Sul Federalismo Fiscale

federalismoCari tutti, ci voleva proprio una settimana di “stacco” (anche dal blog e
da facebook), dopo il tour de force al Senato. Nei prossimi 10 giorni,
liberi dall’attività parlamentare diretta, cercherò di proporre qualche
riflessione più “complessa”, resa possibile anche da tempi più rilassati.

Inizio suggerendo la lettura di questo articolo appena pubblicato su “La
voce”

http://www.lavoce.info/cosi-decentramento-cambiato-classe-politica/

che mostra come nel 1993 l’introduzione dell’ICI comunale abbia dato una
spinta poderosa al rinnovamento della classe politica locale. E’ un
articolo importante, che dimostra come “il decentramento funziona bene
solo se è finanziariamente responsabile, cioè se è accompagnato da un
forte grado di autonomia sul lato fiscale” e che “c’è poca speranza che il
decentramento possa portare ai risultati attesi laddove, per ragioni
strutturali, le risorse comunque continuano ad arrivare dal centro. Se
paga qualcun altro, ci sono pochi incentivi a controllare come i soldi
sono spesi e un buon politico è uno che porta risorse a casa, non
necessariamente uno che sa spenderle meglio”.

Sono risultati che confortano anche le scelte del Senato in termini di
riforme costituzionali. Da un lato, i rappresentanti dei Comuni e delle
Regioni vengono inseriti nel meccanismo legislativo nazionale,
riconoscendo loro un ruolo di costruttori, e non solo di esecutori
dell’architettura dello stato. In secondo luogo, ai Comuni e alle Regioni
viene esplicitamente ribadito il ruolo di soggetto fiscale, con la
possibilità per le Regioni di acquisire più competenze in cambio di una
maggiore partecipazione al gettito.

Quest’ultimo aspetto è stato inserito e allargato grazie all’azione della
Commissione Affari Costituzionali – che ha corretto un testo del Governo
decisamente centralista – e da un emendamento proposto da tutti i
parlamentari veneti della maggioranza. Tuttavia, il risultato è ancora
insoddisfacente e la Camera dovrà allargare ulteriormente le possibilità,
per le Regioni, di acquisire competenze in cambio di una maggiore
responsabilità fiscale.

Perché la nuova Italia, se non sarà autenticamente federale, rischia
veramente di finire in mille pezzi.

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Cooperazione internazionale

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Fianlmente, dopo quasi trent’anni, è stata approvata la nuova legge sulla
cooperazione internazionale!

http://www.lastampa.it/2014/08/02/scienza/ambiente/focus/pistelli-e-dopo-la-riforma-ora-pi-risorse-per-gli-aiuti-kDjRr5w2qkaM5ZOlAMN9PM/pagina.html

Per un’Italia solidale e sempre più aperta al mondo.

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La Tragedia di Refrontolo

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Il Veneto piange altre quattro vittime di un’alluvione. Saranno le
indagini a chiarire cause recenti e remote. Ma certamente, è difficile
pensare solo a una tragica fatalità. Nell’esprimere vicinanza alle
famiglie e alle comunità direttamente colpite, riporto l’intervento di
questa mattina in aula della senatrice trevigiana Laura Puppato, che
condivido totalmente.

Signor Presidente, ringrazio lei e tutti i colleghi per il ricordo di
questi visi, quelli di Gianni, di Fabrizio, di Luciano, che ci sono amici,
ci sono comuni, sono nostri vicini di casa.

Vorrei cogliere questo momento non solo per esprimere la mia commozione
dinanzi allo strazio delle famiglie e per associarmi al momento di dolore
che ha colpito la realtà del Trevigiano, ma anche per ragionare intorno a
queste questioni, che non possono più rimanere fuori da queste Aule, né si
può concepire di considerarle solo nel momento della tragedia.

La «bomba d’acqua» che ha colpito Refrontolo, nel Trevigiano, ha riacceso
i riflettori sull’incapacità cronica di gran parte del territorio italiano
di assorbire e sapersi adattare ai fenomeni piovosi attuali. La politica
pare risvegliarsi solo a fronte di una nuova tragedia come quella che ora
piangiamo. I numeri confermano quanto detto, se pensiamo che negli ultimi
venti anni sono morte quasi mille persone a causa del dissesto idraulico e
geologico e l’Italia ha speso circa 3,5 miliardi di euro all’anno in
gestione per la sola emergenza.

Come scrive oggi Salvatore Settis su «la Repubblica», riprendendo temi
cari al compianto poeta trevigiano Andrea Zanzotto, «in questo Paese è
convinzione generalizzata che faraonici cantieri funzionanti porteranno
economia e benessere per tutti. Se questi serviranno a costruire nuove
grandi opere, centri commerciali, nuove zone residenziali, vorrà dire che
l’Italia ha barattato il futuro del nostro Paese, per un benessere
illusorio e rapidamente in esaurimento».

A quale Italia, a quale Veneto potranno servire le grandi infrastrutture
quando la strade comunali diventano fiumi, i treni regionali e
interregionali non ci sono o sono troppo malandati per sostituire il
traffico di auto e camion e le loro emissioni climalteranti? Perché si è
perduta la millenaria cultura dell’acqua con la tutela non solo degli
alvei naturali dei corsi di fiumi e torrenti, ma anche dei terreni
adiacenti, subendo alluvioni ripetute che abbattono anche i ponti ogni
volta che piove solo un po’ di più? Come potranno giustificarsi i troppi
fondi spesi da sempre in vanagloriose grandi opere, in TAV di Val di Susa,
MOSE e nuove autostrade, se non saremo sicuri che il terreno su cui
poggiamo i piedi non frani da un momento all’altro?

Il Nord Est, il Veneto in particolare, è incline a episodi di smottamenti,
frane e allagamenti, tant’è che questi primi sette mesi avviano un vero e
proprio annus horribilis per devastazioni, morti e feriti e l’inizio di
agosto sembra aggravarne una ben nota dinamica distruttiva. Lo stesso uso
di espressioni come «bomba d’acqua», «crisi», «massacro dei campi e dei
colli», «nubifragio», «disastri annunciati», «monsoni», uragani», rende
evidente la percezione ormai generalizzata di un perenne stato di guerra
apparentemente solo contro il clima, in realtà un vero e proprio assalto
al territorio che presenta il suo conto salato. Sono infatti evidenti il
cambio di clima associato ad un aumento dei fenomeni naturali, ma è
necessario portare l’attenzione sulle responsabilità umane che si celano
dietro queste grandi tragedie.

Il Veneto è la Regione più cementificata in Italia, la Regione dove questo
disastroso processo viaggia alle maggiori velocità. Si è costruito ovunque
e si continua a costruire, nonostante i territori siano cimiteri di
capannoni abbandonati. Il nuovo piano casa e il PRAC, ovvero il piano
cave, da poco approvati dalla Regione, sono l’esempio lampante di una
totale insensibilità politica da parte del presidente Zaia e della sua
maggioranza a questi fenomeni. A queste si associano la più permissiva
legge regionale sulla deforestazione a vantaggio della piantumazione di
vigneti e conseguente rimodellamento delle colline con sbancamenti e
riporti di terra che rendono franosi ad ogni pioggia i versanti collinari.
Nella mia sola provincia di Treviso ne sono state censite 523 dal progetto
IFFI e l’elenco si allunga ogni giorno.

Il massimo dell’assurdo in questi giorni è vedere come questi episodi
divengano persino passerelle, si spargano lacrime di coccodrillo o tardiva
efficienza, vicinanza a posteriori, ancora l’ennesima spugna che intende
cancellare responsabilità politiche evidenti per una contraddittoria
azione prodotta a fronte di dichiarazioni verbali di tutela mai, mai
attuate.

Chi in questi anni aveva il compito di tutelare il Veneto e prevenire il
dissesto deve assumersi oggi le sue responsabilità, cambiare rotta o avere
la dignità di farsi da parte.

Questa è la riflessione che voglio porre all’attenzione di tutte le
istituzioni, anche quelle nazionali, chiedendo un vero cambio di passo,
non attraverso le parole, ma attraverso le iniziative che fin da domani
verranno intraprese, a partire da una cartografia più dettagliata su cui
poter impostare finalmente un lavoro di programmazione.

Serve ora un piano di recupero del territorio e di rinaturalizzazione dei
fiumi, secondo le migliori tecniche conosciute ed applicate dai vicini
Paesi come Francia e Svizzera, che coinvolga Stato centrale e Regioni: un
piano pluriennale dotato di sicuri finanziamenti, recuperati rinunciando a
quelle grandi opere che, in taluni casi, rischiano di aggravare il
problema, senza portare alcun serio beneficio.

Ce lo chiedono oggi quattro vite che non saranno più tra noi e penso che
ad esse lo dobbiamo, come dobbiamo mettere la parola fine a disastri di
tal genere.

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I bambini speciali e la scuola

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La commissione Istruzione del Senato ha approvato un’importante
risoluzione sul sostegno ai disabili all’interno della scuola, al termine
di una ricognizione svolta dalla Commissione stessa. Speriamo tutti che a
questi sforzi seguano atti concreti.

SENATO DELLA REPUBBLICA
———XVII LEGISLATURA ———

Doc. XXIV
n. 32

RISOLUZIONE
DELLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE
(Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport)

d’iniziativa della senatrice SERRA

approvata il 31 luglio 2014

ai sensi dell’articolo 50, comma 2, del Regolamento, a conclusione dell’esame
dell’affare assegnato relativo alle diverse forme di disabilità presenti nella scuola ed all’esigenza di assicurare la continuità didattica degli insegnanti di sostegno

1. il contesto e gli obiettivi della procedura

La 7a Commissione in più occasioni ha messo in evidenza l’importanza di un’adeguata preparazione degli insegnanti sulle problematiche della disabilità, tenuto conto che nelle scuole spesso si alternano diversi docenti di sostegno i quali purtroppo non riescono a proseguire gli anni successivi con gli stessi alunni, con forte pregiudizio in termini di continuità didattica e metodologica e di fatto mettendo a rischio la realizzazione di un compiuto sistema di integrazione. Gli insegnanti sono tuttavia figure assai vicine alle problematiche dei ragazzi e, nel caso di alunni con disabilità, ciò rende ancor più necessario assicurare la continuità del sostegno, quanto meno per i tre anni della scuola dell’infanzia e i cinque anni della scuola primaria. La mancanza di una riforma strutturale e sistematica della scuola pubblica, insieme all’approvazione di norme e provvedimenti disorganici, al di fuori di un contesto unitario, hanno creato invece un punto di crisi nel patto scuola-famiglie, generando una «doppia fragilità» che ha sempre più riflessi significativi sulle dinamiche ed i disagi degli alunni.
La Commissione è ben consapevole che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha avviato notevoli sforzi per interventi formativi nel campo dell’inclusione, in particolare con l’attivazione di corsi abilitanti, specializzazioni e master distinti per tipologie di disabilità (autismo, disabilità intellettive, ADHD, disabilità sensoriali ed educazione psicomotoria inclusiva), anche tenuto conto che l’Italia è il Paese che spende di più al mondo per l’integrazione degli alunni con disabilità.
Il tema del reclutamento del personale resta tuttavia di rilevanza cruciale e per questo motivo la Commissione pone con forza l’accento sull’importanza di un’adeguata preparazione di tutti gli insegnanti sulle problematiche della disabilità, in ragione del meccanismo di assegnazione delle risorse professionali, fermo restando che, anche secondo il Governo, occorrono un’ampia condivisione e il reperimento di risorse aggiuntive. Ciò, anche al fine di evitare che abbiano a ripetersi in futuro episodi drammatici come quelli di genitori che sono stati costretti a togliere i propri figli con disabilità da scuola a causa dell’assenza di insegnanti in grado di sostenere il loro percorso educativo e garantire l’effettivo godimento del loro diritto all’istruzione.
Lo scopo della procedura in titolo è dunque quello di avviare un approfondimento su uno degli aspetti vitali della scuola, nella consapevolezza dell’autonomia scolastica, che possa essere utilizzato anche in un contesto più ampio, come ad esempio ai fini dell’istruttoria legislativa del disegno di legge n. 1260 (sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 anni) e delle proposte legislative in materia di autismo.

2. il contributo degli esperti
La Commissione ha deciso lo svolgimento di alcune mirate audizioni, onde conoscere l’opinione degli esperti e avanzare possibili soluzioni. Tra questi, sono stati contattati alcuni professori referenti per le disabilità, taluni esperti nella pratica sportiva dei disabili, i rappresentanti della Federazione italiana per il superamento dell’handicap (FISH), della Società italiana di pedagogia speciale (Sipes) e dell’Ente nazionale sordi (ENS), il direttore del Centro per i disturbi pervasivi dello sviluppo dell’ospedale di Cagliari, nonché il dirigente dell’Ufficio VII (disabilità) della Direzione generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. I documenti che sono stati depositati hanno arricchito ancor più l’analisi da varie angolazioni, permettendo di far emergere importanti temi di discussione.
Dal punto di vista strettamente medico, le audizioni hanno evidenziato un ripensamento degli studi sui modelli di apprendimento, anche grazie allo sviluppo delle neuroscienze dell’educazione. Negli ultimi dieci anni è emerso altresì un aumento dei disturbi dello spettro autistico, frutto anche di diagnosi più mirate, che tuttavia non sempre risultano appropriate. A tale aumento è conseguentemente corrisposta una crescita degli studenti con disabilità e della richiesta di personale docente per il sostegno, stando ai dati forniti dal Ministero. Parallelamente, dopo l’entrata in vigore della legge n. 170 del 2010, risultano cresciute le certificazioni relative ai casi di disturbi specifici di apprendimento (DSA), per supportare i quali però non occorre il docente di sostegno, essendo assegnata agli insegnanti curricolari la loro “presa in carico” mediante l’attivazione di un percorso individualizzato di studi, con l’adozione di strumenti compensativi e di misure dispensative.
Gli esperti hanno anche sottolineato l’importanza di favorire una corretta comunicazione con gli alunni con disabilità, ad esempio sottoponendoli a numerosi passaggi, o transizioni educative, che possono essere sia di tipo verticale (che avvengono cioè nel tempo) sia di tipo orizzontale (ossia tra ambienti diversi). Per far sì che tali transizioni siano “morbide” e promuovano l’inclusione, occorre tuttavia che tutti gli ambienti dialoghino tra loro, condividendo le informazioni sull’alunno: anche in questo caso, diventa perciò fondamentale la continuità educativa e didattica, soprattutto per i ragazzi con oggettive difficoltà.
Su un piano più propriamente organizzativo, gli esperti hanno rilevato alcuni ostacoli che si frappongono al raggiungimento della continuità, quali l’eccessiva lunghezza dei tempi di nomina e assegnazione degli insegnanti, la scarsa programmazione delle transizioni orizzontali e verticali, la formazione non sempre adeguata dei docenti, il debole dialogo tra scuola, famiglie e servizi sanitari. Con particolare riguardo alle procedure di assegnazione delle risorse professionali (insegnanti di sostegno, assistenti educativi o assistenti alla comunicazione), si registrano poi modalità differenti nelle varie Regioni d’Italia e procedure spesso molto lente. Al fine di consentire una maggiore tempestività, elevando al contempo la tutela rispetto ai dati sensibili, il Dicastero sta tuttavia elaborando un software per la rilevazione dei dati degli alunni con disabilità e con DSA, che dovrebbe rendere il servizio più efficiente, assicurando in tempo reale la registrazione del fabbisogno e, quindi, l’assegnazione delle risorse che attualmente rispondono, come si è detto, a procedure disomogenee e inadeguate. Il Governo ha assicurato che il software è in stato avanzato di realizzazione, essendone già stato approntato un prototipo, che dovrà tuttavia essere reingegnerizzato onde garantire procedure di massima sicurezza, in quanto tratta dati sensibili e super sensibili. Per tali aspetti, il Governo ha riferito di contatti in corso con il Garante per la privacy ed ha preannunciato una bozza di regolamento per il trattamento dei dati a fini istituzionali, già condiviso con le associazioni. La procedura dovrà comunque prevedere una partizione del sistema, in modo da non lasciare traccia dei dati sensibili nell’Anagrafe degli alunni, ma consentire la loro utilizzazione – in forma assolutamente riservata e protetta – ai soli fini dell’assegnazione delle risorse professionali, prevedendo poi la loro distruzione una volta che l’alunno sia uscito dal relativo segmento di istruzione. Il software dovrebbe altresì consentire di registrare le risorse di personale non scolastico assegnate agli allievi con disabilità (assistenti educativi e alla comunicazione) fornendo un quadro preciso sulle tipologie di disabilità presenti nella scuola italiana, così da offrire elementi di riferimento per elaborazioni scientifiche che possano dar senso all’aumento delle certificazioni verificatosi negli ultimi dieci anni, pari ad oltre il 52 per cento secondo dati forniti dal Ministero.
Un altro elemento emerso nel corso delle audizioni, che a sua volta si frappone alla continuità didattica, è che la normativa vigente non prevede la possibilità di vincolare un docente – soprattutto se supplente – sulla medesima cattedra l’anno successivo, perché l’assunzione dei docenti avviene tramite lo scorrimento delle graduatorie (sia per l’immissione in ruolo che per le supplenze). Ad oggi l’unica possibilità per un supplente con incarico annuale di rimanere al suo posto è che quest’ultimo rimanga vuoto nelle operazioni relative ai docenti a tempo indeterminato e non venga scelto da colleghi in posizione migliore in graduatoria. Peraltro, il supplente in questione potrebbe aver intanto maturato il punteggio sufficiente alla sua immissione in ruolo e in tal caso la scuola di titolarità potrebbe non essere la stessa presso la quale ha prestato servizio come supplente. Del resto, anche in caso di docente di ruolo, una norma che configurasse l’obbligo di permanenza su un posto in organico per un periodo prefissato, oltre a essere incompatibile con le esigenze dell’Amministrazione legate all’attribuzione delle cattedre, sarebbe apertamente in contrasto col diritto alla mobilità professionale.
Se si evitasse la discrepanza numerica di posti assegnati, tra organico di diritto e organico di fatto, si potrebbe invece avere continuità anche con gli stessi supplenti, evitando trasferimenti o assegnazioni provvisorie. La Commissione saluta dunque con favore il progressivo innalzamento dei posti dell’organico di diritto annunciato dal Governo, che consentirà di coprire circa il 90 per cento dei posti in organico di fatto. Né va dimenticato che il Ministero, nel triennio 2013-2015, ha previsto 26.684 assunzioni di docenti di sostegno: 4.447 insegnanti sono stati già assunti nel 2013, mentre 13.342 unità saranno immesse in ruolo il 1° settembre 2014 e 8.895 il 1° settembre 2015. A questi, l’Amministrazione ha reso noto che si aggiungono 3.009 posti attualmente vacanti che verranno coperti con assunzioni appena sarà approvato il Piano triennale di assunzioni ora in fase di redazione.
E’ bene sottolineare che tanto le necessità quanto gli ostacoli summenzionati interessano tutti gli alunni, ma hanno un impatto decisivo su quelli che hanno oggettive difficoltà, i quali dovrebbero poter apprendere in contesti normali, in cui si punta all’integrazione. La “rete” da costruire attorno al ragazzo con disabilità prevede dunque una molteplicità di figure che ruotano attorno all’insegnante di sostegno in modo che quest’ultimo non venga lasciato solo. Troppo spesso infatti la solitudine e il malessere degli insegnanti di sostegno si traducono in una “fuga” verso l’insegnamento curriculare, con evidente danno per l’esperienza scolastica degli studenti con disabilità.
Dal punto di vista educativo serve quindi un lavoro di squadra, basato sulla fiducia nell’inclusione da parte di tutti gli operatori, da un lato, e sulla massima competenza professionale, dall’altro. In base alle diverse forme di disabilità, devono quindi essere individuate figure professionali specifiche, tenuto conto che – come si è detto – per alcuni disturbi non è necessario l’insegnante di sostegno ma è sufficiente un assistente educativo o un assistente alla comunicazione. D’altra parte, il Ministero ha riferito di valutare positivamente l’estensione ad altre realtà dell’iniziativa “sportello autismo” di Vicenza, volta creare un modello cooperativo di lavoro tra gli insegnanti, con scambio di buone pratiche e consulenze peer to peer. Gli “sportelli”, che saranno gradualmente aperti anche alle famiglie, rappresentano infatti un ottimo progetto a carattere sperimentale che partirà con l’avvio del nuovo anno scolastico e sarà progressivamente portato in tutti i Centri territoriali di supporto (CTS).
Gli esperti hanno poi evidenziato l’utilità di incentivare la pratica sportiva degli studenti con disabilità, quale ulteriore strumento di integrazione e di scoperta di potenzialità altrimenti non immediatamente percepibili. In proposito, il Governo ha reso noto che in Lombardia è stata completata la sperimentazione di un progetto dell’Amministrazione, che ai primi di ottobre sarà presentato ufficialmente con l’intento di diffonderlo in ogni Regione. Per assicurare il pieno funzionamento di tale sistema, occorre peraltro il pieno e convinto coinvolgimento del dirigente scolastico, che dovrebbe monitorare l’intero percorso educativo e apportare i necessari correttivi.
Per quanto attiene alla formazione dei docenti di sostegno, è stata rilevata una discrasia tra l’impegno didattico richiesto per l’insegnamento nel primo ciclo – pari a 30 crediti formativi universitari (CFU) – e quello richiesto per l’insegnamento nella scuola secondaria, pari a soli 6 CFU. Detto squilibrio impatta ancor più negativamente se si considera che nella scuola secondaria di primo e di secondo grado manca la programmazione settimanale quale strumento di condivisione della progettazione didattica, necessaria proprio per favorire quel dialogo tra educatori che consente la trasmissione delle informazioni sull’alunno. La Commissione registra perciò con estremo favore che il Governo abbia convenuto sull’esigenza di uniformare l’impegno didattico nei percorsi di studio relativi ai due cicli, ancorché sia necessaria una modifica legislativa.

3. gli impegni al governo
Fatte queste premesse, e preso atto positivamente della proficua collaborazione con il Ministero, la Commissione ha ritenuto dunque opportuno impegnare il Governo affinché:
1. sia garantita una maggiore tempestività nell’assegnazione delle risorse professionali di supporto agli alunni con disabilità, che tenga conto del fabbisogno di organico e delle effettive esigenze dell’alunno;
2. sia data sollecita attuazione all’aumento delle assegnazioni dei posti di organico di diritto;
3. siano tempestivamente realizzate le previsioni sull’organico funzionale di rete, di cui all’articolo 50 del decreto-legge n. 5 del 2012, che consentirebbe una migliore gestione delle risorse umane anche nell’ottica della continuità;
4. siano adottate tutte le misure utili per favorire la qualità dell’esperienza di apprendimento e dell’inclusione, incentivando lo scambio di informazioni sull’alunno nel passaggio da un ciclo ad un altro;
5. sia assicurata un’approfondita formazione del personale in relazione alle diverse tipologie di disabilità.

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Il pensionamento per i professori

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Non va bene abbassare l’età al pensionamento per professori e ricercatori
universitari,recentemente approvato dalla Camera dei deputati. I motivi
sono spiegati in questo articolo che pubblico oggi su Europa assieme a
Pietro Ichino.

Le nuove disposizioni inserite dalla Camera dei Deputati nel decreto sulla
Pubblica Amministrazione che riducono l’età del pensionamento nel settore
dell’impiego pubblico rispetto al settore privato nascono da un’idea
sbagliata: quella secondo cui il modo migliore per “far spazio ai giovani”
consista nel mandare in pensione prima i sessantenni (quando non
addirittura i cinquantenni): tutti gli studi mostrano come i Paesi nei
quali è più alto il tasso di occupazione dei sessantenni siano quelli nei
quali è anche più alto quello dei ventenni. La realtà è che, per un verso,
nella maggior parte dei casi non c’è piena fungibilità tra il lavoratore
anziano e il giovane; per altro verso, le risorse destinate ai
pensionamenti anticipati vengono sottratte proprio alla possibilità di
attivazione di nuovi servizi nei quali verrebbero occupati soprattutto i
più giovani. Queste disposizioni, oltretutto, vanno in controtendenza
rispetto all’aumento generale dell’età pensionabile, conseguenza
inevitabile dell’allungamento della vita media (la quale – giova
ricordarlo – dal 1974 a oggi è passata da 76 a 85 anni per le donne, da 70
a 80 anni per gli uomini).

L’inopportunità di queste disposizioni ci sembra ancor più marcata nella
parte in cui esse consentono alle Università di collocare d’ufficio a
riposo i ricercatori universitari con più di 62 anni, e i professori con
più di 68 anni, così abbassando le soglie che oggi sono di 65 e 70.

Innanzitutto, non si comprende la ratio della differenziazione tra
professori e ricercatori, dal momento che questi ultimi sono quasi sempre
anche docenti a tutti gli effetti, pur se talvolta con carico didattico un
po’ inferiore.

Osserviamo poi che, in Italia come in tutto il mondo, la vita media delle
persone più istruite è più elevata di 3-4 anni rispetto a quella delle
persone meno istruite; e che la carriera di ricercatori e professori
universitari incomincia solitamente in un’età più avanzata rispetto alle
altre carriere nel mondo produttivo. Non si comprende dunque il senso del
mandare in pensione gli operai maschi di imprese private a 67 anni (con
un’aspettativa di vita residua di 10) e i ricercatori universitari a 62
anni (con 20 anni di vita davanti a sé). In questo modo, saranno gli
operai a pagare le pensioni ai professori…

In terzo luogo, i risparmi consentiti da questa norma sono di entità
trascurabile, perché i docenti collocati a riposo – anche se escono dal
bilancio delle università – passano a carico dell’INPS, restando in ultima
analisi a carico dello Stato; e per gran parte di loro le pensioni saranno
vicine agli attuali stipendi, perché calcolate per lo più con il metodo
retributivo. L’assunzione di giovani ricercatori o giovani docenti non è
dunque facilitata sul piano finanziario dal pensionamento anticipato di
chi li ha preceduti in queste funzioni. Semplicemente, così facendo si
aumenta la spesa pubblica, scaricando i costi sul sistema pensionistico,
come si è fatto dagli anni ’60 fino alla riforma Fornero, contribuendo in
modo sostanziale ad accumulare gli oltre 2.000 miliardi di debito pubblico
che ci affliggono. Noi riteniamo giusto assumere nuovi ricercatori e nuovi
professori, perché investendo sulla ricerca di qualità si investe sul
futuro, ma bisogna farlo razionalizzando la spesa, non attraverso “partite
di giro”.

Quanto, infine, all’esigenza di ringiovanire le strutture di governance
degli atenei, la legge 240 sull’università già impedisce di eleggere come
Direttore di Dipartimento o come Rettore un docente che andrebbe in
pensione durante il mandato. Per diminuire l’influenza dei docenti più
anziani, sarebbe sufficiente estendere questa norma alle commissioni di
concorso (sia nazionali sia locali), escludendo dall’elettorato passivo i
docenti ordinari con più di 65 anni.

Per tornare al discorso generale su queste disposizioni, osserviamo che
esse eludono il vero problema: quello di adattare la qualità del sistema
pensionistico all’invecchiamento progressivo della popolazione. Da più
parti sono stati proposti – e non solo per il settore universitario e
neppure solo per il settore delle amministrazioni pubbliche – meccanismi
di uscita “dolce” dal lavoro, in particolare forme di combinazione di
lavoro a tempo parziale e pensione. Ma la sede per l’introduzione di una
innovazione di questa natura, se si vuole fare le cose per bene, non è il
decreto-legge, bensì semmai i disegni di legge-delega sulle
amministrazioni pubbliche e sul lavoro privato, contenenti la nuova
disciplina organica della materia.

Gianpiero Dalla Zuanna e Pietro Ichino

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Riassunto audizione Ministro degli esteri

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Audizione sulla crisi liblica del ministro Mogherini (in diretta). La situazione è critica. Il tentativo dell’Italia, assieme agli altri stati del’Unione Europea, e quello di parlamentarizzare la crisi, affinché si giunga – sia pur faticosamente – a un governo di unità nazionale. Il nostro ambasciatore resta a Tripoli, e sta con discrezione lavorando a questo obiettivo. L’alternativa, purtroppo, è una vera e propria guerra civile, e l’implosione di quanto resta dello stato libico.

Gli italiani rimasti in Libia sono pochi, e personalmente sotto tutela della nostra ambasciata.

Situazione di Gaza. E’ inaccettabile che siano stati colpiti non combattenti, specialmente bambini, oltre che gli edifici delle Nazioni Unite. E’ intanto necessario bloccare il conflitto nelle prossime ore. Ci vuole innanzitutto una tregua tregua umanitaria, cui far seguire un cessate il fuoco più duraturo. Ma tutto ciò non è sostenibile se nel frattempo non si lavora su altri versanti: 1. Migliorare le condizioni di vita dei palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania, che sono un solo popolo. Quindi nell’immediato aiuti umanitari, sia in modo diretto sia attraverso l’aiuto alle ONG; 2. Conferenza dei donatori, che la Norvegia sta organizzando per l’inizio di settembre, con l’italia impegnata, apertura dei valichi di Gaza, pesca, agricoltura e pagamento dei dipendenti pubblici; 3. Garantire la sicurezza di Israele, smilitarizzando Gaza, anche grazie a forze internazionali di interposizione; 4. Rafforzare il governo dell’Unità Nazionale Palestinese, contrastato ora da Hamas; 5. Sistemare il quadro regionale, che non può non passare per il riconoscimento di Israele da parte dei paesi arabi e garanzia di sicurezza dei palestinesi. Ora le condizioni possono essere più favorevoli del passato, perché molti paesi arabi si sentono minacciati dalle forze estremiste (califfato). 6. La soluzione della questione palestinese, con riconoscimento dello stato palestinese da parte di Israele, e viceversa.

Per finire l’Ucraina. Il parlamento ucraino ha respinto le dimissioni del primo ministro; è stato permesso l’accesso alle zone dove è stato abbattuto l’aereo malese; è stato individuato in Minsk (Bielorussia) un luogo dove le parti possono incontrarsi. Nello stesso tempo, l’OSCE dovrebbe avviare una missione per il controllo della frontiera sul lato russo. Sono poi state estese le sanzioni contro la Russia. Il senso della pressione sulla Russia è far si che Mosca eserciti appieno la sua influenza sui separatisti, in particolare per le indagini sull’abbattimento dell’aereo malese. E’ tardi, ma va fatto. L’unica soluzione del conflitto è una soluzione politica, e a questo serve la pressione sulla Russia, nella cornice degli accordi di Berlino del 2 luglio fra Russia e Ucraina, largamente inapplicati. Se la Russia continuerà a sostenere i separatisti, magari con una escalation, le sanzioni verranno inasprite

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Il significato della riforma del senato

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Il collega MARAN ha spiegato oggi magistralmente il significato della
riforma del Senato. E’ un po’ lungo, ma spiega molto bene il significato
delle lunghe ore che stiamo passando in aula per bloccare chi è contrario
a qualsiasi cambiamento.

Voglio rapidamente svolgere alcune considerazioni, posto che la questione
dell’elettività viene sollevata come la questione centrale. Quel che più
colpisce, nella discussione in corso sulla riforma, è proprio la nostalgia
del passato: l’avversione e l’intolleranza per ogni innovazione ed ogni
influsso straniero. Ne deriva un vagheggiamento acritico di quel che è
stato: il mito del passato come epoca felice, il disprezzo del presente.
In altre parole, la democrazia o è quella di tipo consensuale e
consociativo, che è stata nell’Italia del Dopoguerra, o non è. Messe così
le cose, una seconda Camera eletta dai Consigli regionali e non dai
cittadini sarebbe un’Istituzione sostanzialmente non democratica.

Eppure, in Europa quella dell’elettività diretta della seconda Camera non
è una regola; anzi, tutto l’opposto. Non avviene in Germania, in Austria;
non succede in Francia; per non parlare del Regno Unito. Solo 13 dei 28
Paesi dell’Unione europea hanno una seconda Camera e, tra questi, solo in
cinque Paesi i suoi membri sono eletti direttamente. Solo in tre di questi
cinque Paesi la seconda Camera ha dei poteri legislativi rilevanti e solo
in Italia il Senato ha gli stessi poteri della Camera; un relitto di
quando ciascuno degli schieramenti temeva il 18 aprile dell’avversario.
Poi, la combinazione di premio di maggioranza e Senato non elettivo
sarebbe un attentato alla democrazia.

Naturalmente la legge elettorale bisognerà farla bene e l’apertura del
Presidente del Consiglio depone per una stagione di cambiamento. Se fosse
così, il Regno Unito e la Francia non sarebbero sistemi democratici? La
Camera dei Lord non è certo una istituzione eletta dal popolo e anche il
Senato francese non è eletto dai cittadini. Eppure, nel 2005 il labour
party vinse con il 35 per cento dei voti e ottenne il 55 per cento dei
seggi e, con il 29 per cento dei voti ottenuti al primo turno, Hollande ha
conquistato il 53 per cento di seggi nella Assemblea nazionale. Inoltre,
chissà perché, innalzare le Regioni e i Governi locali al piano delle
istituzioni parlamentari sarebbe incongruo e inopportuno dimenticando che,
ad esempio, i sindaci e i Presidenti di Regione sono autorità democratiche
elette direttamente, che i consiglieri regionali vengono eletti con le
preferenze e che entrambi non hanno nulla da invidiare in termini di
pedigree democratico ai senatori e deputati, anche perché le scene viste
non molti anni fa – ricordo la mortadella in questa Aula – non è che
depongano per una particolare primazia dei parlamentari. Si dimentica
inoltre che dall’azione delle Regioni e dei Comuni dipende larga parte
dell’erogazione dei servizi sociali, dell’attuazione delle leggi e delle
politiche statali, della spesa pubblica e che porre all’interno delle
istituzioni costituzionali il luogo del coordinamento tra la legislazione
dello Stato e la sua attuazione nei territori è una necessità
imprescindibile per il buon funzionamento del sistema costituzionale,
visto che la nostra Repubblica non è più quella di prima, è già cambiata e
oggi risulta incompiuta, a metà. Infatti, comunque la si consideri, la
riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra e confermata dal voto
popolare nel referendum del settembre del 2001 ha apportato alla parte II
della Costituzione (che regola i rapporti tra Stato, Regioni ed enti
locali) modifiche profondissime. La mancanza del luogo parlamentare di
mediazione è forse il principale punto critico della riforma ed è questo
che consiglia di costruire una Camera delle autonomie e di non scegliere
la strada più semplice in apparenza del monocameralismo. Nonostante
questo, c’è chi continua a sostenere che una riforma copiata da modelli
nati in altre culture e in differenti circostanze storiche male si
attaglia alla nostra situazione perché, come sempre, l’Italia è diversa e
non si può fare.

Tutti i Paesi – e non solo quelli europei – hanno dovuto adattarsi ai
grandi cambiamenti che sono intervenuti nel dopoguerra,
nell’organizzazione, nella funzione e nella stessa filosofia dello Stato
moderno. Dovunque le sollecitazioni sono state più o meno le stesse e i
problemi che i sistemi di relazione centro-periferia hanno dovuto
affrontare sono stati più o meno gli stessi, come simili sono state le
risposte che hanno elaborato. Tutti hanno cercato di far tesoro delle
esperienze degli altri. I sistemi federali di lingua tedesca si sono
evoluti «copiando» a turno l’uno dall’altro; le esperienze regionali in
Italia sono state studiate per la Costituzione spagnola. Ora la Spagna sta
discutendo l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco e naturalmente
le esperienze costituzionali spagnole, come quelle federali tedesche, sono
uno dei punti di riferimento indispensabili del nostro dibattito.

Il nostro declino ha tante ragioni, ma una di queste è la cultura del
conservatorismo costituzionale che scambia i limiti del processo
costituente del 1947 dovuti alla Guerra Fredda (che gli stessi Costituenti
avvertivano come limiti, basti pensare che Mortati aveva definito il
Senato un inutile doppione della Camera). (Commenti del senatore
Consiglio). Non c’è da una parte la democrazia e dall’altra un tentativo
autoritario o parafascista come pensano alcuni burloni. Sono a confronto
due concezioni della democrazia. L’una è assembleare e fondata sulla
cosiddetta centralità del Parlamento; l’altra è fondata sulla
responsabilità degli Esecutivi. La prima era propria della peculiarità
italiana, quella del dopoguerra, parte dell’anomalia di un sistema
politico caratterizzato dalla mancaNza di alternanza. La seconda è propria
dei sistemi parlamentari più avanzati. Con i due referendum del 1991 e del
1993 il popolo si è espresso e abbiamo messo in discussione il
proporzionalismo e le forme assembleari del nostro Parlamento. È da allora
che abbiamo superato la democrazia consociativa per affermare un modello
di democrazia governante. Noi, colleghi, non abbiamo cambiato idea.

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