Salviamo Venezia

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Cari amici vi invito a firmare con me questa petizione, già firmata
da più di 15 mila cittadini, che chiede al Governo di procedere con la
Valutazione Impatto Ambientale per il Canale Contorta, possibile
alternativa per non far più transitare le grandi navi da crociera davanti
a Piazza San Marco, mantenendo nel Venezia come terminal croceristico
internazionale, preservando 10 mila posti di lavoro.

Nell’ambito della stessa procedura di VIA, seguendo le raccomandazioni del
“Comitatone per Venezia” dell’8 agosto 2014, sarà possibile valutare
misure alternative, adottabili eventualmente nel lungo periodo, come
l’approdo delle grandi navi alle bocche di porto, al di fuori della
laguna.

Qui c’è il link:

http://www.change.org/p/salviamo-venezia-via-le-navi-da-san-marco?utm_medium=email&utm_source=signature_receipt&utm_campaign=new_signature

Grazie!

Gianpiero

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Sul nuovo regolamento anti degrado

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La giunta Bitonci ha approvato un regolamento comunale sul decoro urbano
assai articolato. La sua lettura può irritare, perché dà l’impressione di
“ingabbiare” comportamenti, limitando la libertà di movimento e di
espressione, come accade quando si entra in un comune di montagna, e sulle
strade si leggono solo cartelli di divieto (non raccogliere funghi, non
pescare, non accendere fuochi, non campeggiare…) dimenticando di
salutare l’ospite.

Tuttavia, credo che chi si oppone a questa giunta debba accettare la sfida
del confronto sul merito, perché molti dei provvedimenti ricalcano quelli
attuati anche da molte amministrazioni di centrosinistra, oltre che dalla
precededente amministrazione padovana. Perché il degrado – che è sotto gli
occhi di tutti – va senz’altro combattuto, con i giusti strumenti, sapendo
che nessuno ha la bacchetta magica per trasformare Padova in un “salotto”,
come a tutti piacerebbe.

Voglio dire solo una parola sulle biciclette. Padova è una delle città
italiane con il maggior numero di ciclisti. Muoversi in bici ha molti
vantaggi, sia per chi lo fa sia per chi non lo fa. Le biciclette riducono
il traffico automobilistico e il relativo inquinamento.

Adattare una città alle biciclette è affare complesso, ed è innegabile che
Padova ha fatto molto negli anni passati: grazie alle piste ciclabili,
alle rastrelliere, alla punzonatura, al servizio di bike-sharing… Ma
molto va ancora fatto, e il modello Amsterdam è ancora molto lontano.

Quanto al regolamento comunale, va senz’altro ripensato il divieto di
“fissare o appoggiare bici o motorini agli arredi urbani, agli alberi, ai
pali, ai monumenti e a altri manufatti pubblici non destinati allo scopo”,
come ben sottolineato da Legambiente:

http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2014/09/10/news/la-protesta-di-legambiente-altro-che-rimozione-bici-metta-piu-rastrelliere-1.9906588

Se una bicicletta non intralcia e non offende il decoro urbano, che
problema c’è? Meglio una bici fissata a un palo che una bici rubata o una
macchina in più in strada.

Bene invece la norma che recita “Le biciclette devono essere dotate di
“dispositivi di segnalazione visiva” da mezzora dopo il tramonto a mezzora
prima dell’alba”, norma che ricalca quanto dice il codice della strada
(non so di quanto sia la sanzione). A tal proposito, ricordo che mia
figlia, in Erasmus in una città tedesca, venne multata alle 7 di mattima
perché correva da sola in una pista ciclabile periferica, nel buio
invernale, senza fanalino… Da allora in poi ha sempre messo il fanale.

A tale proposito, più in generale, è importante che il regolamento – mi
auguro convenientemente emendato – venga effettivamente fatto rispettare,
altrimenti rischia di essere inutile, o addirittura dannoso, incoraggiando
la sfiducia verso lo Stato. Non abbiamo alcun bisogno di “grida”
manzoniane.

Concludendo, al di là del regolamento di Polizia, l’Amministrazione va
pungolata a continuare a investire sulla mobilità ciclistica. Saranno
davvero soldi ben spesi.

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Sulla fecondazione eterologa

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In sede di tavolo tecnico, le Regioni hanno approvato un insieme di
criteri per la fecondazione eterologa, che i governatori dovrebbero ora
rendere operativi.

http://www.lastampa.it/2014/09/03/italia/cronache/eterologa-la-fecondazione-sar-gratuita-ma-con-dei-paletti-oqWZpS2pp4hY8O7nSaRX9N/pagina.html

Ricordiamo il problema. In Italia la legge 40 del 2004 regolamentava la
fecondazione artificiale omologa (con seme e ovuli della coppia), e
proibiva nel contempo quella eterologa (con almeno un elemento esterno alla coppia). Nel corso di un decennio, la legge è stata “smontata” da diverse sentenze della magistratura. La più recente pronuncia in materia
da parte della Consulta (aprile 2014) riguarda il divieto di fecondazione
eterologa per le coppie sterili: il ricorso a un donatore esterno di ovuli
o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta è stato ritenuto incompatibile con i principi della nostra Carta.

Va inoltre ricordato che resta proibito in Italia il cosiddetto “utero in affitto”: il bambino frutto della fecondazione eterologa dovrà essere in ogni caso partorito dalla donna della coppia sterile. Resta inoltre vietato qualsiasi rapporto mercantile fra donatore e coppia sterile.

Stato e Regioni debbono ora dare seguito alla sentenza della Consulta. Il
ministro Lorenzin ha chiesto al Parlamento di pronunciarsi, in particolare per garantire l’inserimento della fecondazione eterologa all’interno dei livelli essenziali di assistenza, rendendola quindi a carico del Servizio Sanitario Nazionale. D’altro canto la regione Toscana ha interpretato in altro modo la sentenza, ritenendola sufficiente per procedere in autonomia.

Sull’onda della Toscana, le Regioni si stanno coordinando, e il pronunciamento di ieri va in quella direzione, anche se il ministro
insiste sulla necessità di un atto legislativo nazionale, anche se
colpisce la mancanza di un’iniziativa di governo in tale senso.

La fecondazione eterologa si porta dietro grandi questioni etiche.
Personalmente, alle coppie sterili suggerisco di seguire piuttosto la via
dell’adozione, meno invasiva fisicamente ed eticamente da tutti condivisa.

Tuttavia, va dato atto che le “linee guida” regionali cercano di risolvere
– secondo il buon senso e le “buone pratiche” seguite in altri paesi
europei – i maggiori problemi posti dalla fecondazione eterologa:
limitando a 10 le donazioni possibili; limitando l’accesso alle coppie
sterili e con la donna in età minore di 43 anni; limitando la “scelta” del
donatore fra le persone fisicamente simili al coniuge sterile (simile
fenotipo, ossia stesso colore della pelle, gruppo sanguigno compatibile
etc.); possibilità del nato di chiedere, a 25 anni, di conoscere
l’identità del donatore, che però può rifiutare di rivelarsi.

Mi sembra che le Regioni abbiano una grande occasione, ossia di applicare
una sentenza della Consulta, a prescindere dagli atteggiamenti dilatori (e un po’ plateschi, a dire il vero) espressi dal Governo e dal ministro Lorenzin, dimostrando capacità di coordinamento e di organizzazione autonoma. Va però assolutamente evitato che ogni Regione vada per conto suo, per evitare nuovi “viaggi della speranza” o – peggio – criteri differenziati fra una zona e l’altra del paese.

Tuttavia, sarebbe opportuno che il Governo – con coraggio e lungimiranza – si facesse protagonista, e non comprimario, in un tema così delicato e importante.

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La riforma della scuola

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Il governo propone un piano molto ambizioso per cambiare la scuola
italiana. Il piano non riguarda tanto i contenuti degli insegnamenti,
quanto l’organizzazione degli insegnanti.

http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2014/LA-BUONA-SCUOLA_Rapporto_3-settembre-2014.pdf

Il testo del governo è aperto alle proposte del mondo della scuola e dei
cittadini, per due mesi di consultazioni.

Ho guardato il punto 2.3 (pp. 48-57), “La nuova carriera dei docenti”.

La proposta è decisamente innovativa. Oggi lo stipendio dei docenti si
modifica solo per effetto dell’anzianità, oltre che per somme spesso
risibili legate a incarichi aggiuntivi.

La proposta è di togliere gli incrementi automatici, concentrando gli
scatti triennali su 2/3 dei docenti, ossia quelli che, meglio dei loro
colleghi: (1) riescono a far progredire di più i loro allievi, (2)
frequentano corsi di formazione; (3) hanno nella scuole incarichi
aggiuntivi rispetto al normale insegnamento.

Mentre è abbastanza semplice misurare i punti (2) e (3), la vera sfida è
il punto (1). Però è un punto cruciale, che il MIUR, il governo e il
parlamento debbono affrontare con coraggio, realismo e competenza. Credo
che gran parte della portata innovativa della proposta sia contenuta in
questa sfida.

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Sul Federalismo Fiscale

federalismoCari tutti, ci voleva proprio una settimana di “stacco” (anche dal blog e
da facebook), dopo il tour de force al Senato. Nei prossimi 10 giorni,
liberi dall’attività parlamentare diretta, cercherò di proporre qualche
riflessione più “complessa”, resa possibile anche da tempi più rilassati.

Inizio suggerendo la lettura di questo articolo appena pubblicato su “La
voce”

http://www.lavoce.info/cosi-decentramento-cambiato-classe-politica/

che mostra come nel 1993 l’introduzione dell’ICI comunale abbia dato una
spinta poderosa al rinnovamento della classe politica locale. E’ un
articolo importante, che dimostra come “il decentramento funziona bene
solo se è finanziariamente responsabile, cioè se è accompagnato da un
forte grado di autonomia sul lato fiscale” e che “c’è poca speranza che il
decentramento possa portare ai risultati attesi laddove, per ragioni
strutturali, le risorse comunque continuano ad arrivare dal centro. Se
paga qualcun altro, ci sono pochi incentivi a controllare come i soldi
sono spesi e un buon politico è uno che porta risorse a casa, non
necessariamente uno che sa spenderle meglio”.

Sono risultati che confortano anche le scelte del Senato in termini di
riforme costituzionali. Da un lato, i rappresentanti dei Comuni e delle
Regioni vengono inseriti nel meccanismo legislativo nazionale,
riconoscendo loro un ruolo di costruttori, e non solo di esecutori
dell’architettura dello stato. In secondo luogo, ai Comuni e alle Regioni
viene esplicitamente ribadito il ruolo di soggetto fiscale, con la
possibilità per le Regioni di acquisire più competenze in cambio di una
maggiore partecipazione al gettito.

Quest’ultimo aspetto è stato inserito e allargato grazie all’azione della
Commissione Affari Costituzionali – che ha corretto un testo del Governo
decisamente centralista – e da un emendamento proposto da tutti i
parlamentari veneti della maggioranza. Tuttavia, il risultato è ancora
insoddisfacente e la Camera dovrà allargare ulteriormente le possibilità,
per le Regioni, di acquisire competenze in cambio di una maggiore
responsabilità fiscale.

Perché la nuova Italia, se non sarà autenticamente federale, rischia
veramente di finire in mille pezzi.

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Cooperazione internazionale

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Fianlmente, dopo quasi trent’anni, è stata approvata la nuova legge sulla
cooperazione internazionale!

http://www.lastampa.it/2014/08/02/scienza/ambiente/focus/pistelli-e-dopo-la-riforma-ora-pi-risorse-per-gli-aiuti-kDjRr5w2qkaM5ZOlAMN9PM/pagina.html

Per un’Italia solidale e sempre più aperta al mondo.

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La Tragedia di Refrontolo

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Il Veneto piange altre quattro vittime di un’alluvione. Saranno le
indagini a chiarire cause recenti e remote. Ma certamente, è difficile
pensare solo a una tragica fatalità. Nell’esprimere vicinanza alle
famiglie e alle comunità direttamente colpite, riporto l’intervento di
questa mattina in aula della senatrice trevigiana Laura Puppato, che
condivido totalmente.

Signor Presidente, ringrazio lei e tutti i colleghi per il ricordo di
questi visi, quelli di Gianni, di Fabrizio, di Luciano, che ci sono amici,
ci sono comuni, sono nostri vicini di casa.

Vorrei cogliere questo momento non solo per esprimere la mia commozione
dinanzi allo strazio delle famiglie e per associarmi al momento di dolore
che ha colpito la realtà del Trevigiano, ma anche per ragionare intorno a
queste questioni, che non possono più rimanere fuori da queste Aule, né si
può concepire di considerarle solo nel momento della tragedia.

La «bomba d’acqua» che ha colpito Refrontolo, nel Trevigiano, ha riacceso
i riflettori sull’incapacità cronica di gran parte del territorio italiano
di assorbire e sapersi adattare ai fenomeni piovosi attuali. La politica
pare risvegliarsi solo a fronte di una nuova tragedia come quella che ora
piangiamo. I numeri confermano quanto detto, se pensiamo che negli ultimi
venti anni sono morte quasi mille persone a causa del dissesto idraulico e
geologico e l’Italia ha speso circa 3,5 miliardi di euro all’anno in
gestione per la sola emergenza.

Come scrive oggi Salvatore Settis su «la Repubblica», riprendendo temi
cari al compianto poeta trevigiano Andrea Zanzotto, «in questo Paese è
convinzione generalizzata che faraonici cantieri funzionanti porteranno
economia e benessere per tutti. Se questi serviranno a costruire nuove
grandi opere, centri commerciali, nuove zone residenziali, vorrà dire che
l’Italia ha barattato il futuro del nostro Paese, per un benessere
illusorio e rapidamente in esaurimento».

A quale Italia, a quale Veneto potranno servire le grandi infrastrutture
quando la strade comunali diventano fiumi, i treni regionali e
interregionali non ci sono o sono troppo malandati per sostituire il
traffico di auto e camion e le loro emissioni climalteranti? Perché si è
perduta la millenaria cultura dell’acqua con la tutela non solo degli
alvei naturali dei corsi di fiumi e torrenti, ma anche dei terreni
adiacenti, subendo alluvioni ripetute che abbattono anche i ponti ogni
volta che piove solo un po’ di più? Come potranno giustificarsi i troppi
fondi spesi da sempre in vanagloriose grandi opere, in TAV di Val di Susa,
MOSE e nuove autostrade, se non saremo sicuri che il terreno su cui
poggiamo i piedi non frani da un momento all’altro?

Il Nord Est, il Veneto in particolare, è incline a episodi di smottamenti,
frane e allagamenti, tant’è che questi primi sette mesi avviano un vero e
proprio annus horribilis per devastazioni, morti e feriti e l’inizio di
agosto sembra aggravarne una ben nota dinamica distruttiva. Lo stesso uso
di espressioni come «bomba d’acqua», «crisi», «massacro dei campi e dei
colli», «nubifragio», «disastri annunciati», «monsoni», uragani», rende
evidente la percezione ormai generalizzata di un perenne stato di guerra
apparentemente solo contro il clima, in realtà un vero e proprio assalto
al territorio che presenta il suo conto salato. Sono infatti evidenti il
cambio di clima associato ad un aumento dei fenomeni naturali, ma è
necessario portare l’attenzione sulle responsabilità umane che si celano
dietro queste grandi tragedie.

Il Veneto è la Regione più cementificata in Italia, la Regione dove questo
disastroso processo viaggia alle maggiori velocità. Si è costruito ovunque
e si continua a costruire, nonostante i territori siano cimiteri di
capannoni abbandonati. Il nuovo piano casa e il PRAC, ovvero il piano
cave, da poco approvati dalla Regione, sono l’esempio lampante di una
totale insensibilità politica da parte del presidente Zaia e della sua
maggioranza a questi fenomeni. A queste si associano la più permissiva
legge regionale sulla deforestazione a vantaggio della piantumazione di
vigneti e conseguente rimodellamento delle colline con sbancamenti e
riporti di terra che rendono franosi ad ogni pioggia i versanti collinari.
Nella mia sola provincia di Treviso ne sono state censite 523 dal progetto
IFFI e l’elenco si allunga ogni giorno.

Il massimo dell’assurdo in questi giorni è vedere come questi episodi
divengano persino passerelle, si spargano lacrime di coccodrillo o tardiva
efficienza, vicinanza a posteriori, ancora l’ennesima spugna che intende
cancellare responsabilità politiche evidenti per una contraddittoria
azione prodotta a fronte di dichiarazioni verbali di tutela mai, mai
attuate.

Chi in questi anni aveva il compito di tutelare il Veneto e prevenire il
dissesto deve assumersi oggi le sue responsabilità, cambiare rotta o avere
la dignità di farsi da parte.

Questa è la riflessione che voglio porre all’attenzione di tutte le
istituzioni, anche quelle nazionali, chiedendo un vero cambio di passo,
non attraverso le parole, ma attraverso le iniziative che fin da domani
verranno intraprese, a partire da una cartografia più dettagliata su cui
poter impostare finalmente un lavoro di programmazione.

Serve ora un piano di recupero del territorio e di rinaturalizzazione dei
fiumi, secondo le migliori tecniche conosciute ed applicate dai vicini
Paesi come Francia e Svizzera, che coinvolga Stato centrale e Regioni: un
piano pluriennale dotato di sicuri finanziamenti, recuperati rinunciando a
quelle grandi opere che, in taluni casi, rischiano di aggravare il
problema, senza portare alcun serio beneficio.

Ce lo chiedono oggi quattro vite che non saranno più tra noi e penso che
ad esse lo dobbiamo, come dobbiamo mettere la parola fine a disastri di
tal genere.

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