Ecco un bell’esempio di Veneto che cresce

Bertos

(da Veneto Post Monitor)
Alla Berto’s premio del 15,8% e accordo sul welfare aziendale

Neanche un’ora di cassa integrazione in 41 anni e un turn over pari a
zero. A fronte di una crescita media annua dell’8% negli ultimi dieci
anni. Un «clima di condivisione» che sperimenta sul territorio moderne
relazioni industriali. E un nuovo patto tra lavoratori e impresa che alza
l’asticella della qualità del lavoro e del welfare aziendale. Mentre gli
echi da Roma su Jobs act e art. 18 giungono smorzati.

Accade alla Berto’s di Tribano (Pd), multinazionale tascabile
specializzata nella produzione di attrezzature professionali per la
cucina, 30.000 pezzi all’anno, per il 75% in più di cento Paesi e 21
milioni di ricavi nel 2013 (+8,5%), confermati anche quest’anno.
L’azienda, assistita da Confindustria Padova, ha siglato con le Rsu e la
Fim-Cisl di Padova e Rovigo il nuovo accordo integrativo triennale
2014-2016 per i 100 lavoratori specializzati, età media 37 anni.

Un punto di svolta nelle relazioni industriali perché, oltre ad un premio
variabile (legato al Mol) fino a 5.910 euro nel triennio che, a regime,
produrrà un aumento del 15,8% del messo in palio rispetto all’ultimo
integrativo, per la prima volta mette nero su bianco una serie di istituti
di welfare che diventano parte integrante dell’accordo aziendale. Si va
dal sostegno al reddito e all’istruzione dei figli con il rimborso delle
spese per libri e iscrizione dal nido all’università, al premio “nuove
idee” e anzianità aziendale, all’anticipo estensivo del Tfr (anche per
ristrutturazione prima casa, matrimonio, acquisto auto), per
un’integrazione al reddito individuale che può arrivare a 3.500 euro
l’anno. Fino al sostegno alla genitorialità (work life balance) con ben 16
diversi modelli orari di lavoro per la massima conciliazione con la vita
familiare e personale, confermando l’approccio collaborativo e di
condivisione con il personale.

Una filosofia «responsabile e vincente» nella storia di Berto’s, che ha
triplicato le vendite negli ultimi dieci anni. Dal 2008 al 2013, in piena
crisi, i ricavi hanno continuato a crescere in media del 3% l’anno, spinti
da qualità, estero e valori condivisi. L’azienda ha assunto 15 nuovi
collaboratori nei settori vendite, progettazione e acquisti, stabilizzando
giovani dopo lo stage e l’apprendistato.

«Siamo un’azienda che ha puntato sul forte coinvolgimento dei lavoratori,
sulla condivisione di obiettivi e di valori – spiega Enrico Berto, vice
presidente e amministratore delegato di Berto’s -. Alle persone chiediamo
di dare un contributo reale di miglioramento, chiediamo qualità ed
ingegno. Vogliamo che si sentano collaboratori più che dipendenti,
partecipi del buon andamento dell’azienda e della sua reputazione. È un
approccio che ha messo in moto l’orgoglio e comportamenti virtuosi che
migliorano il clima e la qualità del lavoro, fanno bene alla produttività
e azzerano il turn over. E danno un aiuto concreto, mi auguro, alla vita
delle persone. Insomma, in Berto’s ci impegniamo a realizzare una vera
alleanza tra imprenditore e lavoratori, distanti dal quel conflitto,
spesso strumentale, che in molte realtà del Veneto è archeologia
industriale».

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Sì al divorzio breve, no al divorzio lampo

abogados-divorcios-mallorca

Ieri sera la Commissione giustizia al Senato, discutendo il ddl sul divorzio breve, ha approvato un un emendamento, a firma di alcuni senatori PD che, modificando il testo approvato alla Camera, abolisce su richiesta il periodo di separazione tra i coniugi nel caso di accordo consensuale, senza figli a carico o senza figli con handicap.

Io – pur concordando sull’esigenza di ridurre i tempi tra separazione e divorzio (pur volendo discutere sull’entità della riduzione, specialmente se vi sono figli minori), e pur condividendo uno degli intenti dei presentatori, ossia di privilegiare per il divorzio la via giudiziaria rispetto a quella amministrativa – ritengo l’emendamento non condivisibile. 

E’ vero che la separazione è un istituto tutto italiano, perché negli altri paesi si passa direttamente dal matrimonio al divorzio. Tuttavia, non bisogna gettare il bambino con l’acqua sporca. Infatti un periodo di riflessione, come previsto dalla separazione, in non pochi casi porta a un ripensamento e alla riconciliazione. Inoltre, l’eventuale “divorzio lampo” favorirebbe i matrimoni di interesse, già oggi molto diffusi e che intasano i nostri tribunali.

Molti senatori del PD la pensano come me, fra cui Emma Fattorini, Stefano Lepri, Amedeo Bianco, Massimo Caleo, Roberto Cociancich, Stefano Collina, Giuseppe Cucca, Mauro Del Barba, Nicoletta Favero, Rosa Maria Di Giorgi, Pamela Orru, Mauro Maria Marino, Claudio Moscardelli, Venerina Padua, Giorgio Pagliari, Francesco Scalia, Giorgio Santini, Vito Vattuone.

Nel PD su questi temi si vota secondo coscienza. Tuttavia, la discussione sarà libera e aperta, e le diverse posizioni avranno occasione di confrontarsi. Poi, come sempre, l’aula avrà l’ultima parola.

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Tuteliamo il nostro mare

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Venerdì 14 novembre, per conto del Presidente Marinello, della Commissione
Ambiente del Senato, sono intervenuto al convegno di Livorno sulla Blue
Economy:

http://www.minambiente.it/comunicati/il-mare-la-sostenibilita-come-motore-di-sviluppo-marine-strategy-e-blue-growth

Nel mio intervento, sotto riportato, sostengo la posizione unanime della
Commissione Ambiente del Senato: estrarre petrolio dai mari italiani è
ecologicamente rischioso ed economicamente poco conveniente. Diverso è il discorso per gli idrocarburi gassosi facendo grande attenzione al
pericolo di subsidenza. La strategia energetica del nostro paese va
rivista in una prospettiva maggiormete rispettosa dell’ambiente e del
futuro dei nostri figli.

Livorno
Venerdì 14 novembre 2014

“La coesistenza tra le attività di ricerca e produzione di idrocarburi e l’ecosistema marino”

Ringrazio gli organizzatori per il cortese invito ricevuto a partecipare a questa tavola rotonda che tratta un argomento di grande attualità per il Paese.

​Lo straordinario valore del Mediterraneo, dal punto di vista naturalistico, storico-archeologico e culturale, le ineguagliabili qualità dei nostri ecosistemi marini, sono alla base, solo se adeguatamente salvaguardati e attentamente valorizzati, delle fondamentali economie mediterranee, che nella considerazione, da un lato, della loro ultrasecolare attività e, dall’altro, dello svilupparsi di nuove forme di economia legate ad un razionale, corretto e moderno uso della “risorsa mare” costituiscono una fondamentale ed avvertita “speranza” per il futuro delle giovani generazioni.

​Non è lontano il ricordo di ciò che accadde nel Golfo del Messico qualche tempo fa e le spaventose conseguenze che generò a causa del guasto alla piattaforma Deepwater Horizon e l’idea che lo stesso episodio possa accadere nei nostri mari, causando danni ambientali sicuramente ancor più devastanti, ci induce alla massima prudenza nell’autorizzare nuove attività di prospezione e perforazione in zone particolarmente delicate come, nel caso specifico, quella del canale di Sicilia, del mar Adriatico e di tutto il Mar Mediterraneo. La forte preoccupazione nasce anche dal fatto che il Mediterraneo è un mare piccolo e semichiuso, con proprie ed originalissime caratteristiche e paradossalmente in questo straordinario patrimonio dell’intera umanità, che ha una dimensione inferiore all’1 per cento dei mari del mondo, già grava il transito del 25 per cento del traffico mondiale di idrocarburi, di cui solamente un terzo destinato ad approdi e quindi a consumi mediterranei: 400 milioni di tonnellate annue di idrocarburi con una presenza giornaliera di 300 petroliere, in condizioni di funzionamento e operatività spesso intollerabili. A seguito di sinistri e incidenti marittimi, operazioni ordinarie per il trasporto di idrocarburi (scarico e carico, allibo, bunkeraggio, eccetera), operazioni illegali (lavaggio cisterne e scarico delle acque di sentina), attività di ricerca e sfruttamento dei giacimenti sottomarini, finiscono in mare centinaia di migliaia di tonnellate di idrocarburi e dato ancor più allarmante è quello che il Mar Mediterraneo attualmente è nel mondo il mare più inquinato da idrocarburi, con una densità media di catrame pelagico di 38 milligrammi per metro quadro, quattro volte superiore a quella del mar dei Sargassi al secondo posto (10 milligrammi per metro quadro) e oltre dieci volte rispetto alla media degli altri mari del mondo ! Non si può di certo trascurare l’alto profilo di grande sensibilità per l’equilibrio ambientale del Mediterraneo, a cominciare da quello della corretta disciplina dei traffici, da quelli degli scarichi dei grandi centri urbani e degli agglomerati industriali, dell’impatto di ogni altra attività antropica. Per questo motivo lo straordinario ed unico concentrato di tesori che vi è contenuto, esige un impegno più forte e più coerente rispetto all’ineludibile necessità di apprestare un sistema di regole, limitazioni e divieti effettivamente in grado di proteggere il nostro mare da un rischio il cui concretizzarsi ne minerebbe la sopravvivenza stessa. Nel caso specifico la consapevolezza dei gravissimi pericoli connessi alle attività di estrazione offshore nel Mediterraneo, e non solo, induce a guardare con grande attenzione all’impatto delle norme contenute del c.d. decreto “Sblocca Italia”, emanato dal governo pochi giorni fa. Il testo in questione infatti apre, con viva preoccupazione, alla ricerca e alla coltivazione degli idrocarburi in mare su tutto il territorio nazionale.
Credo siano necessarie dunque delle considerazioni politiche da farsi sul futuro di questo nostro Paese, che forse può trarre più chances dalla cura delle nostre straordinarie ricchezze naturali, paesaggistiche e culturali tralasciando così un modello industriale obsoleto che fa acqua da tutte le parti: noi abbondiamo di ricchezze naturalistiche irripetibili, dall’inestimabile valore di mercato mentre la nostra industria è avviata verso un declino ormai ineludibile. Lo sviluppo sostenibile, chiave di volta del progresso tecnologico del nuovo secolo, impone un rapido cambiamento e una riconversione dei metodi tecnologici delegando alle scienze chimiche il compito di giocare un ruolo primario nella riconversione di vecchie, obsolete e talvolta pericolose pratiche, come ad esempio quella delle trivellazioni petrolifere, in nuovi processi puliti e nella progettazione di nuovi prodotti e nuovi processi eco-compatibili. La consapevolezza del fatto che l’inquinamento non conosce confini nazionali, particolarmente quello dell’aria e dell’acqua, richiede sempre più l’adozione di politiche di controllo internazionalmente accettate. Ricordiamo che le scorte di combustibili fossili non sono eterne e queste nuove tecnologie potrebbero ridurre i consumi e gli sprechi energetici nell’eseguire i processi industriali, utilizzando fonti energetiche rinnovabili per il funzionamento degli impianti industriali.
Non si tratta di discorsi da “anime belle”, ma di opportunità economiche concrete, che esigono scelte radicali. Come ha scritto sul Sole24 ore Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera: “Il rapporto Greenitaly della fondazione Symbola (Uniuncamere) conferma che oltre 341 mila imprese (il 22%) dal 2008 hanno investito sull’ambiente, dato che sale al 33% nella manifattura. Soprattutto sono collegate alla Green-economy il 61% (234 mila) dei nuovi posti di lavoro prodotti nell’ultimo anno, percentuale che arriva addirittura al 70% nel settore Ricerca e Sviluppo. Investire in ambiente vuol dire anche essere più forti nell’export. Il 44% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta stabilmente, contro il 24% di quelle che non investono. Non solo. Le imprese manifatturiere green dimostrano una propensione a innovare doppia, 30% contro 15% rispetto alle non eco-investitrici, ed è green il 37% delle start-up, nate nel primo semestre del 2014, ossia 33 mila e 500 nuove imprese”. Il governo stima che le facilitazioni legislative sulle perforazioni di idrocarburi possano garantire 25 mila posti aggiuntivi di lavoro, molto meno del totale dei camerieri che lavorano a Rimini. Vale la pena rischiare disastri ecologici per così poco?
Conseguentemente, come già richiesto al governo con ordine del giorno a firma del Presidente Marinello e di tutta la Commissione Ambiente il 2 aprile scorso, approvato all’unanimità dall’Aula del Senato e anche con un altro ordine del giorno approvato nei giorni scorsi dalle Commissioni Ambiente e Lavori Pubblici del Senato nell’ambito del provvedimento “sblocca Italia”, è evidente l’urgenza evidenziata per il nostro Paese, di avviare, anche nelle sedi internazionali e comunitarie, idonee iniziative politiche, normative ed amministrative per definire più severe regolazioni, strumentazioni e capacità di intervento a fronte dei pesantissimi rischi connessi alle diverse attività di ricerca, coltivazione e trasporto via mare di idrocarburi, non sull’onda dell’emozione per i tristi accadimenti passati, ma per l’amara consapevolezza che, nel nostro piccolo e già inquinato mare, un analogo accadimento ne decreterebbe la morte definitiva con la conseguente crisi irreversibile delle principali economie mediterranee.
Queste considerazioni e queste proposte sicuramente non collimano con le finalità di settori portatori di specifici settoriali e non irrilevanti interessi economici. Non si tratta comunque di aprire una “guerra” contro qualcuno ma soltanto di invitare i decisori alla ragionevolezza, per non dimenticare mai che il patrimonio del Mar Mediterraneo, nella sua integrità ambientale, costituisce un interesse primario non solamente delle popolazioni che su quel mare si affacciano e vivono, ma anche delle imprese che vi operano a vario titolo. Le misure di cautela e di prevenzione che auspico, e che dovrebbero essere definite e calibrate sulla base del doppio criterio della ragionevolezza e dell’effettiva efficacia rispetto allo scopo, possono comportare forse oneri e disagi, ma comunque certamente inferiori a quelli che la comunità nazionale ed internazionale non potrebbe fare a meno di sostenere ed imporre in caso di eventi traumatici che dovessero verificarsi a causa della irresponsabile scelta di adagiarsi oggi in una posizione di inerte attendismo ovvero di limitarsi ad adottare misure inadeguate ed insufficienti.

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Come rendere più efficiente la sanità

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“Tagliare” la sanità è difficile, ma non impossibile. E i cittadini ci
possono guadagnare in salute.

Venerdì, assieme a Fabio Verlato, medico dirigente dell’Ospedale ai Colli di
Padova e già assessore ai Servizi Sociali di Padova, sono andato a
visitare lo studio associato presso il quartiere Guizza, a Padova. Ci
hanno accolti la dottoressa Fabiola Talato e il dottor Paolo Tognato.

Da un anno, alla Guizza, otto medici di base (con 12 mila pazienti)
lavorano assieme, in una palazzina affittata (a costo pieno) dal Comune,
ex ufficio anagrafe decentrato, che hanno restaurato (a loro spese). Il
servizio è garantito h12, dalle 8 alle 20, dal lunedì al venerdì, più il
sabato mattina. A poco a poco, nel corso del primo anno di funzionamento,
alla nuova struttura si sono associati diversi servizi, come la
cardiologia, la psichiatria e il primo soccorso. Oggi si tratta di una
vera propria casa della salute, sull’esempio di quelle che esistono in
altri paesi europei, sfruttando al meglio le potenzialità del decreto
Balduzzi del 2012.

In un anno di attività, la casa della salute della Guizza ha evitato 600
codici bianchi e verdi al pronto soccorso; ha permesso a moltissimi
anziani e malati cronici di evitare le liste di attesa e di “migrare”
dall’altra parte della città per viste periodiche; ha permesso –
soprattutto – a 12 mila cittadini di godere di un servizio di medicina di
base molto più continuativo e ricco rispetto a quanto è possibile per i
medici di base “solitari”.

Giustamente, la Regione Veneto e il Ministero della Salute stanno
prevedendo, nei loro piani sanitari, una progressiva diminuzione dei posti
letto negli ospedali. Ma perché ciò non si traduca in peggioramento della
salute pubblica, è necessario potenziare la medicina territoriale, che
vede negli studi di base associati uno strumento particolarmente efficace.

Questa tipologia di medicina territoriale – se adeguatamente valorizzata,
diffusa e potenziata – potrà permettere enormi risparmi, evitando ricoveri
inappropriati, permettendo di seguire a casa i pazienti cronici, portando
la medicina di alta gamma accanto ai pazienti.

Inoltre, poiché i professionisti coinvolti (non solo medici, ma anche
infermieri e tecnici amministrativi) interagiscono di continuo fra di
loro, le buone pratiche si diffondono, e la medicina diventa sempre più a
misura di paziente. Un grande risparmio è stato raggiunto alla Guizza
anche nella prescrizione dei farmaci, perché i dirigenti farmacisti
dell’ASL, avendo come interlocutori otto professionisti fra loro
interconnessi, hanno potuto proporre, sperimentare e controllare pratiche
di massima appropriatezza. Risparmiando decine di migliaia di euro!

Purtroppo la medicina di gruppo in Veneto fatica a diffondersi. Un po’ è
pigrizia collettiva, perché il modello del medico condotto “one man show”
è duro a morire: fra i pazienti, i medici e i loro sindacati. Ma gran
parte della responsabilità è in capo alla Regione, alle ASL e ai Comuni
che – a corto di soldi e di idee – non incentivano né favoriscono in modo
sufficientemente concreto questo modo di fare sanità. Ora, a poco a poco,
la casa della salute della Guizza sta trovando l’appoggio del Distretto,
dell’ASL e della Regione, ma è una battaglia quotidiana.

La nuova amministrazione di Padova ha intenzione di fare la sua parte, ad
esempio manutenendo gli spazi esterni della casa della salute delle
Guizza, concedendo spazi contigui di proprietà comunale, come richiesto
dagli otto medici di base? Metterà a disposizione nuovi spazi in altre
zone della città, spingendo altri medici di base a ripetere l’esperimento?

E i candidati governatori alle elezioni regionali vogliono impegnarsi
seriamente a favore della medicina di gruppo, convogliando risorse
dedicate, nella consapevolezza che si tratta di investimenti che diventano
– molto presto – grandi risparmi, oltre a migliorare la qualità delle
prestazioni?

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I tranelli dietro alle preferenze #italicum

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Sono molto d’accordo con quanto dice Benedetto Della Vedova. Sì a piccoli
collegi uninominali con quota proporzionale per assicurare premio di
maggioranza e diritto di tribuna (il “Mattarellum”), no alle preferenze,
perché rischiano di alzare di molto il costo delle campagne elettorali,
penalizzando i candidati meno ricchi ed esponendoli poi alle pressioni dei
finanziatori (nessuno dà niente per niente…).

L.ELETTORALE: DELLA VEDOVA”MEGLIO MATTARELLUM,SE ITALICUM NO PREFERENZE”

“La strada maestra secondo me dovrebbe essere quella di tornare
saggiamente al Mattarellum e ai collegi uninominali, usando la quota
proporzionale per assicurare premio di maggioranza e diritto di tribuna.
Se pero’ si sceglie l’impianto dell’Italicum, credo che si farebbe un
errore grave reintroducendo le preferenze, che sembrano molto popolari:
sembrano, perche’ come dimostrano le elezioni europee i cittadini,
soprattutto al nord, non le usano, ma che ci farebbero tornare a un
passato poco esaltante. Le preferenze nella storia italiana hanno
significato tre cose: piu’ costi della politica, piu’ corruzione, piu’
spesa pubblica. Il combinato disposto dell’abolizione del finanziamento
pubblico dei partiti e del ritorno alle preferenze e’ molto rischioso per
l’Italia”. Lo ha detto il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della
Vedova, questa mattina ai microfoni di Radio Citta’ Futura. “E’ positivo -
ha aggiunto Della Vedova – che si stia perseguendo l’obiettivo di
bilanciare il principio di rappresentanza e il principio di
governabilita’. Se si fa una legge elettorale che blinda il principio di
governabilita’, assicurando una maggioranza certa alla lista che vince al
primo turno o al ballottaggio, poi diventa difficile sostenere, anche dal
punto di vista costituzionale, una penalizzazione del principio di
rappresentanza. Il Governo e’ impegnato su riforme economiche,
costituzionali e nuova legge elettorale ed e’ bene che si acceleri su
tutti i fronti, proprio – ha concluso Della Vedova – per dare contenuti
riformatori alla legislatura”.

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Un occasione per promuovere il cambiamento

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Cari tutti e care tutte,

come persone, come cittadini attivi – come voi, insomma – abbiamo a cuore
il destino del nostro paese. Crediamo che oggi sia possibile immaginare
una svolta, l’innescarsi di un processo di cambiamento in un paese da
troppo tempo immobile. Nello stesso tempo, siamo ben consapevoli degli
ostacoli che rendono difficile ogni progetto radicalmente riformatore.

Come alcuni di voi già sanno, abbiamo pensato di dare vita a un circolo PD
universitario. Ciò ci consentirebbe di uscire dalle rigidità della
presente attività di quasi tutti i circoli, caratterizzandoci come un
luogo di dibattito libero e autonomo, aperto e inclusivo, critico e nello
stesso tempo autorevole. Ci sembra infatti necessario aprirci a
quell’elettorato che a livello nazionale ha premiato e sta premiando
l’ultimo PD, caratterizzato da una forte spinta riformista e dal desiderio
di incidere davvero sulla realtà: e nello stesso tempo siamo consapevoli
delle difficoltà che questo disegno incontra a livello locale – come è
stato esemplificato dalla clamorosa sconfitta elettorale padovana di un PD
altrove vincente.

Essendo promosso soprattutto da universitari (docenti, ricercatori, ma
anche dottorandi, studenti, ma anche altre persone interessate) avrebbe
l’autorevolezza per proporsi come luogo di elaborazione, capace anche di
incidere sulle politiche locali, e magari nazionali. L’idea infatti non è
di occuparsi solo o primariamente di università, ma di politica, a largo
spettro. Tuttavia, la partecipazione è aperta a tutti, non solo agli
universitari, e ci occuperemo solo marginalmente di università!

Forse, nella presente crisi dei partiti, è anche una risposta possibile
alla domanda di coinvolgimento e partecipazione che, pure, è presente
nella società e nella città, nonostante tutto.

Vi chiediamo quindi se sareste eventualmente interessati a partecipare a
questa iniziativa, e/o se conoscete altri nominativi di persone che
potremmo coinvolgere.

Per parlarne, abbiamo pensato di organizzare un primo incontro informale,
presso la sede provinciale del PD, in via Beato Pellegrino 16, per il
giorno di

Venerdì 14 novembre 2014, alle ore 20,30.

L’incontro è aperto, e quindi, se credete, potete coinvolgere chiunque voi
consideriate potenzialmente interessato al progetto: che si tratti di
iscritti al PD oppure no.

L’obiettivo sarà poi di organizzarci come circolo a partire dal 2015, ma
cominciando fin d’ora ad organizzare le iniziative che decideremo insieme
di proporre.

Nell’attesa di incontrarvi, un cordiale saluto

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Appuntamento sul dissesto idrogeologico

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Carissimi, mi segnalano che il prof. D’Alpaos in diretta su Radio
Cooperativa (trasmette su 92,7 e 93.25 copertura province di PD, TV, VI
e VE) mercoledì 12 novembre tra le 12-13,30 parlerà di dissesto
idrogeologico, regime dei fiumi, idrovia Padova-Mare…

Per telefonare e porre domande *049 8809020*

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