Meno demagogia su Mare Nostrum

Quanta demagogia su Mare Nostrum! Quattro punti per fare chiarezza.

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  1. Mare Nostrum ha diminuito il rischio di “importare” malattie, non lo ha aumentato. Ho visitato la San Giusto, nave ammiraglia dell’operazione, assieme ad altri parlamentari. Ho fotografato alcuni strumenti di tipo sanitario di cui la San Giusto dispone: la barella filtro pressurizzata (necessaria per trasporti di pazienti a con ipotesi           di gravi malattie infettive) e la sala operatoria d’emergenza. Tutte le persone, recuperate in mare, vengono visitate già direttamente nelle navi. Se Mare Nostrum venisse sospesa e se aumentasse il numero di sbarchi diretti dai barconi sulle nostre coste, ilrischio di contagi aumenterebbe. Per inciso, il prefetto di Padova mi ha comunicato che quando i migranti vengono indirizzati ai centri di accoglienza (180 posti in tutta la provincia), vengono nuovamente visitati e vengono poi costantemente controllati dal punto di vista sanitario. Schermata 2014-10-21 alle 23.04.53
  2. Mare Nostrum non ha fatto aumentare gli sbarchi. 250 km di costa della Libia sono oggi totalmente prive di qualsiasi tipo di autorità statale. I profughi partono dalle tante zone di guerra dell’Africa e del Medio Oriente (specialmente dall’Eritrea, dal Mali e dalla Siria), diretti verso queste spiagge. Interrompendo Mare Nostrum, questa gente – che spesso ha affrontato viaggi di migliaia di chilometri – partirebbe lo stesso. E spesso si tratta di famiglie come quella siriana, con cinque figli, che ho fotografato sulla San Giusto. Però, arretrando il raggio di azione delle navi il rischio di naufragio aumenterebbe. È necessario lavorare affinché le guerre africane e del medio oriente (la “Terza guerra mondiale a pezzettini” secondo la definizione di Papa Francesco) diminuiscano, e l’Italia – silenziosamente e con tenacia – sta cercando di farlo, con tutte le difficoltà del caso. Ma a tempi brevi non ci sono alternative: o Mare Nostrum o aumento certo dei morti.IMG_3947

  3. Mare nostrum ha permesso di arrestare 500 scafisti. Grazie a strumenti sofisticati (specialmente sottomarini e droni, come quello di questa foto, sempre in dotazione alla San Giusto) i barconi vengono fotografati di nascosto, e si riesce facilmente a individuare chi “dirige il traffico”, arrestando poi gli scafisti una volta recuperato il barcone. Quindi, Mare Nostrum ha portato legalità attorno alle coste d’Italia. IMG_1169
  4. L’Italia sta iniziando a prendere le misure all’emergenza profughi. Con il decreto stadi & migrazioni – approvato dal Parlamento la scorsa settimana – il sistema di accoglienza territoriale e delle commissioni di valutazioni della condizione di profughi/rifugiati è stato finalmente potenziato e migliorato. Già oggi i tempi di valutazione delle pratiche si stanno accorciando. Nell’ultimo anno, su 140 mila sbarchi, meno di metà ha avuto lo status di rifugiato e il conseguente permesso di soggiorno. L’assistenza (vitto e alloggio) cessa quando lo status viene riconosciuto.

 

Fino a pochi decenni fa, i profughi e gli emigranti eravamo noi. Tutti abbiamo almeno un nonno, uno zio o un cugino che è partito per l’estero, in maniera più o meno regolare. L’altro giorno mi sono concesso qualche ora di pausa, per visitare la Galleria Nazionale Arte Moderna a Villa Borghese. Ho fotografato alcune scene del grande quadro “Emigranti”, dipinto nel 1896 da Adolfo Tommasi. In queste facce ho rivisto lo spaesamento, la povertà e la speranza delle 700 persone stipate nella plancia della San Giusto.

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È giusto continuare Mare Nostrum, con le stesse regole d’ingaggio, meglio se con l’aiuto degli altri paesi dell’Unione Europea. Perché vogliamo che il Mediterraneo sia veramente nostro, mare di vita e non mare di morte. Mi unisco quindi volentieri all’appello formulato oggi su “Europa” dal Sottosegretario agli Esteri Mario Giro:

 

PRESIDENTE RENZI, NON CHIUDERE MARE NOSTRUM!!!

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Le energie rinnovabili

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Le energie rinnovabili portano soldi solo ai cinesi? FALSO!

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/10/18/news/bilancio_rinnovabili_2013_in_italia_fatturati_sei_miliardi-98349745/?ref=HRLV-18

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L’importanza dello UICI

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Ecco la lettera che ho appena scritto a chi sta lavorando sulla legge di
Stabilità.

On. Enrico Zanetti
On. Pier Paolo Baretta
Sottosegretari all’Economia

Sen. Giaorgio Santini
Commissione Bilancio del Senato

Cari Enrico, Pier Paolo e Giorgio

Ho avuto l’occasione di incontrare il dott. Mario Girardi, presidente
dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti (UICI) del Veneto. Mi ha fatto
presente tutta una serie di importanti iniziative sviluppate dalla loro
associazione, allo scopo di mogliorare le condizioni di vita delle persone
con problemi di vista nella nostra regione e in tutta l’Italia. Mi ha
anche segnalato alcuni gravi problemi che incontrano nello svolgere la
loro attività, in particolare le forti decurtazioni ai contributi
nazionali ricevuti nelle precedenti Leggi di Stabilità.

A causa delle pesantissime decurtazioni dei contributi nazionali
(attualmente quasi azzerati), l’UICI ha dovuto ridurre all’osso le sue
strutture e, pur facendo di tutto, ha dovuto ridurre le prestazioni rese
ai soci.

Io credo con convinzione alla sussidiarietà, perché migliora l’efficienza
e l’efficacia delle prestazioni, genera un’assistenza a misura di
cittadini, e alla fin fine può condurre a grandi risparmi. Se lo Stato
dovesse gestire “in proprio” i servizi oggi resi dall’UICI, spenderebbe
immensamente di più.

Vi chiedo, quindi, nel grande lavoro di costruzione della legge di
Stabilità, di considerare l’opportunità di incrementare i trasferimenti
verso l’UICI, che è disposta a sottostare a ogni tipo di controllo -
sostanziale e formale – dell’attività svolta.

Credo che anche sul modo di rapportarsi alla disabilità, questo governo
dovrebbe “cambiare verso”.

Con amicizia

Sen. Gianpiero Dalla Zuanna

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Il nuovo porto di Venezia

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Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha infatti comunicato
ufficialmente che il 27 ottobre, dunque in tempi brevi, inizierà la
Conferenza dei servizi sul porto off-shore di Venezia, una piattaforma
d’altura destinata alle navi da 20 mila container e al porto petroli: si
tratta dell’ultimo passaggio amministrativo prima dell’invio al CIPE del
progetto definitivo.

È un’ottima notizia, perché l’Italia ha bisogno di grandi infrastrutture
portuali. Le navi porta container stanno diventando sempre più grandi: per
diminuire l’inquinamento, velocizzare i traffici, abbattere i costi. Per
capirci, si tratta di bestioni lunghi più di 400 metri e larghi 60, che
possono trasportare in un solo viaggio l’equivalente di 36 mila auto.
Nessun porto dell’Alto Adriatico è oggi in grado di accogliere queste
mega-navi. Trieste, che avrebbe il pescaggio necessario, non ha spazi
portuali all’altezza e li deve riconquistare al mare, né ha ferrovie in
grado di garantire un veloce smistamento dei container: la ferrovia
Trieste-Divaccia che dovrebbe consentirle di sfidare Capodistria sui
mercati dell’Est costa una barca di soldi e non è stata ancora progettata.
Venezia ha grandi spazi a Marghera e un ottimo retroterra logistico, che
si spinge fino all’interporto di Padova, ma non un pescaggio sufficiente:
inoltre navi di tale stazza sono poco compatibili con l’equilibrio
lagunare.

In questa prospettiva, se il Nord Est non vuole essere tagliato fuori dai
traffici futuri, l’unica soluzione è lavorare sia ad est, a Trieste, sia
ad ovest, a Venezia. Trieste deve reclamare a mare spazi portuali e si
sistema le ferrovie, Venezia deve realizzare al largo un porto off-shore,
dove le mega-navi possano attraccare e i container essere smistati in
automatico su chiatte in grado di entrare in più di un terminale a terra,
usufruendo dello snodo ferroviario di Mestre-Marghera, e risalendo vie
d’acqua come il Po e l’idrovia Padova-Mare, che finalmente la Regione ha
deciso di sostenere come opera strategica. Trieste e Venezia assieme,
perché solo assieme possono essere raggiunte le economie di scala
necessarie.

Malgrado l’importante passo compiuto dal ministero, si è aperta l’ennesima
rissa sul porto off-shore. La regione Friuli si oppone, temendo che
Trieste perda di competitività rispetto a Venezia, dimenticando che oggi i
suoi veri “nemici” sono Fiume e Capodistria, dove Croazia e Slovenia
stanno investendo alla grande. Anche l’interporto di Padova è sospettoso,
temendo che il porto off-shore danneggi il remunerativo traffico
ferroviario fra Padova, i porti del Tirreno settentrionale e del Nord
Europa, dimenticando qualsiasi criterio di efficienza e sostenibilità

Questo modo di ragionare è miope. Il porto off-shore di Venezia può essere
un’opportunità storica per tutti gli scali adriatici, da Fiume a Ravenna e
per tutta la logistica connessa. Si vince solo tutti assieme. Tutti questi
porti non raggiungono oggi i 2 milioni di TEU l’anno (una TEU vale poco
meno di 40 metri cubi di merce), mentre Singapore, da sola ne movimenta
ogni anno 32 milioni… Se nel giro di pochi anni non verranno raggiunti
almeno 6 milioni di TEU, il sistema portuale per le merci dell’Alto
Adriatico andrà rapidamente fuori mercato, e la grandissima parte delle
merci del Nord Est troveranno più conveniente arrivare o a partire dai
porti del Tirreno o del Mar del Nord, con il conseguente aggravio di costi
e di inquinamento.

È quindi importante che tutte le regioni (non solo quelle italiane) e
tutti i porti che si affacciano sull’Alto Adriatico facciano pressioni
all’unisono verso Roma e Bruxelles, per la veloce realizzazione del porto
off-shore a Venezia e delle infrastrutture a terra di Trieste, mettendo in
atto nel contempo sinergie commerciali e accordi di programma pluriennali.
Per non fare la fine dei manzoniani capponi di Renzo (con la o), che
continuavano a beccarsi fra di loro, in attesa di finire, tutti insieme,
nella stessa pentola.

Gianpiero Dalla Zuanna – Senatore del Partito Democratico

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Nuova luce sull’idrovia Padova Venezia

lega ambiente

Venerdì 10 Ottobre, alla presenza del sindaco di Saonara, Stefan e

dell’assessore regionale all’ambiente, Conte, ieri sera è stato inaugurato
l’impianto di illuminazione a risparmio energetico su strada arginale
lungo l’idrovia padova-mare..

Presenti il Comitato Brenta Sicuro e Lega Ambiente di Saonara.

Le premesse hanno raccontato della storia più che centenaria delle varie
alluvioni che si sono succedute, a partire da quella del 1774, fino alla
recente del 2012. Il territorio ha bisogno di sentirsi dire che il
progetto è stato approvato

Intervento del sindaco STEFAN: lancia un messaggio all’assessore:
“richiesta di attenzione verso il territorio”. Dopo aver vinto la
battaglia contro l’elettrodotto aereo TERNA, uno scempio per il paesaggio;
siamo qui affinché la camionabile non venga realizzata e chiediamo venga
completata l’idrovia Padova-mare (opera già concepita negli anni ‘60) con
funzione di bacino scolmatore delle piene del Brenta e del Bacchiglione.
Chiediamo la messa in sicurezza del territorio.

Intervento dell’assessore Conte: è a fine mandato; l’idrovia Padova-mare è
una opera che deve essere completata per dare risposte soprattutto dal
punto di vista idraulico ma anche per la navigabilità, punto necessario
per chiedere risorse all’Europa; l’obbiettivo è quello di definire il
percorso per arrivare alla realizzazione dell’opera. L’assessore afferma:
– no camionabile: le aree sono da tutelare e non da industrializzare ancora;
– verrà quanto prima affidato incarico per il progetto preliminare idrovia
Padova-mare;
– dopo la redazione del progetto preliminare, conferma la conferenza dei
servizi per fare valutazioni assieme ai Comuni e agli altri stakeholder;
– in generale, occorre valorizzare il territorio, minimizzando
l’occupazione di suolo.percorso illuminato

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No incentivi discarica ed inceneritore, si punterà sul riciclo

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RISOLUZIONE DELLA COMMISSIONE AMBIENTE DEL SENATO.
NO INCENTIVI DISCARICA-INCENERITORE: SUPERARLI PROGRESSIVAMENTE, A PARTIRE
DAL 1^ GENNAIO 2015

“La commissione Ambiente del Senato ha appena approvato una risoluzione
sulla nuova direttiva europea sui rifiuti nella quale si chiede al governo
di superare progressivamente, a partire dal 1 gennaio 2015, gli incentivi
e i contributi allo smaltimento in discarica e all’incenerimento e di
rivedere il piano degli impianti di termovalorizzazione da realizzare sul
territorio nazionale”. Lo riferisce la senatrice del Pd Laura Puppato,
componente della Commissione. “La nuova direttiva europea sui rifiuti con
orizzonte 2020-2030- spiega Puppato- punta molto sulla chiusura del ciclo
di gestione dei rifiuti e dunque sul riuso e sul riciclo della materia
prima secondaria come variabili fondamentali per raggiungere un’economia
circolare, l’unica possibile”. E’ “chiaro, dunque- aggiunge la
democratica- che e’ necessario adeguare le politiche italiane a questo
obiettivo. E per questo e’ necessario evitare di incentivare forme di
smaltimento che di
fatto scoraggiano i comportamenti piu’ virtuosi e indirizzano il mercato
verso soluzioni meno ecocompatibili, come le discariche”. Anche
l’incenerimento “va considerato nell’ambito del sistema piu’ complessivo
di gestione dei rifiuti e per questo il relativo piano degli impianti va
aggiornato si ma alla luce di questa nuova direttiva, non come indicato
all’art. 35 dello sblocca Italia- conclude Puppato- abbiamo inoltre
chiesto specifiche azioni mirate alla riduzione dello spreco alimentare:
occorrono
misure di semplificazione amministrativa e fiscale per agevolare i
progetti di recupero e per riconoscere il contributo della cooperazione e
degli accordi a lungo termine raggiunti sulla filiera alimentare e
iniziative di informazione nei confronti dei consumatori”.

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La legge delega sul lavoro

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Stiamo per approvare in senato la legge delega sul Lavoro. Per comprendere
la portata di questo atto, leggete le dichiarazioni del senatore Pietro
Ichino e l’intervento in aula del senatore Stefano Lepri.

“Il maxiemendamento sul quale il Governo porra’ la fiducia perfeziona il
testo elaborato dalla Commissione Lavoro del Senato, conciliando
opportunamente le istanze emerse su di esso nei giorni scorsi in seno alla
maggioranza, ma soprattutto salvaguardando la coerenza e l’incisivita’ del
disegno di riforma dell’ordinamento del lavoro”. Lo dichiara il senatore
di Scelta Civica, Pietro Ichino. “In particolare viene confermata la
delega al Governo per l’emanazione di un Codice semplificato,
integralmente sostitutivo della legislazione vigente in materia di lavoro:
e’ cosi’ avviato concretamente ad attuazione un progetto di cui Scelta
Civica e’
stata la promotrice e ha dimostrato concretamente la fattibilita’ in tempi
brevi con il disegno di legge n. 1006 presentato nell’agosto 2013. Nel
Codice semplificato dovra’ essere riscritta innanzitutto la disciplina del
contratto a tempo indeterminato e in particolare del licenziamento, con un
drastico superamento del regime attuale sostanzialmente ispirato alla job
property. Dovra’ inoltre, come chiaramente indicato nella delega, essere
profondamente ristrutturato il sistema di protezione e sostegno ai
lavoratori nel mercato del lavoro, integrando la nuova assicurazione
universale contro la disoccupazione con un sistema di assistenza intensiva
nella ricerca dell’occupazione ispirato al modello olandese, fondato sulla
liberta’ di scelta da parte della persona interessata dell’agenzia
specializzata, la quale verra’ remunerata mediante voucher regionale a
risultato ottenuto”. “Da questa coraggiosa riforma che non ha precedenti
nel nostro Paese per ampiezza, organicita’ e incisivita’- conclude Pietro
Ichino- l’Italia uscira’ rafforzata nella sua capacita’ di uscire
dalla congiuntura economica negativa, ma anche nel suo prestigio
e potere negoziale sul piano europeo”.

*LEPRI (PD) – intervento in senato di mercoledì 8 ottobre 2014

Signor Presidente, signori colleghi, non è un’esagerazione: oggi ci
accingiamo a votare una riforma che non esito a definire storica. Non è
propaganda, è la verità. Ci saranno voluti – tra qualche anno, quando
saranno stati finalmente implementati ed attuati i decreti – quasi
cinquant’anni per veder evolvere davvero una concezione dei rapporti tra
capitale e lavoro e una concezione della vita lavorativa ormai
indiscutibilmente ancorata al passato.

Negli anni ’70 quelle riforme furono necessarie contro la rappresaglia
antisindacale e un’organizzazione fordista a forte rischio di soprusi. Ma
quell’estensione dell’articolo 18 anche ai licenziamenti economici e la
radicalizzazione di alcuni tratti antagonistici tra capitale e lavoro (mai
risolti) hanno contribuito, insieme a tanti altri fattori, al lento
declino dell’economia italiana. A questo disegno hanno contribuito
certamente una politica debole o addirittura succube, una classe
imprenditoriale, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli
imprenditori, poco aperta ad una visione comunitaria e partecipativa e i
sindacati, dove è prevalsa una visione contrattualistica, se non
conflittuale, e poco aperta a tutelare un orizzonte di lungo periodo per i
lavoratori. È prevalsa, insomma, quell’idea dell’inamovibilità del posto
dove si è scambiata bassa produttività, bassa partecipazione e bassi
salari.

Non esito a definire questo un patto scellerato, che, sommato agli altri
spread competitivi, ha progressivamente ritirato la fiducia degli
investitori. Così questa idea di un lavoro di proprietà si è affermata al
punto che, anche di fronte a crisi aziendali indiscutibilmente
irrisolvibili e senza sbocco, si è sovente insistito con ammortizzatori
assurdi, utili solo per tutelare un reddito che non c’era, oppure si è
insistito con una mobilità lunga, lunghissima, che ha anticipato una
pensione che era ancora troppo lontana; e si è evitato in ogni modo di
utilizzare queste persone, che avevano pur sempre un beneficio pubblico,
in attività di pubblica utilità, perché queste avrebbero in qualche modo
prefigurato la perdita del lavoro.

Ora si cambia l’idea della tutela. Non vengono meno le tutele: questo è
importante ricordarlo a chi fa troppa propaganda in questi giorni. Cambia
il modo in cui la tutela si assicura, anche per i lavoratori a tempo
indeterminato. Il lavoratore a tempo indeterminato continua – ed è
sacrosanto – ad essere tutelato verso il licenziamento discriminatorio o
per cause disciplinari palesemente insussistenti. Ma, per le cause
economiche, sarà previsto un significativo indennizzo; un assegno di
disoccupazione, l’ASPI, che viene esteso a tutti e, soprattutto, dei
servizi importanti, forti ed efficaci di formazione e di ricollocazione.
L’idea insomma è molto semplice: decida l’imprenditore quando ci sono
ragioni economiche e decida meno il giudice, si ridia certezza dei costi
di separazione e tempi certi alla giustizia. Basti pensare che oggi in
Italia abbiamo cause di lavoro che durano mediamente due anni, quando in
Germania durano quattro mesi. In Italia abbiamo il 60 per cento di ricorso
in appello, quando in Germania è il 5 per cento.

Ma c’è molto altro. Si è parlato quasi solo in questi giorni, purtroppo
ingiustamente, delle riforme relative all’articolo 18. C’è molto, molto
altro, di cui quest’Aula ha parlato molto poco e che fa finta di non
considerare: ad esempio il codice semplificato, che sarà una grandissima
rivoluzione. Non so – mi riferisco soprattutto a chi ha così duramente ed
anche un po’ ignobilmente polemizzato in queste ore – se qualcuno fra voi
– molti colleghi l’avranno fatto sicuramente – ha letto la riforma
Fornero, in modo particolare gli articoli relativi al licenziamento. È un
esercizio davvero di alta scuola; chi tra noi è arrivato alla fine ha
dovuto fare qualche riassunto, e forse non ci ha capito. Ma, se non ci
capiamo neanche noi, possono capirci gli imprenditori stranieri che non
conoscono l’italiano?

È evidente che dobbiamo semplificare la disciplina del lavoro che negli
ultimi venti, trenta o quarant’anni si è stratificata. Queste procedure
relative alla legislazione così stratificata sono troppo bizantine; hanno
fatto la fortuna di avvocati, consulenti, burocrati dello Stato,
ispettori, ma hanno frenato la libera iniziativa e insabbiato gli
ingranaggi del mercato del lavoro.

Insieme alla semplificazione del linguaggio e delle procedure, vi saranno
semplificazioni anche nelle forme contrattuali; saranno superati i
contratti di collaborazione falsi; avremo certamente la necessità di
ridurre le forme precarie di lavoro atipico (penso a stage e a tirocini),
che oggi sono inopportunamente utilizzati sfruttando i nostri giovani. Se
il lavoro a tempo indeterminato costerà meno (come sarà contenuto
nell’emendamento e poi sarà precisato in modo indiscutibile nella legge di
stabilità), è verosimile pensare davvero che quelle forme atipiche
subiranno un drastico ridimensionamento e che con questa formula il lavoro
a tempo indeterminato diventerà progressivamente, come tutti ci auguriamo,
il modo tradizionale e preferenziale con cui si assumeranno i lavoratori,
giovani e meno giovani.

Vi è poi l’unificazione dell’ASPI per tutti; vi è la rivoluzione delle
politiche attive del lavoro, finalmente con un’unica agenzia nazionale che
non mortifica la programmazione regionale, ma consentirà davvero una
progettualità che oggi è mancata, con un sistema di accreditamento che
sarà misurato a risultati e permetterà alla pubblica amministrazione di
esercitare un ruolo di governo più che di gestione. Vi sono nuove risorse
per i contratti di solidarietà; vi è il fascicolo elettronico che
consentirà in tutta Italia di conoscere l’offerta dei lavoratori; vi è
l’interoperabilità e lo scambio di informazione; vi è l’attività ispettiva
semplificata, e potrei continuare.

Sorge d’obbligo la domanda: perché queste riforme non sono state fatte
prima? Io rispondo che vi è stata una somma di inerzia collusiva o
conflittuale, che sono due facce dell’identica medaglia svalutata.

In conclusione, dunque, con la delega la sfida è per tutti: è per la
politica, come ho già evidenziato, ma è anche per gli imprenditori che
avranno molti meno alibi; è per i sindacati, che restano un baluardo
insostituibile contro i soprusi e a difesa della tutela del lavoro e della
sua dignità, ma che ora devono accettare nuove sfide a cominciare da una
nuova logica di conciliazione tra le parti, la sfida della partecipazione
e della democrazia economica; quella di organizzare i servizi per
l’impiego. In altre Nazioni i sindacati e le organizzazioni non profit
sono molto attive in questa attività, che loro possono opportunamente
svolgere. La sfida è anche per la pubblica amministrazione, che deve
rimettersi in gioco, deve diventare facilitatore, garante dell’accesso,
accreditatore più che gestore diretto dei servizi per l’impiego e, più in
generale, dei servizi pubblici. La sfida è per i lavoratori, che devono
accettare questa logica dell’empowerment, della capacità e della volontà
di crescere, di progredire, di formarsi e di riqualificarsi. Dunque, sono
previste più formazione, più promozione, ma anche più tutele – come ho già
sottolineato – per chi oggi ne ha troppo poche.

Se verrà approvata, questa delega non sarà in bianco; il Parlamento e il
nostro partito in particolare contribuiranno ancora, e molto, alla stesura
e al vaglio dei testi dei decreti e soprattutto alla loro implementazione.

Per oggi, per ora, ci basta la sfida di una riforma storica con
l’approvazione di linee guida che cambieranno dunque non solo il mercato
del lavoro, ma anche la stessa concezione del lavoro: meno conflittuale,
più cooperativa; meno orientata ai diritti pretesi, più orientata a
garanzie come opportunità. Insomma, è una visione meno difensiva del
lavoro e più aperta alle sfide nuove.

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