Perché le unioni civili non sono matrimoni

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Cari amici ecco un articolo molto chiaro e bello sul ddl sulle unioni civili fra
omosessuali, in discussione al Senato

Perchè le unioni civili non sono Matrimoni

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Legge elettorale. Finale di partita?

Per gli appassionati di riforma elettorale, ecco un un pezzo che uscirà sul numero di Qdr magazine on line di questo pomeriggio, che io condivido appieno

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Legge elettorale. Finale di partita?

di Stefano Ceccanti (uscirà in Qdr)

Sono passati quasi 70 anni da quando “L’Avanti!” organo del Partito Socialista, il 21 agosto 1945, lanciò l’idea di una correzione alla proporzionale fondata su un premio alla lista più votata. Qualcosa che può stupire coloro che hanno il ricordo della legge Acerbo voluta dal fascismo e che la associano alle denunce post-elettorali di brogli lanciate da Giacomo Matteotti, ma che ignorano come dopo le elezioni del 1919 proprio Matteotti insieme ad altri socialisti avesse lanciato per primo quell’idea su “Critica Sociale” per le elezioni amministrative.

Uno stupore invece motivato si può esprimere per la forza con cui alcuni esponenti della minoranza Pd e di Forza Italia attaccano questo sistema quando non pochi di essi lo avevano sottoscritto ai tempi del referendum Guzzetta del 2007, referendum che per primo lo aveva riproposto contro l’evidente implosione della coalizione dell’Unione, dopo che anche quella di centro-destra nella legislatura precedente era stata minata dalle divisioni interne. La consultazione mancò poi il quorum nel 2009, ma la raccolta di firme fu comunque utile culturalmente per preparare la svolta di Veltroni, che impose per quelle elezioni la vocazione maggioritaria del Pd. Veltroni da segretario del Pd non firmò per il referendum per non creare problemi al Governo Prodi con gli alleati minori e fu per questo duramente accusato di indecisione nell’appoggiare il premio alla lista da parte di alcuni che oggi demonizzano quel sistema, ma ne fu poi un interprete politico più coerente di molti che lo firmarono.

A questo punto, dopo quasi un anno e mezzo dalla sentenza della Corte, è evidentemente esaurito il tempo in cui un Paese normale può accettare che la legge più politica di tutte, quella che regola la rappresentanza, non sia scritta dal Parlamento medesimo. I due elementi censurati dalla Corte sono scomparsi: sia le lunghe liste bloccate che rendevano non conoscibili i candidati agli elettori (lasciando le Camere libere di scegliere tra preferenze, collegi e liste bloccate corte), sia l’assenza di una soglia ragionevole che legittimasse il premio (ora al 40% al primo turno e, col ballottaggio a due, al 50% al secondo turno). In astratto molte delle soluzioni scelte potevano avere anche delle alternative migliori, che singoli parlamentari o studiosi possono ritenere più valide come prime scelte, ma in ogni caso è impossibile non ritenere l’Italicum almeno una significativa seconda scelta. Infatti l’unica alternativa reale, il voto col Consultellum, priverebbe gli elettori della scelta di una maggioranza omogenea portando fatalmente ad una grande coalizione paralizzante e la competizione per le preferenze in enormi circoscrizioni non darebbe nessun potere reale agli elettori di scelta dei singoli eletti.

L’accelerazione del voto sulla legge elettorale è quindi un grande bivio politico che non può essere eluso con forme di obiezione di coscienza previste per le convinzioni etiche personali di fronte a scelte laceranti che dovessero intaccarle: impossibile farvi rientrare l’alternativa tra liste e coalizioni nonché tra capilista bloccati o listini. Quando Alcide De Gasperi nel gennaio 1953 mise la fiducia alla Camera sulla legge maggioritaria tre deputati democristiani dissentirono, ma non invocarono nessuna clausola di coscienza, non condividendo quella scelta politica
presero tre approdi diversi: uno tra i comunisti, uno tra i monarchici e uno tra i missini. Fu una scelta almeno non elusiva, anche se sbagliata: era giusto approvare una legge che, se fosse poi scattata, avrebbe costretto la sinistra a rinnovarsi ben prima.

Auguriamoci lo scenario migliore: che tutti, nonostante le legittime riserve personali, nonostante la distanza dalle proprie prime scelte, scelgano alla fine, cioè tra breve, la causa del cambiamento

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Cari Amici

in questo Articolo l’attività degli ultimi giorni sul mio profilo facebook

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Sta nascendo nuovo lavoro! Avanti così.

Secondo i dati delle comunicazioni obbligatorie, i rapporti di lavoro attivati a gennaio 2015 sono stati 824.176 (+18,1% su gennaio 2014) mentre quelli attivati a febbraio sono stati 558.802 (+5,4% su febbraio 2014). Nel complesso nei primi due mesi 2015 quindi sono stati attivati 1.382.978 contratti a fronte dei 1.228.058 dello stesso periodo 2014 con un aumento di oltre 154.000 unita’ (+12,6%).

I contratti a tempo indeterminato attivati sono stati 165.246 a gennaio (+32,5%), pari al 20% delle attivazioni complessive (erano il 17,9% a gennaio 2014). A febbraio i contratti a tempo indeterminato stipulati secondo le comunicazioni obbligatorie sono stati 138.402 (+38,4%) pari al 24,8% delle attivazioni complessive (erano il 18,9% nel febbraio 2014).

Il dato, ha spiegato il ministero, non risente ancora delle norme sul contratto a tutele crescenti mentre tiene conto degli incentivi previsti in legge di stabilita’ per le assunzioni a tempo indeterminato fatte nel 2015.

Enrico Ok, un fatto è un fatto. Ma da qui a dire che la crescita è dovuta – è avvenuta grazie – agli incentivi il passo è ancora lungo.

Rudy Caro Giampiero, mi fa piacere leggere questo tuo post, l’ha twittato Matteo stamane. Ma visto che il Governo sta elaborando il nuovo “Ministro/a” dei Trasporti, non sarebbe male che chi fosse nominato pensasse alla navigazione interna più degli altri..Oggi in Italia abbiamo tantissimi TIR stranieri che ci distruggono le strade, trasportano milioni di TEU laddove si potrebbero portare in chiatta, tolgono lavoro agli Italiani e di tutto questo si sa poco o nulla. Investire nella navigazione interna a mezzo del TOS e del porto diffuso Padova, Chioggia, Rovigo, Mantova, Cremona e Isola Serafini, significa avere un’area di oltre 600 km di navigazione interna per rifornire il nord Italia. Oggi migliori di camion inquinano e distruggono il nostro territorio, potremmo spostare il 30% di questi mezzi su ferro e acqua, la CE ci impone di farlo entro il 2020/2030. la logistica e la gestione della navigazione creerebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro e tutto ciò gioverebbe alla salute del territorio e dei suoi cittadini. Pensare che Trieste sia l’unico porto del Nord Italia è un’offesa a chi da 50 anni s’impegna per lo sviluppo delle vie di navigazione interne. Spero tu sia dei nostri in questa importantissima decisione, come pure spero che il Governo non sia cieco a interessi di partito piuttosto che a quelli degli Italiani. Buon Lavoro, anche perché so che tu sei uno di quelli che si da tanto da fare!!

Gianpiero Dalla Zuanna Rudy io sono con te. Ma è dura, gli interessi sono enormi. Ma faremo di tutti. Incrociamo le dita sul ministro dei trasporti…

Carla Gli incentivi fiscali sono essenziali poi c è bisogno di una politica industriale che in Italia manca da vent anni

Mario Non si poteva scendere oltre il fondo in cui siamo precipitati, l’Italia peggio ahimè di quasi tutti. La ripresa è anche effetto di un rimbalzo fisiologico. Né gli imprenditori si muovono su ordini dei governi, qualcosa conteranno anche loro nella reazione all’immobilità produttiva. Ma resta una considerazione fondamentale su cui concentrarsi. Al di là di una naturale ripresa che darà un certo respiro nei prossimi anni, siamo certi di poter contare su un sistema economico-industriale in grado di svolgere un ruolo nei prossimi decenni, nelle radicali trasformazioni, (compresa la demografia, nelle competenze del professore Della Zuanna) che questa vecchia Europa dovrà affrontare?

Rudy  Caro Sig. Mario oltre a condividere pienamente quanto dice, sono convinto che sono proprio le competenze e le capacità del Prof. Della Zuanna che questa Italia ha bisogno. Togliere TIR dalle strade e metterli su treni e chiatte forse è una delle cose che a basso costo potrebbe risollevare una parte dell’economia del Nord Italia (visto che qui si trovano il 95% delle reti fluviali). Se guardate le immagini dell’inquinamento del territorio, rimarrete stupefatti di quanto marcia è l’aria che respiriamo. Diventa quindi fondamentale trovare delle forme alternative di trasporto, l’Europa c’è lo sta imponendo e se non ci adegueremo entro il 2020, poi pagheremo salatamente ogni nostra diversa decisione.

 

27 marzo alle 9.01 · Padova ·

UN’ALTRA TRAGEDIA SULLA FAMIGERATA STATALE VALSUGANA. COSA ASPETTIAMO A RENDERE PIU’ MODERNO IL SISTEMA STRADALE DEL VENETO? NON ABBIAMO BISOGNO DI NUOVE STRADE, MA DI RENDERE PIU’ SICURE QUELLE CHE CI SONO! QUESTE SAREBBRO LE VERE GRANDI OPERE.

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/03/25/news/frontale-auto-camion-muore-mamma-ferite-le-sue-due-bambine-1.11115981

Enrico E quando ‘sistemano’ combinano pasticci tipo nuova statale del Santo.

Monica Una vergogna senza fine!!!

Filippo  è 50 anni che faccio la valsugana, in trentino l’hanno sistemata, padova cittadella passa ancora per tutti i comuni possibiili immaginabili, limena a parte, con un flusso di traffico pesante pazzesco

 

Con l’adozione del testo unificato proposto dalla relatrice, la Commissione Giustizia del Senato sta entrando nel vivo nella discussione del ddl sulla regolamentazione delle unioni omosessuali. L’approvazione di una legge sulle unioni fra persone dello stesso sesso sarà un passo enorme per garantire – anche in Italia – il riconoscimento pubblico delle unioni stabili fra omosessuali, come già accaduto in molti altri paesi europei e americani. 

Legiferando su questi temi, il più importante bene da tutelare è senz’altro la continuità dell’unione, che rende stabili diritti e doveri dei due partner, tutelando anche quello più debole economicamente e socialmente. Proprio alla luce di ciò, è difficile comprendere come mai nella seconda parte di questo ddl si prevede anche la regolamentazione delle unioni di fatto, configurando in pratica un “matrimonio di serie B”, sia per le coppie omosessuali che per quelle eterosessuali. Questa seconda parte del ddl è decisamente in contrasto con la prima, perché non considera l’unione stabile come un bene da promuovere e tutelatre. 

Non a caso, la regolamentazione delle coppie di fatto non è nel programma del Partito Democratico, né è contenuta in molte legislazioni dei paesi che da tempo hanno regolamentato le unioni stabili omosessuali, ad esempio la Germania. Mi adopererò quindi affinché questa parte del ddl venga stralciata o profondamente modificata, ad esempio delegando il governo a costruire dei contratti-tipo di diritto privato, che le coppie di fatto possano adottare per regolamentare questioni patrimoniali, e a stabilizzare la possibilità di assistenza reciproca fra partner, ad
esempio in ospedale e in carcere.

Assieme alla Senatrice Laura Puppato, ho incontrato Raffaele Cantone, presidente dell’ANAC, Autorità Nazionale Anti Corruzione, per ragionare assieme sulla nuova legge speciale di Venezia, di cui io e Laura siamo correlatori in Commissione Ambiente in Senato. La questione più importante è la gestione del MOSE quando diverrà operativo. La nostra idea – condivisa con Cantone – è quella di costruire una società pubblica, che raggruppi in sé l’enorme esperienza accumulata in 30 anni di studi sulla salvaguardia della laguna veneta e – assieme – sia in grado di gestire al meglio la manutenzione e l’attivazione delle paratoie mobili. Nei prossimi mesi vedremo come dare corpo legislativo a questo principio generale. Abbiamo anche parlato, più in generale, di corruzione, alla luce delle recenti indagini di Firenze. E’ chiaro che, nel ministero delle infrastrutture, è necessario cambiare passo, facendo prevalere la trasparenza ed eliminando tutti i conflitti di interesse. Si deve però anche modificare il codice degli appalti – troppo farraginoso – e la legge obiettivo, che si è dimostrata insieme criminogena e incapace di produrre le opere necessarie per il paese. Da ultimo, siamo soddisfatti che le leggi sull’aggravamento delle pene e l’allungamento della prescrizione per il reato di corruzione siano arrivate in Parlamento. Ma non illudiamoci che sia sufficiente (anche se è necessario) inasprire le pene. E’ tutto il meccanismo degli appalti e dei controlli che va rivisto.
 Guglielmo  leggi sempre più severe, ma giustizia sempre meno efficace – non so perché, mi tornano in mente le grida manzoniane …
Antonio Caro Gianpiero, l’importante è che poi non si seguano le logiche di governance oggi presenti nelle società pubbliche!! Perchè con coraggio non una public company con partecipazione di maggioranza relativa di capitale pubblico? Così si potrebbe costituire, come nelle migliori public company, un CdA di consiglieri indipendenti dall’azionista che rispondono del loro operato attraverso i risultati che poratno agli azionisti. Credo sia da superare la logica delle società pubbliche gestite da amministratori di norma provenienti da ambiti partitici, etc. Ciao
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23 marzo alle ore 8.34 · Padova ·

 Sì ad altri ammodernamenti stradali, come l’allargamento della nuova Statale del Santo fra Padova e Castelfranco, nata già vecchia, e della Valsugana da Padova a Bassano, evitando paesi oggi segati in due dal traffico, come Dan Giorgio in Bosco e Rosà. E sono solo due esempi. Altro che nuove strade, dobbiamo sistemare quelle vecchie, che sono da terzo mondo…
Guglielmo  La teoria che le piccole opere sono meno a rischio di corruzione delle grandi opere si basa sull’osservazione che le grandi opere finiscono quasi sempre nel mirino della magistratura. Ma siamo sicuri che le piccole opere non riescano a sfuggire solo perché sono tante e piccole? Quante delle rotonde che riempiono il paese erano strettamente necessarie?
Gianpiero Dalla Zuanna Le osservazioni di Guglielmo sono pertinenti. Prima che un problema di corruzione, è un problema di necessità. L’idrovia Padova-Mare è una grande opera (costo stimato 600 milioni) ma è necessaria e opportuna, la pista ciclabile in via Roma a Padova sarebbe un’opera piccola, ma inutile. Quanto alla corruzione, è una lotta dura, a tutti i livelli. Bisogna mettere in atto meccanismi non criminogeni – tipo la legge obiettivo – per rendere oggettivamente rischioso tentare di corrompere. E’ un po’ lo stesso discorso dell’evasione fiscale. Non possiamo contare sull’onestà dei singoli! Non basta aumentare le pene e allongare la prescrizione! In Senato è in gestazione il nuovo codice degli appalti, su cui il PD punta molto per mettere n atto procedure semplici ma nello stesso tempo non criminogene.

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No a un PD “a vocazione minoritaria”. Sì a un partito riformista

Sono d’accordo con Giorgio Tonini, senatore della Segreteria del PD 



” I miei vecchi amici, Rosy Bindi e Franco Monaco, non hanno mai amato la
vocazione maggioritaria del Pd. Per loro è sinonimo di tradimento del
bipolarismo politico. Come se il bipolarismo fosse una sorta di guerra
civile fredda, tra fazioni irriducibilmente incompatibili tra loro, fino
alla delegittimazione reciproca. E non, come è in tutte le democrazie
mature, la competizione al centro, per la conquista degli elettori mediani,
sulla base della migliore proposta di governo. Non a caso, Bindi e Monaco,
oggi ce l’hanno a morte con Matteo Renzi, proprio come, l’altro ieri, ce
l’avevano fonda con Walter Veltroni. Perché Veltroni prima e Renzi poi
hanno pensato e praticato il Pd come grande partito riformista a vocazione
maggioritaria, proteso nella conquista di strati sociali e culturali del
paese che la sinistra tradizionale non aveva mai saputo, o non sapeva più
rappresentare. Non solo imprenditori e partite Iva, anche gli operai: basti
pensare che sulla base degli studi dell’ITANES, il Pd di Bersani, amato e
rimpianto da Bindi e Monaco, nel 2013 si era piazzato terzo tra le tute
blu, dopo Grillo e Berlusconi, mentre nel 2014 con Renzi ha raddoppiato i
consensi e conquistato la prima piazza. Non è in discussione, come è ovvio,
il diritto di critica. Quel che colpisce, in Bindi e Monaco, è il sacro
furore che li anima, la carica moralista, assai prima e più che politica,
con la quale menano i loro fendenti. Ma il moralismo è il giudizio senza
intelligenza, nel senso profondo di comprensione. E infatti, gli anatemi di
Bindi e Monaco si espongono a diversi infortuni intellettuali. Il primo è
considerare un paradosso la eventuale nascita di una forza a sinistra del
Pd, con la scelta socialista del Pd stesso, una scelta peraltro promossa e
perfezionata da Renzi. In realtà, non c’è paese dell’Europa continentale
nel quale i partiti socialisti non solo non abbiano un “nemico a sinistra”,
ma non ne abbiano alcun timore e lo usino anzi come prova “a contrario”
della loro vocazione maggioritaria. Il secondo infortunio intellettuale è
l’utilizzo del premio di maggioranza alla lista, previsto dall’Italicum
2.0, come prova regina che dimostrerebbe la mutazione genetica del Pd in
partito-pigliatutto collocato al centro in chiave anti-bipolare. Peccato
che il premio alla lista (e non alla coalizione) fosse il contenuto del
referendum Guzzetta-Segni promosso nel 2007, sostenuto da Bindi e Monaco
(come da molti di noi), i quali ne fecero anzi un argomento polemico contro
Veltroni, che non firmò quel referendum, perché ne temeva (non a torto) il
possibile impatto negativo sulla tenuta del Governo Prodi. Dunque, ieri
anatema contro la vocazione maggioritaria di Veltroni in nome del premio di
lista. Oggi, anatema contro quella di Renzi, in nome del premio di
coalizione. Calma, ragazzi…

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La lettera inviata al ministero delle infrastrutture 

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Cari amici

Qui sotto trovate la lettera che io ed i sen. Puppato, Santini, Conte e de Pin  abbiamo presentato al Ministro delle infrastrutture, sottolineando come l’idrovia sia un’opera che non può più aspettare.

Idrovia Padova Mare _ lettera Min Lupi marzo 2015

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Cambiamo il Veneto! 



1.300 persone oggi al lancio della campagna elettorale di Alessandra Moretti. Tantissime. Voglia di cambiare verso a una regione impantanata in dieci anni di declino.Dova la politica è assente, nell’iullusione che la società civile trovi in sè la forza per ripartire. E invece di politica c’è grande bisogno: per dare una direzione unitaria a una regione persa in mille rivoli frammentati. Con 4 fiere l’una contro l’altra armate, 40 aziende di trasporto locale scoordinalte (mentre in Lombradia, Toscana ed Emilia sono pochiessime, e con un biglietto unico), scarsissimi investimenti pubblici in ricerca e sviluppo, sanità pubbica praticamente priva di medicina integrata, martoriata dalle liste di attesa, frammentata in 28 ASL invece di quelle provinciali (come in Toscana ed Emilia) o addirittura regionale (come nelle Marche), una miriade di partecipate pubbliche o semipubbliche, per la gioia dei consigli di amministrazione pagati dai veneti. Alessandra ha presentato le sue prime linee programmatiche, tutte concentrate sulla programmazione unitaria, la concretezza, la risposta ai cittadini che sta incontrando nel suo tour in TUTTI i 579 comuni del Veneto (ne ha già toccati quasi 300). 



Io cercherò di darle una mano, e mi auguro che la grande maggioranza dei veneti abbia vogli di cambiare verso, per portare anche nella nostra regione la spinta alla buona politica che inizia finalmente a pervadere tutta l’Italia. 10.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nel Veneto in gennaio e febbraio sono il primo segnale. Con Alessandra Moretti il Veneto deve agganciare la ripresa, per tornare finalmente a contare, per non essere più un “nano” politico.

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Intervento in aula su divorzio breve 



Nel corso del nuovo secolo ci sono stati ogni anno all’incirca 85 mila separazioni e 50 mila divorzi, con scarsi cambiamenti nel corso del tempo. Si può stimare che un matrimonio su trecelebrati in Italia nell’ultimo decennio del Novecento finiranno con una separazione, ma solo uno su cinque con un divorzio.

 

Una caratteristica particolare dell’Italia è l’ampia distanza temporale fra matrimonio e separazione (in media 16 anni fra matrimonio e iscrizione al ruolo). Tale distanza non si riduce nel tempo. Nel 2012, metà delle separazioni e un terzo dei divorzi hanno interessato almeno un figlio affidato.

 

Non tutte le separazioni si concludono con un divorzio: nel corso dell’ultimo ventennio, in un caso su tre i coniugi non passano dalla condizione di separati a quella di divorziati. Quindi, la condizione di separato o di separata – una caratteristica peculiare dell’Italia e di pochi altri paesi – viene scelta come pressoché definitiva da un numero rilevante di coppie, e la dinamica fra separazione e divorzio è assai stabile nel tempo.

 

È sbagliata l’idea di un  numero soverchiante e crescente di coppie “incatenate” dai tempi troppo lunghi intercorrenti fra separazione e divorzio. I numeri ci dicono che solo un numero contenuto di persone sente l’urgenza di restringere i tempi. Inoltre, le coppie separate che sentono l’urgenza di divorziare sono una minoranza. Nel 2012 i divorzi sono stati 50 mila: solo nel 38% dei casi la distanza fra separazione e iscrizione al ruolo (richiesta di divorzio) è stata di tre anni. Nella maggioranza dei casi, la distanza è stata assai maggiore: nel 42% dei casi fra 4 e 7 anni, nel 21% dei casi addirittura superiore a 7 anni. Quindi si può prevedere che la richiesta di divorzio breve possa interessare nei prossimi anni poco meno di 20 mila coppie all’anno, le altre 30 mila continueranno a preferire tempi più lunghi.

 

La maggioranza delle coppie separate tende a muoversi con prudenza rispetto al divorzio: evitando di chiederlo – preferendo quindi mantenere lo status di separato/a – o chiedendolo solo dopo un periodo di separazione assai più prolungato di quello previsto come minimo dalla legge attuale. L’istituto della separazione è molto “italiano”, ma non è affatto sinonimo di arretratezza culturale. Ha trovato accoglienza duratura e consolidata nelle abitudini delle coppie che vogliono porre fine alla convivenza coniugale, ma non vogliono sospendere del tutto un legame che potrebbe riannodarsi o persistere, sia pure debole, per tutta la vita.

 

Anche senza evocare l’utilizzo opportunistico del divorzio – che pure esiste – lo studio empirico del comportamento effettivo degli italiani suggerisceal legislatore di affrontare questi temi con molta circospezioneAccorciare i tempi fra separazione e divorzio è ragionevole, perché permette di accelerare i percorsi per quella minoranza che –dopo un fallimento matrimoniale – vuole stabilizzare rapidamente una nuova storia di coppia e/o vuole esaurire tutti gli effetti legali del precedente matrimonioLa proposta approvata a larghissima maggioranza alla Camera mi sembra condivisibile, riducendo la distanza minima fra separazione e divorzio a sei mesi in caso di procedura consensuale (69% dei divorzi oggi), a un anno in caso di contenziosoSi tratta di una riduzione rilevantissima, un sesto o un terzo rispetto ai tempi attuali. Si tratta di una scelta equilibrata anche in presenza di figli minori, perché – se è in ogni caso ragionevole mantenere un periodo di riflessione dopo la separazione coniugale – se la frattura coniugale è effettiva e profonda, per il bene dei figli è opportuno stabilizzare la nuova situazione in tempi non eccessivamente prolungati.

 

Nel presente contesto storico italiano, il divorzio diretto appare invece una forzaturache trova poche giustificazioni nei comportamenti effettivi delle coppie. Introducendo il divorzio diretto, il legislatore indicherebbe una strada oggi largamente estranea alla cultura italiana della vita di coppianon praticata né richiesta dalla grande maggioranza dei cittadini coinvolti in percorsi di crisi coniugale.

 

Un commento finale su alcune osservazioni del collega e amico Lo Giudice, con cui condivido la passione per questi temi che – alla fin fine – riguardano la felicità delle persone. Per dire che il divorzio “facile” fa bene al matrimonio, Lo Giudice ha affermato che il picco dei matrimoni in Italia si verificò nel 1971, proprio quando venne introdotta la prima legge sul divorzio. Asuo dire, il divorzio breve e il divorzio diretto potranno indurre un revival dei matrimoni. In realtà, matrimoni e divorzi sono fra loro poco connessi. Il picco dei matrimoni negli anni ’60 e ’70 si è verificato in tutti i paesi occidentali, a prescindere dalle leggi vigenti sul divorzio. E nell’ultimo quarantennio, i matrimoni sono diminuiti dovunque, ma ancora per motivi che non hanno nulla a che fare con le leggi sul divorzio. I matrimoni sono diminuiti specialmente perché – in tutto l’Occidente – il matrimonio non è più lo spartiacque nel corso di vita degli uomini e, specialmente, delle donne, come accadeva per tutti gli europei fino agli anni ’70. Tutte le società europee accettano oggi senza problemi la convivenza more uxorio e le nascite extranuziali. I dati statistici, specialmente quelli che riguardano temi così delicati, non vanno utilizzati in modo strumentale, ma vanno prima di tutto rispettati e considerati nella loro complessità. Mi permetto – da statistico, come si dice, prestato alla politica – di ricordare una celebre frase di Disraeli: “i politici usano le statistiche come gli ubriachi usano i lampioni: non per la luce, ma per il sostegno”.


Gianpiero dalla Zuanna 

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