Intervento OGM

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Intervento in aula, in sede di discussione generale sul decreto
“Competitività”

DALLA ZUANNA (PD). Signora Presidente, vorrei sottolineare come
nell’articolo 4, comma 8, di questo decreto-legge n. 91 del 2014 si colmi
un deficit normativo riguardante gli OGM.

Questa Assemblea, circa un anno, fa ha approvato all’unanimità un ordine
del giorno in cui il Senato si esprimeva in direzione della proibizione
della coltivazione di OGM in generale, pur permettendo la ricerca sugli
OGM in laboratori chiusi. Mancava e manca tuttora – speriamo di colmare la
lacuna approvando oggi questo decreto-legge – un sistema sanzionatorio per
chi utilizzi sementi OGM nelle coltivazioni.

Voglio ribadire un aspetto di cui abbiamo discusso anche in Commissione
sanità. Non è che noi, con questa norma, stabiliamo che gli OGM siano
dannosi per la salute. Leggendo l’ordine del giorno che il Senato aveva
approvato all’unanimità si apprende che si chiedeva al Governo di
accettare una regola di salvaguardia rispetto agli OGM già applicata da
Paesi come la Francia e la Germania. Ciò perché sugli effetti degli OGM
sulla salute non ci sono ancora dei riscontri scientifici chiari, mentre
la proibizione della coltivazione delle sementi OGM ha delle motivazioni
fondamentalmente di tipo economico: per l’agricoltura italiana si è fatto
la scelta di procedere nella direzione della biodiversità piuttosto che
verso la standardizzazione, che, quasi inevitabilmente, segue l’utilizzo
delle sementi OGM.

Con questa norma noi colmiamo un deficit normativo, perché finora vi erano
delle sanzioni solo per chi commerciava gli OGM per uso umano, e non per
chi li produceva. La Commissione di merito ha accettato una proposta della
Commissione sanità che suggeriva di non prevedere la pena del carcere a
tale proposito, graduando invece le sanzioni amministrative, come
effettivamente è stato deciso.

Penso che quello compiuto sia un passo in avanti verso una scelta di
politica agricola che l’Italia condivide con altri grandi Paesi e che
credo porterà avanti con coerenza anche nei prossimi anni.

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Sulla riforma del senato

Per aumentare le informazioni su ciò che stiamo facendo in Senato, può
essere utile questo articolo del senatore Alessandro Maran.

Perché un senato “federale”, eletto in modo indiretto, è un passo avanti
verso un’Italia più moderna

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Aiutiamoli a casa

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Sempre sui migranti e i rifugiati, può essere utilre leggere questo
bell’articolo di Giovanna Zincone, una dei massimi esperti italiani sul
tema.

I problemi difficili hanno spesso soluzioni difficili da praticare. Generano pure proposte superficiali, talora persino dannose, che hanno però un pregio politico: rafforzano opinioni infondate ma diffuse, e quindi attraggono elettori.

Certamente l’immigrazione irregolare via mare verso l’Italia pone oggi un problema difficile. Aumentano gli sbarchi: il 20 luglio erano già quasi 83.000. Mare Nostrum salva sì molte vite, ma i morti sono troppi. Il sistema di accoglienza, sebbene i centri per rifugiati siano aumentati di sei volte in un anno, è sotto stress.

I costi di tutta l’operazione sono alti e i contributi dell’UE, anche se consistenti, restano carenti. Non meraviglia, quindi, che secondo un sondaggio pubblicato su Il Corriere della Sera del 14 luglio, quasi il 70% degli italiani consideri gli immigrati soprattutto un costo per l’Italia. Non è vero: i contribuenti stranieri hanno versato ben 6,5 miliardi nelle casse dello Stato, secondo un dato del rapporto 2013 sull’economia dell’immigrazione curato dalla Fondazione Moressa. Ma questo dato non fa notizia, i 9 milioni al mese per Mare Nostrum sì.

Una pseudo-soluzione per limitare le immigrazioni clandestine si inserisce in questo spinoso contesto: ritorna con forza l’abusata proposta dello “aiutiamoli a casa loro”. La ricetta non specifica quali immigrati si debbano aiutare nei paesi di origine, e come farlo. Se ci riferiamo a coloro che stanno arrivando per mare in questi giorni, “a casa” di gran parte di loro ci sono guerre, conflitti civili, violenze e torture. È certo necessario mettere in moto processi di pace in Siria, Libia, Eritrea, Somalia, Iraq e Palestina. Ma quali strategie si vogliono adottare per sanare quelle situazioni drammatiche? Con quali prospettive di successo stabile e a breve termine?

L’occidente ha fomentato o sostenuto ribellioni contro regimi autoritari senza valutare le conseguenze che avrebbe provocato il sollevare il pesante coperchio della convivenza forzosa tra tribù, minoranze religiose ed etniche. Adesso può anche non piangere sulla benzina versata, ma nei confronti di quelle persone in fuga dal caos le democrazie hanno comunque un dovere di accoglienza, e l’obbligo di prima accoglienza pesa oggi – come è noto – sulla fascia sud dei paesi dell’Unione, soprattutto sull’Italia, per non parlare dei paesi direttamente confinanti.

Più di reiterare uno sterile e impraticabile “aiutiamoli a casa loro”, si tratta oggi di farci aiutare a sostenere i costi dell’averli a casa nostra, con una più ampia condivisione di oneri con gli altri stati europei. Da tempo i governi italiani chiedono una redistribuzione del peso, non rispetto richiedenti asilo accettati, (l’Italia è penultima in Europa in termini di percentuale sulla popolazione), ma per la prima accoglienza e per il soccorso in mare. Per ora siamo riusciti ad ottenere un po’ più di soldi, ma non un sostanzioso supporto logistico.

L’emergenza è reale, e richiede risposte realistiche. Se la formula dello “aiutiamoli a casa loro” è vacua quando si applica a chi sfugge da conflitti e violenze, nei confronti della emigrazione per motivi economici sembra presentarsi vestita di buone intenzioni. Ma anche qui ci si basa su fragili presupposti. In primis la errata convinzione che, migliorando le condizioni economiche del paese di partenza, ci siano meno persone desiderose di emigrare.

Gli scompensi di opportunità che separano i paesi di immigrazione da quelli di emigrazione restano enormi anche in presenza di forti tasso di sviluppo in quest’ultimi. E anche quando, grazie allo sviluppo, gli squilibri interni ai paesi di emigrazione si stemperano e alcune fasce più povere si arricchiscono, l’emigrazione non si ferma, anzi. A partire, infatti, non sono i più emarginati: i viaggi da clandestini costano cifre enormi, così come l’entrare in un paese con un pretestuoso visto turistico. Per emigrare bisogna mettere insieme denari, occorre la disponibilità di una rete di conoscenze, servono coraggio e spirito di iniziativa.

Non sono gli ultimi nella scala sociale ad andarsene, e se gli ultimi salgono di qualche gradino perché la situazione generale migliora, magari partono pure loro. La ricetta degli aiuti ai paesi di emigrazione o di transito verso l’Italia è stata adottata dai nostri governi, ma come merce di scambio da offrire perché la collaborazione a contrastare l’emigrazione clandestina. L’Italia ha già sperimentato, con esiti variabili, accordi bilaterali con alcuni Stati: ad esempio con l’Albania, l’Egitto, la Tunisia,il Marocco, la Moldavia.

Gli accordi prevedono non solo sostegni logistici, ma anche corsi di formazione, aiuti economici, quote riservate nei decreti annuali con i quali il governo italiano regola la quantità e la composizione dei flussi regolari ammessi in Italia. La Ministra Cancellieri aveva rinnovato l’accordo con la Libia, includendo clausole di rispetto dei diritti umani, in particolare per i centri di trattenimento dei clandestini. Ma c’è ancora uno Stato in Libia, comunque capace di rispettare i diritti umani?

Più in generale, anche gli Stati non falliti non necessariamente possono o vogliono controllare i loro cittadini che emigrano. L’emigrazione, quando non riguarda lavoratori altamente qualificati, è vantaggiosa perché decongestiona i mercati del lavoro e porta rimesse.

E il traffico illegale di immigrati crea un giro di affari notevole, che a cascata produce benessere anche tra i locali. Prima del crollo di Gheddafi – come ricorda Marco Del Panta su Affari Internazionali – il business del traffico era stimato intorno al 10% del PIL della Libia. Si calcola che più del 90 per cento dell’emigrazione irregolare passi dalla porta libica.

Ripristinare almeno in parte una capacità di controllo sui flussi da parte della Libia, e renderla decorosa in termini di rispetto dei diritti umani, non sarà impresa da poco.

Anche le proposte più serie ed eticamente attraenti presentano enormi difficoltà. Quella di andare a prendere i profughi dove sono concentrati, per evitare i rischiosi viaggi in mare, è una misura che trova crescenti consensi. Alcuni paesi europei, come Germania e Svezia, lo fanno già, e il governo italiano aveva pensato di moltiplicare i centri di accoglienza anche a questo scopo. Ma è praticamente impossibile ricollocare in Europa tutti i rifugiati che sono oggi presenti in altri paesi.

Solo dalla Siria l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati ha calcolato circa 2 milioni e mezzo di profughi accampati nei paesi limitrofi. Quanti Stati europei sono disposti ad accogliere grandi numeri di rifugiati? E sarebbe comunque abbastanza per tutti? Un’altra proposta, recentemente appoggiata anche da Boldrini, presenta difficoltà simili: suggerisce infatti che ad accogliere le domande di asilo siano le ambasciate e le rappresentanze degli organismi internazionali presenti negli Stati dove si concentrano gli sfollati.

Andare a recuperare potenziali rifugiati nei paesi dove si trovano, anche se non per grandi numeri, e dando priorità ai più bisognosi di assistenza, è possibile, e rappresenta un bell’atto di solidarietà che andrebbe fatto di concerto. Tutte le strategie che mirano a contenere i flussi, a salvare vite umane, a proteggere i rifugiati vanno tessute con un paziente lavoro di relazioni internazionali soprattutto all’interno dell’Unione, ma anche dall’Unione europea verso l’esterno, verso i paesi colpiti da conflitti, verso i paesi di emigrazione.

Le emergenze non sono l’ambiente ideale per coltivare la virtù della pazienza, ma un minimo senso di responsabilità suggerirebbe di non approfittare della situazione per solleticare sentimenti ostili agli immigrati.

Alcune ben avviate imprese politiche della xenofobia, naturalmente, lo stanno facendo. Purtroppo le criticità dell’immigrazione ci sono, e rappresentano un piatto troppo goloso, una tentazione quasi irresistibile, e non solo per politici in cerca di facili consensi.

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La posta in gioco sulle riforme istituzionali

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Per avere un’idea della posta in gioco sulle riforme istituzionali, può
essere utile la lettura dell’intervento, questa mattina in aula, di Maria
Elena Boschi, ministro per le riforme.

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=hotresaula

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Ministro delle riforme costituzionali
e dei rapporti con il Parlamento, onorevole Boschi.

BOSCHI, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il
Parlamento. Signor Presidente, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, è
stato un privilegio per me partecipare alla discussione generale in questi
giorni. Lo dico a titolo personale, perché è sicuramente un percorso
difficile, ma affascinante quello che stiamo vivendo insieme, e lo dico a
nome del Governo.

Del resto, fin dall’inizio questo Governo ha legato in modo indissolubile
il proprio cammino al percorso delle riforme e delle riforme
costituzionali in particolare. Per questo, il Governo si è fatto promotore
di un disegno di legge costituzionale che – poi – è stato adottato in
Commissione come testo base.

In questi giorni non sono mancate le contestazioni, le polemiche e, in
alcuni casi, anche le provocazioni. Però è il bello del dibattito e della
democrazia. Lo dico non come una frase di circostanza, come una liturgia
al dibattito parlamentare impone; lo dico perché ne sono convinta e ne è
convinto questo Governo, che ha sempre rivendicato l’ascolto delle ragioni
di tutti, il dialogo ed il confronto. Lo ha fatto con i cittadini; lo ha
fatto con le parti sociali, con i Gruppi parlamentari e con i singoli
opinionisti. Lo abbiamo fatto per la riforma della pubblica
amministrazione, del terzo settore; lo stiamo facendo per la delicata
riforma della giustizia e non potevamo non farlo – a questo punto posso
dirlo senza tema di smentita – che l’abbiamo fatto anche per le riforme
costituzionali, che rappresentano la madre di tutte le battaglie
istituzionali, politiche e civili che stiamo affrontando in questi giorni.

Sottoponiamo a quest’Aula un testo che è il frutto del lavoro di questi
mesi; un testo che è stato anche migliorato nel corso di questi mesi
grazie al contributo che è arrivato dai cittadini, dai professori, dalle
parti sociali e – soprattutto – dal lavoro proficuo che abbiamo svolto per
oltre tre mesi in Commissione, per il quale va il ringraziamento mio
personale e del Governo alla presidente Anna Finocchiaro per la mano
esperta ed efficace con cui ha condotto i lavori in Commissione (Applausi
dai Gruppi PD e SCpI). Il mio ringraziamento va ai senatori ed alle
senatrici tutti, di tutti i partiti politici, a cominciare dal correlatore
Calderoli, dal quale mi separano distanze siderali quasi in ogni scelta
politica, ma di cui ho apprezzato la competenza e anche la grande forza di
volontà, perché ha continuato a lavorare con noi nonostante condizioni di
salute non ottimali negli ultimi giorni. (Applausi dai Gruppi PD, LN-Aut e
SCpI e dai banchi del Governo).

E – permettetemi di farlo, per il lavoro che abbiamo svolto insieme fino
ad oggi – un ringraziamento va, oltre ai miei collaboratori del Ministero,
anche a ai funzionari della 1ª Commissione, non soltanto per la loro
indubbia competenza, ma anche per la disponibilità estrema che hanno
dimostrato in questi mesi di lavoro. (Applausi dal Gruppo PD e del
senatore Casini).

Noi oggi sottoponiamo al voto dell’Aula un testo che è il risultato di
questo lavoro e non la rappresentazione macchiettistica che alcuni
interventi ne hanno voluto fare. E noi vorremmo che venisse affrontata la
discussione nel merito di questo disegno di legge costituzionale, non una
discussione sulla simpatia o l’antipatia di chi lo ha proposto, perché
sappiamo che, se discutiamo nel merito di queste proposte, noi non abbiamo
paura delle idee altrui.

Pratolini, che è un cantore della mia terra, diceva che non ha paura delle
idee chi ne ha. Per cui noi non abbiamo paura del confronto, se resta nel
merito, e sappiamo che questo testo uscito dalla Commissione è ampiamente
condiviso e il fatto che, a differenza del 2001 e del 2005, a sostenerlo
sia una maggioranza che va oltre la maggioranza che sostiene il Governo è
un valore aggiunto. Per cui vanno apprezzati la serietà e l’impegno non
scontato con cui non soltanto tutti i partiti che sostengono il Governo,
ma anche Forza Italia ha appoggiato questo percorso di riforme fin
dall’inizio.

Noi sappiamo che presentiamo un testo che, depurato dallo scontro
ideologico, è condiviso nel suo impianto generale, perché, se guardiamo
anche al dibattito di questi giorni, il punto centrale che ci ha impegnato
è stato quello della elettività o non elettività dei 74 consiglieri
regionali e dei 21 sindaci a senatori. Un dibattito importante, che non
voglio svilire, che ha avuto risposte diverse e variegate in Europa e che
divide anche parte della scienza e della dottrina, ma che è un singolo
aspetto in un impianto di riforma profonda e radicale che invece è
ampiamente condiviso per il resto.

Noi abbiamo cercato, con questa riforma, di porre rimedio a delle storture
che comunque la nostra Costituzione ha mostrato nel corso degli anni: un
procedimento legislativo lento e farraginoso, che poi ha portato anche al
ricorso eccessivo, soprattutto da parte degli ultimi Governi, alla
decretazione d’urgenza; un rapporto di fiducia di entrambe le Camere con
il Governo che è un’anomalia anche a livello europeo; la necessità di
rivedere il riparto di competenze tra Stato e Regioni, dopo tredici anni
dalla riforma che abbiamo approvato. Questa riforma costituzionale tiene
insieme due elementi importanti: il superamento del bicameralismo perfetto
e la riforma del Titolo V. Sono due elementi che si tengono insieme e non
è un caso se è stato proposto un solo disegno di legge costituzionale.

Noi riteniamo che si possa superare anche la conflittualità che c’è stata
tra Stato e Regioni e che ha portato ad un notevole contenzioso di fronte
alla Corte costituzionale, rivedendo quelle che sono le materie forse
troppo frettolosamente attribuite alle Regioni (la materia concorrente).
Ma, per farlo, occorre che le Regioni e le autonomie locali partecipino
alla fase decisionale fin dall’inizio. Non possiamo pensare di risolvere
il problema soltanto a valle per via giudiziaria; il problema va
anticipato con una Camera di compensazione politica e questo sarà il nuovo
Senato. Per questo abbiamo pensato ad un Senato che non è eletto
direttamente dai cittadini, ma che rappresenta le Regioni e i Comuni,
perché lì le autonomie territoriali possano avere la loro voce e possano
decidere insieme allo Stato centrale. Quindi un nuovo modo, innovativo, di
intendere il rapporto tra Stato centrale e poteri periferici.

Un nuovo Senato che svolgerà un ruolo importante di raccordo, di cinghia,
di chiusura tra Stato ed enti subnazionali, ma che svolgerà anche un
importante ruolo di raccordo con l’Unione europea, non soltanto nella fase
ascendente, ma anche nella valutazione dell’attuazione delle politiche
europee nel nostro Paese. Ed è un Senato che, libero e sciolto dal
rapporto di fiducia con il Governo, sarà anche in grado di svolgere un
ruolo nuovo e fondamentale di valutazione dell’attuazione delle leggi
statali e di valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche e delle
pubbliche amministrazioni.

Con questa riforma abbiamo anche messo mano ai poteri normativi del
Governo, cercando di disciplinare in modo più puntuale anche la
decretazione d’urgenza, recependo in Costituzione non soltanto vincoli che
oggi già ci sono nella legislazione ordinaria o le sentenze e la
giurisprudenza ormai consolidata della Corte costituzionale. Recepirle in
Costituzione significa dare maggiore valore cogente e maggiore efficacia a
questi limiti. Abbiamo previsto anche una corsia preferenziale per i
disegni di legge del Governo, con la possibilità di porli in votazione a
data certa, ma sempre nell’alveo dell’Assemblea parlamentare, mai al di
fuori di essa.

Sicuramente il lavoro in Commissione ha contribuito a rendere equilibrato
il testo anche da un punto di vista delle garanzie, attraverso il
rafforzamento dei quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica,
del numero di scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica e
introducendo un’innovazione importante anche per quanto riguarda i
referendum abrogativi, perché prevedere un quorum per la validità dei
referendum che non sia ancorato al numero degli elettori, ma ai
partecipanti alle ultime elezioni politiche significa capovolgere
completamente anche il meccanismo di partecipazione politica ai
referendum; rappresenta un impegno ed uno sforzo in più anche per i
partiti politici nelle loro battaglie referendarie o per i movimenti che
vorranno presentare dei referendum.

Un testo che porta anche al completamento della riforma, che è già
iniziata con la legge Delrio, per l’articolazione della Repubblica, per
riorganizzare la presenza dello Stato sul territorio, con l’abolizione
delle Province anche in Costituzione, con poi l’abolizione del CNEL dopo
anni che ne discutiamo.

Noi sappiamo bene, è stato ricordato anche in quest’Aula, che anche i
lavori della Costituente hanno portato a degli scontri politici, a dei
dibattiti accesi, si è arrivati a delle mediazioni che magari non sono
state la soluzione perfetta, ma che hanno rappresentato il miglior
compromesso possibile nell’interesse del Paese e nell’interesse dei
cittadini, intrecciando anche l’esperienza dei componenti più maturi di
quella Costituente con lo sguardo rivolto al futuro dei componenti più
giovani che sono stati chiamati a farne parte.

Credo che anche oggi noi siamo chiamati a trovare un accordo alto
nell’interesse del Paese e dei cittadini, anche perché queste riforme
costituzionali sono la premessa, la base per le altre riforme che stiamo
affrontando: da quella della pubblica amministrazione alla riforma fiscale
che il Parlamento ha attribuito al ministro Padoan, alla riforma della
giustizia.

Abbiamo bisogno di uno Stato più semplice, di uno Stato più coraggioso, di
un’Italia più forte. Questa riforma sta cercando di dare risposte a tutti
questi interrogativi.

Si è molto discusso anche dell’urgenza di questa riforma, un’urgenza
innegabile, un’urgenza che deriva sicuramente dalla necessità anche di
dimostrare in Europa che le riforme strutturali non sono soltanto
iniziate, ma che stanno andando avanti, perché sono l’unica condizione di
flessibilità che possiamo avere in Europa, ma è un’urgenza che nasce
soprattutto dall’esigenza di rispondere agli interrogativi dei nostri
cittadini, di mantenere gli impegni che noi abbiamo assunto; è un’urgenza
che deriva dalla necessità di rispondere ad un desiderio, ad un urlo di
cambiamento che i cittadini ci hanno rivolto anche con le elezioni
europee, in cui per la prima volta dal 1958 ad oggi un partito ha
raggiunto un risultato così ampio, proprio perché nel nostro Paese c’è
voglia di cambiamento. Ci potrà allora essere un tentativo di rallentare
questo cambiamento, ci potrà forse essere dell’ostruzionismo che ci
porterà a lavorare una settimana di più e forse a sacrificare un po’ di
ferie, ma noi manterremo l’impegno di cambiare il Paese, perché lo abbiamo
promesso ai nostri cittadini. Quest’urgenza deriva innanzitutto da noi.

Vi rubo un minuto per una considerazione che non è del Governo ma più
personale, di un deputato che è alla prima legislatura. Noi eravamo
insieme in seduta comune, un anno fa, quando il Presidente della
Repubblica venne rieletto con una maggioranza molto ampia. Quel 22 aprile
il Presidente della Repubblica, in modo molto severo, richiamò tutti i
politici alle loro responsabilità, anche alla loro incapacità di portare a
termine quel processo di riforme costituzionali che tutti noi avevamo
promesso agli italiani e ai cittadini. Allora, oltre ovviamente
all’ammirazione e alla stima nei confronti del Capo dello Stato, che anche
con sacrificio personale e per senso di servizio nei confronti della
Repubblica e delle istituzioni, ha accettato quel nuovo mandato, io mi
chiedevo anche se saremmo riusciti poi ad essere conseguenti a quella
condivisione ampia che avevamo in Parlamento quel giorno sulla necessità e
sull’urgenza delle riforme, se saremmo usciti, tutti insieme, da quelle
sabbie mobili.

Da lì è iniziato un percorso che ha portato poi alla Commissione dei 35
esperti e ringrazio anche il mio predecessore, Gaetano Quagliariello, per
il lavoro paziente che ha saputo fare con la Commissione, che si è
inserita nel solco già tracciato dagli esperti che erano stati nominati
qualche tempo prima dal Presidente della Repubblica.

Il lavoro degli esperti ci ha consegnato dei punti di ampia condivisione.
Tutto, lo sappiamo, è migliorabile, sempre; ma sappiamo anche che
sull’impianto fondamentale che questa riforma presenta – dal superamento
del bicameralismo perfetto ad un rapporto di fiducia con il Governo di una
sola Camera, alla necessità di rivedere le competenze dello Stato,
attribuendogli nuovamente la competenza, ad esempio, in materia di
energia, di grandi opere infrastrutturali, di reti di trasporto – c’è un
consenso ampio anche nel mondo accademico.

Su altre soluzioni la scelta è rimasta aperta, anche nel lavoro dei saggi,
e spetta a noi politici la decisione di cosa sia meglio oggi per il nostro
Paese: questa è la responsabilità alla quale siamo chiamati.

La riforma che abbiamo presentato non è però un’approssimazione casuale:
poggia su delle spalle robuste e solide; poggia su quell’approfondimento e
su quella discussione tra costituzionalisti che negli ultimi 30 anni ci
sono stati nel mondo politico e scientifico e che sono rimasti in un
cassetto.

Ho sentito alcuni – in quest’Aula e fuori di qui – parlare di «svolta
autoritaria» per questa riforma. Questa è un’allucinazione e come tutte le
allucinazioni non può essere smentita con la forza della ragione, perché
resta tale. (Commenti dal Gruppo M5S). Non c’è niente di autoritario nel
superamento del bicameralismo perfetto, così come non c’è niente di
autoritario nella riforma del Titolo V, né nell’abolizione del CNEL.
(Vivaci commenti dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Per cortesia, colleghi, non disturbate l’intervento del Ministro.

BOSCHI, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il
Parlamento. Un grande statista, che è stato anche un grande Presidente di
questa Assemblea – oltre che un riferimento per tante donne e uomini della
mia terra, compreso mio padre – Amintore Fanfani, ha detto una piccola
grande verità e cioè che le bugie in politica non servono. (Applausi
ironici e commenti dal Gruppo M5S. Applausi dal Gruppo PD e del senatore
Casini).

Si può essere d’accordo o meno con questa riforma costituzionale; la si
può votare o no; si può condividere o meno l’attività del Governo, ma
parlare di svolta illiberale nel Paese per la presentazione di questa
riforma è una bugia e le bugie in politica non servono. (Applausi dal
Gruppo PD e del senatore Casini. Vivaci commenti dal Gruppo M5S).

Questo Governo…(Commenti dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Per cortesia, non interrompete l’intervento del Ministro. I
commenti non sono assolutamente pertinenti.

Prego, signora Ministro.

BOSCHI, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il
Parlamento. La ringrazio, Presidente. (Proteste dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Silenzio!

BOSCHI, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il
Parlamento. Questo Governo ha presentato riforme strutturali al Paese e
presenterà il 1° settembre il programma dei mille giorni, l’impegno, il
mandato per i prossimi tre anni di legislatura. (Commenti dal Gruppo M5S).
Alla scadenza elettorale naturale i partiti si organizzeranno per le
votazioni, com’è sempre successo. Noi oggi, però, siamo chiamati a dare
una nuova speranza al Paese.

LEZZI (M5S). Appunto! (Commenti dal Gruppo M5S).

BOSCHI, ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il
Parlamento. Siamo chiamati a rendere le istituzioni vive, attuali, in
sintonia con il Paese, se non vogliamo che diventino un simbolo del
passato, anziché indicatori luminosi del futuro. Questa è la sfida alla
quale siamo chiamati.

Sono 30 anni che prendiamo a schiaffi l’opportunità di cambiare noi per
cambiare il Paese. Sono 30 anni che sprechiamo l’occasione di scommettere
sul futuro. (Commenti dal Gruppo M5S). Sono 30 anni – come direbbe il
poeta – che aspettiamo domani per avere poi nostalgia. Pensiamo che sia
oggi il tempo delle scelte, il tempo di decidere. Nelle vostre mani,
onorevoli senatori, sta non soltanto questa fondamentale riforma della
Costituzione, ma forse l’ultima chance di credibilità per la politica
tutta e sono sicura che nessuno di noi vorrà sprecarla. (Applausi dai
Gruppi PD, PI e FI-PdL XVII. Alcuni senatori del Gruppo PD si levano in
piedi. Commenti del Gruppo M5S).

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L’Europa è un ring

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Ottimo intervento di Lucia Annunziata: L’Europa non è un pranzo di gala,
né un pic nic, ma un ring.

http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/nomine-ue-mogherini-renzi_b_5591742.html?1405529133&utm_hp_ref=italy

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Fatti non foste per viver come bruti

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Cari, estraniandomi dall’alluvione oratoria che ci sta sommergendo in
questi giorni sulle riforme costituzionali, ho confezionato un testo che
spero vi strappi qualche sorriso, in vista dell’interrogazione di domani
in Commissione Sanità, posta al Ministro della senatrice Fucksia (m5s), Taverna, Morra, Ciampolillo, Paglini, De Pietro e Casaletto sui cavalli delle carrozzelle per turisti a Roma (vi consiglio di leggere prima l’originale in

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=751462).

Onorevoli colleghi

È meritorio che questa Commissione – lasciando da parte temi secondari
come il caso Stamina, la malasanità, l’Alzheimer e quant’altro – si occupi
della salute dei cavalli che si affaticano per Roma, trascinando vetuste
carrozzelle, cariche di turisti estasiati. Tuttavia, l’interrogazione che
stiamo discutendo è poco convincente nell’ultima parte: che fare dopo aver
proibito agli equini di trascinare turisti in giro per Roma? Chi tirerà le
carrozzelle? Che fine faranno i cavalli?

L’ipotesi – avanzata dagli interroganti – di sostituire le botticelle con
ben più moderne macchinette elettriche è decisamente poco romantica: non
so se l’avete notato, ma Roma non è New York. Per risolvere il problema
basterebbe emendare il job act, delegando il Governo a emanare entro tre
mesi un decreto che – ispirandosi agli operosi cinesi – disponga che le
botticelle siano trainate da pariglie di disoccupati, opportunamente
addomesticati e addestrati. Con qualche facile accorgimento tecnologico,
gli umani invece che a piedi potrebbero trainare le carrozzelle in
bicicletta: in questo caso, il sindaco Marino sarebbe certamente della
partita anche perché, a quanto si dice, rischia di entrare rapidamente fra
i disoccupati.

Per risolvere il secondo problema, gli interroganti propongono di
impiegare i cavalli disoccupati nell’ippoterapia per i disabili. È
un’ottima idea, ma dubito che in questo modo tutti gli equini possano
trovare un impiego adeguato, anche perché sembra che per questa attività
gli asini siano più adatti dei cavalli. L’onoterapia è ottima (ad esempio)
per i bambini autistici, e si sta diffondendo rapidamente, tanto che gli
onoterapeuti faranno presto richiesta di essere auditi in Commissione,
assieme ai loro somarelli, per avere entrambi la laurea triennale,
magistrale, e l’ordine professionale.

Per dare ai cavalli disoccupati una sistemazione appropriata è necessaria
un po’ di fantasia. Offro a questa Commissione due alternative.

La prima, ispirandosi all’antica tradizione latina, potrebbe essere quella
di nominare i cavalli Senatori della Repubblica. Si troverebbero bene,
perché il Senato è già pieno di equini, anche se se appartenenti alla
specie dell’equus asinus piuttosto che dell’equus caballus. La proposta
cade a fagiolo: basterebbero due righe di emendamento alla riforma
costituzionale ora in discussione (uno in più o uno in meno, non se ne
accorgerà nessuno). Non è però opportuno che questa proposta parta da una
Commissione che si occupa anche della salute degli animali: non è umano –
né tanto meno equino – infliggere alle povere bestie torture come la
maratona oratoria che ci stiamo sciroppando in questi giorni. Molto meglio
trascinare su per Villa Borghese una carrozzella stracarica di russi
ubriachi.

Come alternativa più appropriata, propongo una convenzione fra il Comune
di Roma e quello di Legnaro, ridente paesino a sud di Padova, famoso per
gli sfilacci e le straeche. Se entrate nelle macellerie equine della zona,
sentirete spesso qualche cliente chiedere al macellaio “El me daga diese
straeche”. Lui, pazientemente, prenderà delle strisce di carne da cavallo
di circa 10-15 centimetri di larghezza per 1 metro di lunghezza e vi
sfiletterà , a mano, delle bistecche (le straeche, appunto). Portatele a
casa vostra e ungetele con un filo di olio e insaporitele con aromi a
piacere (salvia, rosmarino, etc.), lasciatele per almeno un ora in frigo e
poi cuocetele sulla griglia o sulla piastra ben calda, bastano un paio di
minuti per lato. La straeca è gustosa, corposa e sopratutto tenerissima, a
volte ha un filo di grasso (ma proprio poco) nelle fibre ed in questo caso
il gusto ci guadagna ulteriormente. Da servire obbligatoriamente con un
vino rosso abbastanza deciso.

Fin d’ora, vi invito tutti a Legnaro alla 16ma Festa del Cavallo
organizzata dalla Pro Loco nel mese di giugno 2015. Faremo la festa ai
cavalli, in attesa che Renzi faccia la festa ai senatori.

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Il punto sull’idrovia

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Oggi c’è una bella notizia: la Regione ha fatto un importante passo avanti
verso la realizzazione dell’idrovia Padova-mare (articolo allegato).
Grazie a tutti quanti credono a quest’opera e stanno lavorando
caparbiamente per la sua realizzazione. E grazie anche alla politica che -
sia pur in ritardo – sta facendo il suo dovere. Non molliamo la presa.

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