposta. Da noi si dice: ” U SAZIO NU CRERE U DIUNU” (il sazio non crede a chi è digiuno) .
        Il problema è che i sacrifici i parlamentari prevedono debbano farli gli altri ! Capisco che nell’economia generale è poca cosa il risparmio di tale categoria, ma l’esempio innanzitutto! Sarebbe giusto che i parlamentari accedessero alla pensione con le regole vigenti per tutti gli altri lavoratori, sommando i contributi versati durante i mandati a quelli dei loro precedenti lavori (o successivi). Quindi anche loro a 70 anni e più, come dice Cazzola -ma lui lo prevede solo per i “comuni mortali”…-.
        Anzi i parlamentari, come i professori etc.. potrebbero lavorare, salute permettendo, anche oltre i 70 anni.
        Io stesso che insegno al Corso di laurea per Infermieri professionali, a margine del mio lavoro di anestesista-rianimatore, non avrei alcun problema a farlo anche oltre i 70 anni. Ma alla mia età, 61 anni, lavorare in urgenza 5 notti al mese (e non c’è verso di delegare agli anestesisti più giovani giacchè con il blocco delle assunzioni NON VE NE SONO e quei pochi tutti precari che vanno e vengono in continuazione) occupato 3 week-end su 4, ed inoltre almeno 6 disponibilità notturne mensili. Tutto questo va avanti dal 1980 (con i riscatti ho superato i 40 anni di servizio).
        Quindi era doveroso prevedere una via di uscita diversa per gli ospedalieri.

        Un messaggio conclusivo per lei e Cazzola ( glielo giri Lei stesso):
        I LAVORI NON SONO TUTTI UGUALI !!!
        A 60-70 anni non si può passare tutta la notte al tavolo operatorio od al Pronto Soccorso od in una corsia d’ospedale ad assistere ammalati gravi, con tutte le responsabilità che ne derivano, e pensare che tale servizio, in termine di stress e pesantezza, sia pari a quello di un parlamentare od un professore universitario che si applica alle sue “lectio magistralis” (diciamo così)…..
        Smettetela con il Vostro disgustoso cinismo !
        Si applichi, insieme con Cazzola, alla comprensione del vero significato della parola EMPATIA …… e sue ricadute ed applicazioni.
        Cordialmente

  2. capisco il suo disappunto, fra l’altro ho
    una sorella anestesista che si avvicina ai sessant’anni, e credo di
    comprendere il problema di cui parla, l’unica cosa che posso dirle a questo punto incide sul piano umano, perché sul piano tecnico ritengo che ognuno abbia la sua parte di ragione, anche se troppe volte in Italia si è legiferato senza guardare all’interesse di molti ma viceversa.
    L’impegno mio, che è anche il motivo per cui ho deciso di entrare in politica, è di dare il mio contributo sia sotto il profilo tecnico che sotto il profilo umano, la ringrazio quindi per aver portato alla mia attenzione i problemi della vostra categoria, mi impegno a fare il possibile affinché i parlamentari di scelta civica impegnati nelle commissioni afferenti il lavoro possano portare attenzione anche a questi aspetti, purtroppo tutti dobbiamo renderci conto che il periodo che stiamo vivendo non è normale, ma si inserisce in un contesto di difficoltà economica globale, oggigiorno sono quindi necessari sacrifici da parte di tutti per poter vedere i risultati in futuro, fare oggi politiche accomodanti per questo o quel caso non gioverebbe a nulla se non nel breve periodo, ma ciò nonostante lavoriamo tutti perché il sistema cambi e cambi in meglio.
    cordialmente

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